"I codardi muoiono da soli". Lukas Dhont torna in concorso a Cannes quattro anni dopo il Grand Prix ottenuto con Close. Lo fa con l’opera terza Coward, primo film in costume del regista belga, e ci riporta nelle trincee della prima guerra mondiale, conflitto come ricorda il cartello in esergo che mobilitò 65 milioni di giovani in tutta Europa.
Pierre (Emmanuel Macchia) si è appena arruolato, desideroso di mettersi alla prova. Nelle retrovie, nella squadra addetta ai rifornimenti di cibo e attrezzature, Francis (Valentine Campagne) organizza spettacoli per tenere alto il morale dei soldati. Mentre i combattimenti infuriano, ognuno come può cerca di sfuggire alla brutalità della guerra, anche solo per un istante.

Con una maestria che sembra quella di chi da sempre ha maneggiato il genere bellico, Dhont ci getta sin da subito nella follia e nel fango di una routine insopportabile: la macchina da presa non arretra di un millimetro dal volto, dai corpi, dall’esibizione (forzata nel caso di Pierre, lo si intuisce in più di una piccola occasione) di una virilità cameratesca che è specchio e facciata dell’unica speranza di sopravvivenza in un contesto simile.

La trincea si abbandona perlopiù e solo per pochissimi minuti per andare a raccogliere i corpi dei commilitoni feriti a morte. Evitare di impazzire diventa ogni giorno più complicato: qualcuno si spara, qualcun altro – Pierre – tenta la via della ferita autoinflitta per allontanarsi dal massacro e poter così prendere parte agli spettacoli di Francis.

La tensione lugubre e mortifera della prima parte del film – smorzata proprio dai momenti abitati dal capocomico intento a organizzare con un altro manipolo di soldati (la banda dei reietti) quegli show en travesti – a poco a poco si trasforma in tensione omoerotica, trasportando il war movie verso i lidi del mélo tragico: Pierre (che prima di arruolarsi lavorava come fattore) e Francis (sarto nel prestigioso negozio del padre) iniziano a portare gli spettacoli negli ospedali militari illudendosi così di allontanarsi dalla guerra, e dalla morte. Lontani dalla trincea possono dare corpo al loro amore, ma quello stesso amore potrebbe mai esistere al di fuori della guerra?

Ancora una volta, dunque, Dhont ragiona sulle gabbie, i contesti entro cui le persone sono costrette non solo ad agire, ma soprattutto ad essere, il paragone con I segreti di Brokeback Mountain – lì erano cowboy degli anni ‘60, qui ragazzini trasformati in soldati dalla Storia – non è così peregrino e al netto di qualche flessione verso l’epilogo (comunque bello per trattenuta eleganza e apertura alla speranza), Coward conferma in maniera definitiva il grandissimo talento del regista belga, classe 1991.