PHOTO
Paolo Strippoli - Foto Karen Di Paola
Come funziona il processo di selezione per l’Oscar al miglior film internazionale (già miglior film straniero)? Ogni anno l’Academy invita tutti i paesi del mondo a presentare un film, dopodiché due comitati interni designano i candidati e poi tutti i membri aventi diritto votano il vincitore. Ogni paese agisce come meglio ritiene, di norma affidando la scelta a un comitato ristretto istituito dalle principali associazioni di categoria. Per la 99a edizione, le iscrizioni scadono il 30 settembre.
Da quest’anno le cose sono un po’ cambiate. Prima di tutto, sono automaticamente qualificati i film non in lingua inglese che hanno vinto il primo premio nei sette festival qualificanti cioè Berlino (Orso d’oro), Busan (Premio per il miglior film, un riconoscimento introdotto nel 2025), Cannes (Palma d’oro), Sundance (World Cinema Grand Jury Prize), Toronto (Platform Prize) e Venezia (Leone d’oro). Inoltre, la categoria non sarà più accreditata al Paese vincitore ma al regista del film, il cui nome sarà inciso sulla targhetta della statuetta.
È sempre molto istruttivo leggere la lista dei prescelti: c’è chi rilancia con i nuovi lavori di vincitori o candidati in edizioni precedenti e c’è chi punta su titoli interpretati da attori o attrici già noti all’Academy, c’è chi crede di andare sul sicuro con il film più esportabile all’estero (paesaggi riconoscibili, messaggio edificante, repertorio di stereotipi) e c’è chi stupisce con prodotti più piccoli o di nicchia (ci sono molti documentari).
Il comitato italiano ha puntato su L’estranea di Paolo Strippoli, ma quali sono gli sfidanti per la corsa alla candidatura all’Oscar per il miglior film internazionale?


Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi in L'estranea. Credits: Paolo Ciriello
I vincitori dei festival
In attesa di scoprire chi ha vinto a Busan (in programma dal 6 al 15 ottobre in Corea del Sud), abbiamo i titoli degli altri trionfatori.
Berlinale: Yellow Letters di İlker Çatak
Tedesco, figlio di immigrati turchi, è l’ultimo film diretto dal regista di La sala professori, già candidato all’Oscar nel 2024. Ed è apertamente politico: marito e moglie, artisti invisi al regime, devono fare i conti con la responsabilità dell’impegno e la necessità di sopravvivere.
Cannes: Fjord di Cristian Mungiu
La seconda Palma d’oro vinta dal grande regista inquadra una coppia rumena-norvegese che, trasferitasi in un remoto fiordo, desta preoccupazione per l’educazione tradizionale impartita ai figli. I protagonisti sono Sebastian Stan e Renate Reinsve, già nominati dall’Academy. È anche il titolo proposto dalla Romania.


Fjord
Sundance: Shame and Money di Visar Morina
Diretto da un apprezzato regista kosovaro che vive stabilmente in Germania (il film è una coproduzione tra sei paesi), segue un padre schiacciato tra il bisogno di sostenere la famiglia in precarie condizioni economiche e l’orgoglio di non accettare l’aiuto offerto dai parenti.
Toronto: Angh di Theja Rio
Ambientato negli anni Sessanta in un villaggio abbandonato del Nagaland, un capovillaggio deve scegliere tra la devozione alla cultura tradizionale e la trasformazione incarnata dall’arrivo di un missionario cristiano dagli Stati Uniti. Dal corto omonimo dello stesso regista.
Venezia: Woman Unknown di May el-Toukhy
Leone d’oro a sorpresa, racconta l’odissea di una domestica in procinto di sposare il vedovo per cui lavora che, nell’anarchia dell’immediato dopoguerra, è disposta a tutto per salvaguardare il suo “segreto”. Film dalla messa in scena impeccabile, con un’ottima Mathilde Arcel.
Le designazioni nazionali
Al momento mancano all’appello: Algeria, Argentina, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Costa Rica, Congo, Danimarca, Gran Bretagna, Guatemala, Kazakhstan, Kenya, Libano, Madagascar, Malesia, Malta, Mongolia, Nigeria, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Rwanda, Senegal, Sudafrica, Sri Lanka, Tunisia, Uzbekistan, Venezuela, Vietnam, Zambia.
Albania: Film di Stato di Roland Sejko
Produzione italiana (Cinecittà Luce) ma storia albanese: quarant’anni di regime comunista albanese attraverso le immagini che il potere ha prodotto per raccontare sé stesso. Costruito con materiali d’archivio, un viaggio all’interno di un regime che fece del cinema uno strumento di potere.
Armenia: In the Land of Arto di Tamara Stepanyan
È una coproduzione con la Francia interpretata da Camille Cottin, una donna che, arrivata in Armenia per legalizzare la morte del marito, scopre che lui le ha mentito sulla sua identità. Alla regia la stessa autrice del designato dell’anno scorso, il documentario My Armenian Phantoms.
Australia: First Light di James J. Robinson
Ambientato in un convento in rovina tra le montagne di Luzon, è il racconto della crisi di una suora cattolica di mezza età scossa da un tragico incidente. Mentre Chiesa e Stato fanno pressioni per sopprimere la verità, la religiosa mette in discussione l’istituzione a cui ha dedicato la sua vita.
Belgio: Coward di Lukas Dhont
Acclamato a Cannes e distribuito negli Stati Uniti da Mubi, è uno dei grandi favoriti per l’ingresso nella cinquina finale (il regista è stato già candidato con il precedente Close). Al centro, il rapporto tra due soldati durante la Prima Guerra Mondiale, alla ricerca di una via di fuga attraverso l’arte e l’amore.


Coward
(© the Reunion)Bolivia: The Condor Daughter di Álvaro Olmos Torrico
Una giovane donna cresciuta in una piccola comunità indigena delle Ande è divisa tra l’eredità di un ruolo fondamentale per la comunità (la madre adottiva le ha trasmesso i canti melodiosi che accompagnano le partorienti) e il desiderio di un altrove (sogna di diventare una star della musica folk).
Bosnia ed Erzegovina: The Widower di Hari Šečić
Un vedovo di mezz’età mette in discussione le sue radicate convinzioni patriarcale: avrà amato abbastanza la moglie defunta? Riuscirà a recuperare il rapporto con il figlio? Come salvare la figlia dalla sottomissione? Amato dal pubblico del Festival di Sarajevo, che l’ha premiato come miglior film.
Brasile: Gugu’s World di Allan Deberton
È uno dei paesi più lanciati, reduce dalla vittoria di Io sono ancora qui e dagli ottimi piazzamenti di L’agente segreto (che ha sfiorato la statuetta). Stavolta la scelta è più intimista: un adolescente queer affronta amicizia, desiderio e scoperta di sé in una piccola città costiera nel nord-est.
Bulgaria: The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach
Diretto da una regista tedesca, è un fluviale e appassionante film di frontiera, che segue l’incontro tra la protagonista e un suo vecchio conoscente a cui è stata rubata l’auto. Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, per un cinema che si fa archeologia del presente tra le macerie del passato.
Cambogia: Becoming Human di Polen Ly
Biennale College a Venezia 2025, è un dramma sovrannaturale low budget su memoria e identità, in cui lo spirito guardiano di un cinema abbandonato vaga per il mondo, chiedendosi se valga la pena tornare a essere umano o rimanere per sempre un fantasma senza dimora.
Camerun: Mabanda di Kang Quintus
Dopo la tragica morte di sua madre, un’adolescente incinta si ritrova intrappolata nella morsa soffocante del padre manipolatore e violento. Isolata dalla comunità locale, viene attirata nel pericoloso mondo sotterraneo di una baraccopoli della città. Una cupa meditazione sul dolore.
Canada: Nina Roza di Geneviève Dulude-De Celles
Coproduzione che coinvolge anche l’Italia: è un viaggio è affascinante e complesso, che inquadra il rapporto tra un mercante d’arte e una misteriosa pittrice prodigio di otto anni che con le sue opere spinge l’uomo ad affrontare il suo irrisolto rapporto con le radici. Premiato all’ultima Berlinale.
Chad: Soumsoum, the Night of the Stars di Mahamat-Saleh Haroun
La diciassettenne Kellou è inquieta: non comprende perché sia stata dotata di poteri soprannaturali. Un incontro inaspettato l’aiuterà a forgiare il suo mondo mistico in cui il visibile e l'invisibile convergono. Dal maestro del cinema africano, una patinata riflessione tra panteismo e patriarcato.


Maïmouna Miawama e Ériq Ébouaney in Soumsoum, the Night of the Stars
(Pili Films)Cile: The Meltdown di Manuela Martelli
Dal Cile post-Pinochet alle nevi delle Ande, la regista (già attrice, ha esordito con l’apprezzato noir storico 1976) firma un raffinato e inquieto thriller morale sul disgelo della memoria, per svelare la dittatura come cospirazione del rimosso. Presentato nel Certain Regard all’ultimo Festival di Cannes.
Cipro: Hold onto Me di Myrsini Aristidou
Primo titolo in assoluto proposto da Cipro nella storia dell’Academy, ha vinto il premio del pubblico al Sundance (prima volta per il paese e per un film in lingua greca), segue un’undicenne che, desiderosa di conoscere meglio il padre, prova a ricostruire un rapporto quando scopre che è tornato in città.
Colombia: Rains Over Babel di Gala del Sol
L’Inferno di Dante diventa un’eccentrica corale queer e punk, in bilico tra umorismo nero e fughe psichedeliche, spirito camp e mistica tropicale. Tutto dentro un bar dove personaggi di varia umanità entrano in contratto con una figura è la reincarnazione della Morte. Passato al Sundance.
Corea del Sud: Possible Love di Lee Chang-dong
Tra i frontrunner per la cinquina – anche se il distributore Netflix lo spinge in tutte le categorie, forte dello statuto dell’autore e sull’onda della passione per l’universo coreano – potrebbe funzionare come un nuovo Parasite per la capacità di incastonare temi sociali in una narrazione stratificata e incalzante.


Croazia: God Will Not Help di Hana Jušić
Caso più unico che raro, la protagonista è Manuela Martelli, autrice del film designato dal Cile, che per questa interpretazione ha vinto il Pardo per la miglior interpretazione a Locarno del 2025. Il ruolo si presta: una donna cilena che, all’inizio del Novecento, arriva in una comunità di pastori croati.
Ecuador: Hiedra di Ana Cristina Barragán
Presentato a Venezia 2025 nella sezione Orizzonti dove è stato premiato per la sceneggiatura, un dramma che racconta di una trentenne che, spinta da un evento traumatico che ha segnato la sua adolescenza, spia gli adolescenti di una casa famiglia per cercare frammenti del proprio passato.
Egitto: The Stories di Abu Bakr Shawky
Cinque storie per comporre un’antologia dedicata alla relazione tra un uomo egiziano e una donna austriaca sullo sfondo della grande Storia, intrecciando le scene di fiction con filmati d’archivio, discorsi politici, partite di calcio, spezzoni di film e trasmissioni radiofoniche.
El Salvador: Vertice di Arturo López Rodas
Dopo un funerale, tre uomini che un tempo sono stati grandi amici si ritrovano dopo trent’anni e riflettono sulle piccole cose della vita, mentre il fantasma della morte aleggia accanto a loro. Con una durata di appena sessanta minuti è il film più breve della lista.
Estonia: Our Erika di German Golub
Uno dei rari biopic dell’elenco è dedicato alla ciclista Erika Salumäe che, dopo aver superato un’infanzia difficile e le pressioni del regime sovietico, diventò campionessa olimpica, vincendo due medagli d’oro ai giochi estivi del 1988 e del 1992. Ritratto di una donna tormentata diventata eroina nazionale.
Filippine: Filipiñana di Rafael Manuel
Opera prima che espande il cortometraggio omonimo del regista (Orso d’argento a Berlino 2020), è una commedia nera che esplora le differenze di classe post-coloniali attraverso la storia di un’adolescente che lavora in un lussuoso campo da golf come tee-girl (posiziona le palline).
Finlandia: The Squirrel di Markus Lehmusruusu
Commedia fantascientifica ambientata in un futuro prossimo dove la flora e la fauna sono quasi scomparse, segue un progettista di animali domestici sintetici che scopre l’ultimo scoiattolo vivente sulla Terra. Quando decide di proteggerlo, entra in conflitto con un’assistente sociale.
Francia: Minotaur di Andrey Zvyagintsev
Diretto dal regista russo, dissidente politico stabilitosi a Parigi dal 2023 già candidato all’Oscar nel 2018 con Loveless, è il dramma di un dirigente che si ritrova sotto assedio a causa delle crescenti pressioni aziendali e di un mondo sempre più violento. Gran Premio della Giuria a Cannes.


Minotaur
Georgia: Guria di Levan Koguashvili
All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, una regione della Georgia occidentale continua a restare fuori dalle promesse di cambiamento. Passato all’ultima Mostra di Venezia nella sezione Spotlight, uno spaccato in bianco e nero tra umorismo surreale in un limbo fuori dal tempo.
Germania: Everytime di Sandra Wollner
Una tragedia riunisce una madre, una figlia e un adolescente, alle prese con sensi di colpa e perdono. Un’opera spiazzante sull’elaborazione del lutto attraverso la sopravvivenza delle immagini. Un bellissimo film di fantasmi, fenditure e vertigini, vincitore di Un Certain Regard a Cannes.
Giappone: All’improvviso di Ryusuke Hamaguchi
Potrebbe segnare il ritorno in cinquina (e non solo) per il regista che nel 2022 vinse la categoria con Drive my Car (ottenendo altre tre nomination di peso: film, regia, sceneggiatura). Resoconto del carteggio tra una filosofia malata e un’antropologa medica, con Virginie Efira e Tao Okamoto premiate a Cannes.


All of a Sudden
Giordania: Sink di Zain Duraie
Una madre si rifiuta di accettare il peggioramento della salute mentale del figlio, aggrappandosi alla convinzione che abbia solo bisogno di una guida. Un’opera prima che ci ricorda quanto in molti paesi, Giordania compresa, i problemi di salute mentale sono ancora un argomento tabù.
Grecia: Broken Vein di Yannis Economides
Un uomo d’affari cerca di ripagare un debito all’usuraio locale per salvare la sua casa. Ritorno dopo qualche anno di silenzio di uno dei registi più rilevanti della nuova onda greca, conferma l’attenzione a temi quali la violenza emotiva, il crollo della società piccolo-borghese, le famiglie disfunzionali.
Hong Kong: Sons of the Neon Night di Juno Mak
Un travaglio: produzione iniziata nel 2017, conclusa nel 2018, uscita prevista per il 2019 e posticipata prima la pandemia, postproduzione terminata nel 2025. Cast d’alto profilo per un thriller tragico e sontuoso che torna al 1994 per un tripudio stilizzato di violenza e romanticismo.
India: Gondhal di Santosh Davakhar
Considerato il primo film indiano a presentare un piano sequenza di venticinque minuti, è un thriller ispirato al rituale tradizione del Maharashtra in cui una sposa pianifica di uccidere il marito violento. Insieme al vincitore di Toronto, Argh, è uno dei due titoli indiani in corsa per un posto.
Indonesia: Four Seasons in Java di Kamila Andini
Una donna torna nel suo villaggio natale dopo essere stata imprigionata per l’omicidio di un uomo che aveva tentato di violentarla. Rappresentazione del conflitto tra il trauma personale e l’irruzione della modernità nella vita quotidiana, è una coproduzione che coinvolge ben otto paesi.
Iraq: No Paradise If You Are Killed by a Woman di Halkawt Mustafa
Fuori concorso all’ultima Venezia, è la storia di una cecchina curda, sopravvissuta alla guerra reprimendo le proprie emozioni, che si mette alla ricerca della sorella minore, creduta morta nell’assalto dell’ISIS del 2014, costringendola a confrontarsi con il trauma che ha tentato di seppellire.
Irlanda: Aontas di Damian McCann
Parlato in gaelico, è un thriller sorprendente in cui tre improbabili ladri, guidati da una donna sull’orlo di un esaurimento nervoso, rapinano una cooperativa di credito rurale irlandese. Lo slancio moderno e innovativo del regista è stato accostato a quello dei Kneecap, gruppo che infiamma l’Irlanda.
Islanda: The Ground Beneath Our Feet di Yrsa Roca Fannberg
Un documentario coprodotto con la Polonia che segue la vita quotidiana della casa di riposo Grund e delle persone che vi abitano. Girato in pellicola, un caldo e sensibile racconto che riflette sul tempo che passa e sul tramonto della vita, inquadrando il lessico quotidiano di un mondo a parte.
Israele: Tell Me Everything di Moshe Rosenthal
Coprodotto con Francia e Gran Bretagna, segue un dodicenne che, nel pieno della pandemia di HIV, scopre che suo padre ha una relazione con un altro uomo. Presentato al Sundance, pluripremiato con i principali riconoscimenti cinematografici israeliani.
Kosovo: Dua di Blerta Basholli
Mentre la guerra devasta il Kosovo, una tredicenne lotta per trovare il suo posto nel mondo. Dopo un incidente che sconvolge la sua comunità, diventa a sua volta un bersaglio e stringe un legame con una ragazza coraggiosa. Presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2026.


Kyrgyzstan: Cassandra di Bekzat Pirmatov
Esempio di horror folk, pieno di misticismo e suggestioni tradizionali, inquadra le tensioni silenziose di un villaggio montano negli anni Ottanta, dove una guaritrice locale scopre che un segno sulla fronte delle donne gravide è il presagio di sventure e tragedie collettive.
Lettonia: Ulya di Viesturs Kairišs
Altro biopic della lista e, curiosamente, anche questo dedicato a una figura sportiva dell’est europeo: le origini della leggendaria cestista sovietica Uljana Semjonova, nota per la sua altezza di quasi due metri, in un biopic formalmente elegantissimo, presentato in Un Certain Regard a Cannes.
Lituania: How to Divorce During the War di Andrius Blaževičius
Nel 2022, il divorzio di una coppia si intreccia all’aggressione russa in Ucraina. Vincitore di un premio per la miglior regia al Sundance, è un di forte impatto emotivo ma anche intriso di ironia che testimonia un’Europa stretta tra paura e negazione, solidarietà e stanchezza, ideali e comodità.
Lussemburgo: Child di Cyrus Neshvad
Il piccolo granducato si presenta con un’opera prima incentrata sui genitori di un bambino malato impegnati nella disperata ricerca di un trapianto d’organo per il figlio. Nel 2022, il regista è stato già candidato agli Oscar con il cortometraggio live action La valise rouge.
Macedonia del Nord: 17 di Kosara Mitić
Durante una gita scolastica, un’adolescente (il titolo coincide con l’età) assiste a un’aggressione sessuale ai danni di una compagna di classe: il segreto fa instaurare tra di loro un legame indissolubile. Opera prima presentata nella sezione Perspectives della Berlinale.
Marocco: Strawberries di Laïla Marrakchi
Messico: En el camino di David Pablos
Miglior film della sezione Orizzonti e Queer Lion a Venezia 2025, questo avvincente thriller melodrammatico segue la storia d’amore tra un giovane gay che si arrangia con la prostituzione e un camionista più adulto: quando si mettono in viaggio, devono fare i conti con i fantasmi del passato.


En el camino
(Animal de Luz)Montenegro: To Hold a Mountain di Biljana Tutorov
Nepal: Elephants in the Fog di Abinash Bikram Shah
Primo film nepalese nella storia di Cannes (era al Certain Regard), un esordio alla regia che si muove tra cinema etnografico e realismo magico, per sollevare il velo di ipocrisia e la facciata di tolleranza verso le comunità transgender in un villaggio immerso in una foresta abitata da elefanti.
Norvegia: Growth of the Soil di Hans Petter Moland
Paesi Bassi: Paikar di Dawood Hilmandi
Un documentario in cui il regista afghano-olandese rivisita la figura del padre autoritario, un imam con un passato violento: attraverso viaggi in Afghanistan, Iran e Iraq, un’esplorazione sui temi della famiglia, della spiritualità e dell’esperienza migratoria, tra ricerca personale e sguardo universale.
Palestina: Citizen Osama di Ahmed Hassouna
Fino all’inizio della guerra a Gaza, Osama era un fotografo professionista; ora lotta per provvedere alla moglie e al loro bambino, mentre continua il suo lavoro mosso dal senso del dovere e dalla speranza. Documentario presentato a Venezia, era uno dei due titoli palestinesi della selezione.
Panama: Chichero di Aarón Bromley e Arturo Montenegro
Il fenomeno delle migrazioni forzate in America Latina si configura nella storia di un giovane quechua che fugge dal conflitto armato in Perù e arriva a Panama, dove inizia una nuova vita vendendo chicha ed empanadas e conosce una donna che potrebbe cambiargli la vita.
Paraguay: Narciso di Marcelo Martinessi
Nel 1958, una rockstar diventa simbolo di libertà contro l’opprimente regime militare, ma viene trovato morto dopo un concerto. Un’inchiesta poetica, politica e sensuale che si muove tra lo scandalo del desiderio, la repressione del potere e il trauma collettivo. Nel Panorama dell’ultima Berlinale.
Perù: Night Has Come di Paolo Tizón
Documentario d’esordio, segue alcuni giovani che si arruolano nell’aeronautica spinti dal sogno di diventare “uomini di guerra” e di combattere nel VRAEM, zona poco presidiata dallo Stato, teatro di un conflitto persistente e di violenze legate al narcotraffico.
Polonia: Fatherland di Pawel Pawlikowski
Già vincitore della categoria con Ida e poi candidato per la regia di Cold War, il maestro polacco torna con un film breve e abbagliante, in cui scandaglia il rapporto tra lo scrittore Thomas Mann e sua figlia Erika, attrice, giornalista e pilota di rally (Hanns Zischler e Sandra Hüller, in predicato di nomination).


Fatherland (2026)
Portogallo: The Scent of Things Remembered di António Ferreira
Un anziano veterano della guerra coloniale, costretto a trasferirsi in una casa di riposo, deve affrontare i fantasmi del suo passato bellicoso e stringe un legame inaspettato con la sua badante nera. Coprodotto con il Brasile, premiato al Festival di Shangai.
Repubblica Ceca: If Pigeons Turned to Gold di Pepa Lubojacki
Premiato alla Berlinale, è il documentario d’esordio della regista, che ha trascorso cinque anni a filmare suo fratello e i suoi cugini impegnati, come altri membri della famiglia, a combattere l’alcolismo mentre cercano una fissa dimora. Con video e vecchie foto, musica elettronica e interventi in AI.
Repubblica Domenicana: Melodrama di Andrés Farías
Il titolo dice tutto: dopo la morte del marito, una donna è costretta a ridimensionare il proprio tenore di vita e si trasferisce in un piccolo appartamento marittimo. Il trauma comincia a sciogliersi quando conosce l’operaio della porta accanto, ma la storia d’amore è ostacolata dalla società.
Serbia: Wanderlust di Nenad Pavlović
Dopo il suicidio del padre, un giovane artista intraprende un viaggio lungo il fiume alla ricerca di se stesso, della propria libertà artistica e personale, in questa stimolante produzione d'autore. Ispirato allo stile dell’Onda Nera jugoslava degli anni Sessanta.
Singapore: We Are All Strangers di Anthony Chen
Il regista chiude la sua trilogia di Singapore con la storia di una piccola famiglia che si allarga, chiamata a sfide enormi, di fronte a bivi che potrebbero determinare fallimenti o fortune. Grande melodramma popolare, che non rinuncia a una notevole riflessione sulle storture della società.
Spagna: La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi
Grande favorito non solo per un posto in cinquina ma anche in tutte le altre categorie (è il titolo forte che propone Netflix, distributore americano): epopea queer ispirata che intreccia le vite di tre uomini in tre epoche attraverso la sessualità e il desiderio, il dolore e l’eredità. Premio per la regia a Cannes.


La bola negra (2026)
Slovacchia: Flood di Martin Gonda
Un altro debutto alla regia, è il primo lungometraggio di finzione in lingua rutena: ambientato nel 1980, descrive la migrazione forzata del popolo ruteno a causa della costruzione del bacino idrico di Starina. Senza nostalgia né stilizzazioni, un period drama pieno di tensione e dolore.
Slovenia: Fantasy di Kukla
Ancora un’opera prima, ispirata a un cortometraggio della regista girato nel 2020, è la storia di tre amiche che esplorano le complessità del desiderio e della scoperta di sé grazie all’incontro con donna transgender di nome Fantasy. Presentato a Locarno nella sezione Cineasti del Presente (2025).
Svezia: Adult Supervision di Alex Schulman
Un altro esordio: tre padri accompagnano le loro figlie adolescenti in una turbolenta gita scolastica su un’isola remota, dove le tensioni aumentano rapidamente. Una commedia densa di umorismo nero che affronta le sfide della genitorialità moderna e la necessità di un nuovo modello maschile.
Svizzera: Who Is Still Alive di Nicolas Wadimoff
Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2025, è uno dei film incentrati sul genocidio palestinese: un documentario che “ritrae” Gaza con vernice bianca su un pavimento nero, mentre le voci di nove palestinesi raccontano le loro storie di sopravvivenza durante la guerra.
Taiwan: A Foggy Tale di Chen Yu-hsun
Una ragazza taiwanese viaggia verso nord per recuperare i resti di suo fratello, giustiziato dal Kuomintang. Stringe amicizia con un soldato locale e un conducente di risciò. Ambientato negli anni Cinquanta, epoca in cui i dissidenti politici erano perseguitati e sottoposti a legge marziale.
Thailandia: 9 Temples To Heaven di Sompot Chidgasornpongse
Dopo che una chiromante ha predetto la morte imminente della sua anziana madre, un uomo intraprende un pellegrinaggio di un giorno visitando nove templi per allontanare la maledizione. Un viaggio nel cuore degli splendori dell’architettura thailandese. Alla Quinzaine di Cannes 2026.
Turchia: Like A Limbless Tree di Tunç Davut
Un ingegnere in pensione dà dei soldi alla sua badante siriana affinché possa fuggire in Europa con i suoi due figli. Mentre l’uomo si prepara a ricongiungersi con la sua famiglia per una festività, la donna scompare, lasciando i bambini.
Ucraina: Traces di Alisa Kovalenko
Documentario coprodotto con la Polonia, è uno dei titoli più importanti dell’annata sulle conseguenze della guerra: dà voce a un sopravvissute ucraine alla violenza sessuale legata al conflitto e all’aggressione russa. La stessa regista ha subito un abuso durante la sua prigionia nel Donbass.
Ungheria: Silent Friend di Ildikó Enyedi
Un maestoso ginkgo biloba unisce tre personaggi e tre epoche in un affascinante e bizzarro viaggio nel tempo, in cui una delle più importanti registe ungheresi restituisce una misteriosa esperienza sensoriale per connetterci con la natura. Premio Mastroianni a Luna Wedler a Venezia 2025.
Uruguay: A Loose End di Daniel Hendler
Presentato a Venezia nel 2025, è una commedia thriller in cui un poliziotto argentina in fuga attraversa il confine con l’Uruguay e stringe amicizia con la gente del posto, mantenendo celata la propria identità. Dal regista di El abrazo partido, un film sulla possibilità di reinventarsi.
