Per qualcuno crescere significa affrontare il mondo, ma per altre persone, in certi contesti storici e geografici, significa difendersi dal mondo, se non proprio scappare da esso. Dua, secondo film di Blerta Basholli in gara alla Semaine de la Critique di Cannes 2026, gira intorno a questo nodo tematico.

Dopo aver fatto la storia del Sundance Film Festival con il suo primo film (La ruche, 2021) vincendo per la prima volta i tre premi principali del concorso internazionale, la regista kosovara racconta stavolta la storia di una ragazzina, la Dua del titolo, che nella Pristina di fine anni ’90, si ritrova tra le asperità dell’adolescenza e la violenza crescente dei serbi che si tramuterà nella guerra jugoslava e in particolar modo nella guerra del Kosovo, uno degli episodi più controversi della dissoluzione dei Balcani.

Per raccontare questa parabola, Basholli e la sceneggiatrice Nicole Borgeat, usano il judo, disciplina a cui la ragazza si affaccia nella speranza di poter reagire alle angherie di una comunità in cui i kosovari sono ospiti indesiderati, per non dire sgraditi, di poter controllare l’odio che cresce in famiglia contro gli oppressori: la casa come rifugio insufficiente, mentre il corpo e lo sfogo fisico e mentale come sopravvivenza.

Basholli è figlia di uno sguardo post-Dardenne, esaltato dalla prova di attrice della giovane esordiente Pinea Matoshi, in cui la camera si concentra sul movimento della protagonista, la segue lungo i luoghi del proprio conflitto interiore, trae intensità dalla sola esistenza di quel corpo che cerca di farsi spazio anche spingendo; al tempo stesso però, ha una propria personale urgenza stilistica, che trova forma nell’uso della musica e di canzoni estremamente fisiche, come il rock di Skunk Anansie, il metal dei Megadeth o il rap dei suoi compagni.

Dua è un film centrato proprio sullo spazio da conquistare, quello ideale e spirituale dell’adolescenza, quello politico dentro il gruppo sociale ed etnico, quello fisico di palchi e tatami, e quello che viene occupato dalla Storia nel corso del film, invadendo il campo e rubandolo violentemente alla vita, in un modo cinematograficamente efficace, sottilmente straziante, che mette in discussione ogni certezza morale che il film ha espresso fino a quel momento.