Russia, settembre 2022, la mobilitazione parziale chiamata da Putin spariglia la società. C’è chi parte, per non finire al fronte in Ucraina, per Georgia, Armenia, e chi resta. Uomo d’affari di un certo successo, Gleb (Dmitriy Mazurov) resta, in una cittadina di provincia, con la moglie Galina (Iris Lebedeva) e il figlio. Non è per la salvezza: i problemi occupazionali mordono, l’instabilità globale non aiuta, e c’è di più. La moglie, viene a sapere per interposto investigatore, lo tradisce, con un più giovane fotografo: la vita gli crolla, la violenza monta, l’individuo si fa specchio della Russia in guerra, laddove Gleb perfezionerà la propria “operazione speciale”.

Lontano dal cinema da nove anni, Loveless (2017), sopravvissuto, quaranta giorni di coma indotto e un anno di clinica in Germania, al Covid, quindi riparato in Francia, Andrej Zvjagincev è tornato dietro la macchina da presa per Minotaur, in Concorso a Cannes 79.

Non è il suo migliore, davanti ha almeno Il ritorno (2003) e Leviathan (2014), ma è un buon film: Minotaur assevera che la responsabilità penale, e prima morale, è individuale, al contempo, che la società indirizza, il sistema comanda, l’andazzo, ehm, mobilita. Drammatizziamo, non è solo questione di corna, ma il precipitato di uno spazio e un tempo di guerra, laddove la legge è del più forte, la chiamata di un superiore vanifica la camera di sicurezza – e chissà se anche quella di un cineasta.

Occhio per dente, Gleb s’apparecchia l’impunità, e anche qui il contagio è diffuso, Galina – è triste, ma non riesco a esimermi – rimane nel pollaio, che il privilegio ha un prezzo, una vacanza paga, e lo stare in trincea è altrove.

La professione di Gleb era già il pericolo, ma prenderà un’altra piega, a immagine e somiglianza di un Paese intero, rispetto al quale Zvjagincev prende posizione, morale, con la propria camera: la mostruosità non è altro che un modus operandi dinnanzi al rischio, al danno, l’esecuzione si reitera, dobbiamo supporre, per Gleb e mille plotoni, mors tua, ancorché non garantisca vita mea, rimane la migliore opzione disponibile.

Manca a Minotaur la vastità e la profondità, ovvero la complessità, di Leviathan, gli è, anche comprensibilmente, estranea la bellezza formale del Ritorno, forse l’economia dei mezzi è davvero di guerra, ma l’autore russo classe 1964 non recede dal dire del mondo e mostrare dell’uomo, in virtù di un cinema umanista, anche se non ineluttabilmente per sottrazione dall’umano.
C’è, per altre latitudini e temperature, della commedia all’italiana, dei Mungiu e Porumboiu che furono, con l’evidenza del reato - del delitto senza castigo.

Malgrado il minotauro, di tragedia greca no, nemmeno l’ombra: la realtà stessa le ha messo le corna.