“Non desiderare la roba d'altri”. Otto anni dopo il meraviglioso, indimenticabile Burning, Lee Chang-dong torna dietro la macchina da presa e non fa mistero, con tanto di esergo e dedica in chiusura, di guardare al Decalogo, 10 di Krzysztof Kieślowski.

È uno spunto simbolico, dal quale il regista sudcoreano amplia il discorso per poggiare il suo sguardo su due coppie sposate. Da una parte un lavoratore che è stato licenziato e la sua compagna, dall’altra una regista di documentari e il suo facoltoso marito: le loro strade si incrociano durante la realizzazione di un documentario, portandoli a confrontarsi con vite diverse e desideri inespressi.

È un film che porta a galla una doppia ipocrisia nascosta, Possible Love (targato Netflix e titolo scelto per la corsa all'Oscar dalla Corea del Sud), quella della lotta di classe e quella di chi dovrebbe essere deputato a raccontare la vita e i diritti calpestati dei lavoratori: sebbene abbastanza smaccata, la tesi portata avanti da Lee Chang-dong (che torna in concorso a Venezia 24 anni dopo Oasis) viene però inscritta in un'opera altamente stratificata e avvolgente, dalla durata significativa (164') ma non per questo punitiva. 

Soprattutto, tanto il regista quanto i suoi attori (Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong) riescono nella non facile impresa di costruire un affresco ricco di sfaccettature grazie alla complessità e alla profondità di caratteri mai restituiti banalmente.

Il regista Lee Chang-dong - Courtesy of Netflix
Il regista Lee Chang-dong - Courtesy of Netflix

Il regista Lee Chang-dong - Courtesy of Netflix

Anche per questo Possible Love – ispirato al licenziamento del 2009 di oltre duemila dipendenti della SsangYong Motor Company, che portò a un'occupazione della fabbrica di quasi tre mesi da parte dei sindacati e terminata con l'intervento della polizia, il suicidio di molti operai o loro familiari e numerosi procedimenti legali durati tutto il decennio seguente, conclusisi a favore dell’azienda – sfugge a qualsiasi facile manicheismo, disinnescando fin dall'inizio i cliché del dramma sociale.

Al contrario delle solite rappresentazioni schematiche sulla disuguaglianza – dove le élite sono carnefici grotteschi e gli emarginati vittime sacrificali dalla purezza immacolata – Lee Chang-dong (che ha impiegato anni per capire come poter raccontare questa storia, proprio perché temeva di mancare di rispetto al dolore di chi l’ha vissuta) sceglie la strada più ardua del chiaroscuro morale, dei sentimenti ambigui, della colpa condivisa e sfumata.

Il "desiderio della roba d'altri", che fa da architrave tematico, non si limita alla mera e superficiale invidia materiale del lavoratore estromesso dalla fabbrica verso l'opulenza della documentarista. Al contrario, si insinua in modo molto più subdolo e perverso nell'animo dell'intellettuale borghese.

La regista Ye-ji, interpretata da Cho Yeo-jeong (non a caso protagonista anche di Parasite, sempre nei panni della ricca padrona di casa), nel suo presunto slancio di empatia e denuncia civile, finisce progressivamente per bramare, cannibalizzare e vampirizzare il dolore puro, la disperazione autentica del suo soggetto. Il documentario in fieri diventa così un atto di appropriazione indebita: l'espropriazione di una tragedia altrui per trasformarla in capitale culturale, in standing ovation nei festival internazionali, in facile consenso da salotto.

© 2026 Netflix, Inc.
© 2026 Netflix, Inc.
Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Courtesy of Netflix © 2026 (Courtesy of Netflix)

Il lavoratore licenziato, Ho-seok, al quale Sul Kyung-gu presta un corpo stanco, precocemente invecchiato e incurvato sotto il peso di una dignità costantemente minacciata, accetta infine di farsi riprendere per un misto di disperazione e flebile speranza di giustizia. Si innesca così una dinamica di potere in cui il confine tra consenso, rappresentazione e sfruttamento si fa sempre più labile, fino a svanire. È qui che il cineasta sudcoreano affonda il suo sguardo: cosa significa davvero “documentare” la sofferenza? Fino a che punto l'arte può arrogarsi il diritto di estetizzare il trauma di chi non ha gli strumenti per difendersi? La videocamera della regista scruta la miseria con una precisione che disturba, e Lee Chang-dong ci costringe a guardare lei che guarda loro, rendendo noi spettatori complici silenti di questo voyeurismo del dolore.

Nel frattempo, il riverbero di questa collisione etica fa collassare le dinamiche di coppia su loro stesse, fungendo da cassa di risonanza per tensioni sopite da anni. Il facoltoso marito della regista, Sang-woo, incarnato da un glaciale ma sotterraneamente vulnerabile Zo In-sung, osserva l'ossessione della moglie con un misto di distacco snobistico e latente gelosia. L’uomo rappresenta quel capitale finanziario puro, asettico, che non ha nemmeno bisogno di sporcarsi le mani con l'impegno civile o con l'arte per esercitare il proprio pacifico dominio sul mondo.

Dall'altra parte Mi-ok, la compagna del lavoratore (Jeon Do-yeon) si erge a baricentro morale dell'intero racconto. È una donna ottimista e pragmatica, che sprona il marito a riaprirsi verso il mondo (lui rifiuta gli incontri di gruppo con la psicoterapeuta, trovando nell’alcol l’unica consolazione), e abbraccia dapprima con positività l’idea di raccontarsi e di raccontare la loro storia alla documentarista. Ma a poco a poco capirà che certe ferite, se esposte alla luce artificiale dei riflettori, non possono che infettarsi ulteriormente, trasformando il vissuto in farsa.

Possible Love. (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok, Cho Yeo-jeong as Ye-ji, Zo In-sung as Sang-woo of Possible Love. Courtesy of Netflix.
Possible Love. (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok, Cho Yeo-jeong as Ye-ji, Zo In-sung as Sang-woo of Possible Love. Courtesy of Netflix.
Possible Love. (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok, Cho Yeo-jeong as Ye-ji, Zo In-sung as Sang-woo of Possible Love. Courtesy of Netflix.

Farsa che raggiunge il suo apice nell’ultima parte del film, quella ambientata nella lussuosa casa sull’oceano dove i ricchi ospitano l’altra coppia: è lì che Ho-seok riesce finalmente ad aprirsi (capiremo così il perché della rabbia nei confronti dei suoi ex colleghi e dell’ipocrisia con cui spesso vengono portate avanti certe battaglie) e, contemporaneamente, Mi-ok si “mette a nudo” per riabbracciare attraverso il mare l’illusione di un attimo, come quello che da bambina i suoi occhi catturavano nei fasci di luce che si intrecciavano ai getti d’acqua: la regista non capisce che di fronte a quello sfogo così reiterato è forse il caso di spegnere la videocamera, il marito di lei, contestualmente, tenta invano di “catturare” quel corpo tra le onde...

Ecco allora che torna il rimando a Kieślowski, che viene riletto, tradito e sublimato in chiave iper-moderna: la colpa, oggi, non riguarda più l'appropriazione illecita dei beni materiali, ma il furto sistematico dell'identità, della narrativa personale, dell'anima stessa di chi si trova ai margini della Storia. E Lee Chang-dong, sebbene con un film meno folgorante di Burning, ci ricorda quanto nel mercato delle emozioni, il dolore altrui è forse l’ultimo, sacro limite da non oltrepassare.