Azucena oggi ha trent’anni, ma in adolescenza è stata una ginnasta promettente. Ora convive con un corpo fragile e i segni di vecchie ferite. Si divide tra l'assistenza agli anziani e la voglia di spiare un gruppo di ragazzi di una casa famiglia. Tra di loro c'è Julio: diciassettenne dallo sguardo carico di paura e speranza. Nonostante le differenze, tra i due scatta quasi subito un’affinità elettiva; eppure, quando il ragazzo tenta di sedurla, si scontra con una rivelazione assai destabilizzante.

L’opera terza di Ana Cristina Barragán è un canto di rara grazia sulla ricucitura degli affetti, un passo a due che non disperde mai la tenerezza e conserva la meraviglia verso esseri umani in cerca di redenzione. Convince la regia empatica e cadenzata dell'ecuadoriana classe 1989, attenta a significare silenzi, volti, sguardi sospesi e gesti fino a sospingersi ai confini di quel realismo magico così fondante per la cultura sudamericana. La cinepresa si mette sin da subito sulle tracce dell'implicito, del sotteso e dell'incerto per andare a scovare carsicamente nell'animo dei due protagonisti “qualcosa di disordinato nel desiderio, di irrisolto, edipico”.

Il risultato è un film dal passo felpato che sa resistere alla tentazione dell’oggettività per votarsi a una verità soggettiva e forse consolante, ma che doni una nuova possibilità a esistenze sradicate e in recesso emotivo.

Cinema come terapia, dunque, come il più classico strumento introspettivo di catarsi e liberazione che, all'incandescenza dei sentimenti, oppone una messinscena minimale che insiste sulle tonalità grigie e una recitazione sussurrata, soppesata e mai sovraeccitata, persino nei suoi picchi emotivi, inserita in una scacchiera visiva rigorosa e misurata. Scena dopo scena, la regista intarsia il suo mosaico di interni ed esterni, tra primissimi piani e campi lunghi, sguardi e vallate, tra mani e prati, tutti investiti di un preciso calore emotivo. Gli interni (le stanze dell'orfanotrofio, le camere da letto, la palestra e il casolare del finale) sono luoghi di cura, riparo e ricomposizione affettiva. Al contrario, gli esterni – eccetto l'eruzione vulcanica finale, chiaro presagio di rinascita – si configurano come luoghi sinistri di minaccia, smarrimento e dispersione.

Hiedra
Hiedra

Hiedra

Un simbolismo, intendiamoci, né innovativo né sbalorditivo – alla lunga il meccanismo mostra la corda e indulge in un certo didascalismo, come nel gioco di analessi e prolessi durante il ritorno di Azucena in palestra –, ma è una scelta poetica coerente, seguita fino in fondo con coraggio da una regista che conserva la meraviglia davanti alla fragilità di esseri umani gettati nell’anfiteatro del mondo.

Un’impostazione che esalta, inoltre, la prova istintiva del debuttante Francis Eddú Llumiquinga; il giovane indio dagli occhi tristi sa già, dentro una scena, liberarsi e controllarsi, sfogarsi e frenarsi, sciorinando tutta una gamma di emozioni che lo abitano – la paura, il desiderio, la sorpresa, la rabbia, lo stupore, l’amarezza – senza perdere la delicatezza. E la speranza.