Se è vero che l’arte è per statuto lo spazio ideale in cui approntare una riflessione sul rapporto tra verità e menzogna, allora quella contemporanea lo è in un modo anche più evidente, perfino sfacciato, capace com’è di interrogare la nostra comprensione dei testi, il legame con gli oggetti e le esperienze, l’eco della performance nel nostro orizzonte. Nina Roza interroga questo tema incrociandolo con la questione estremamente contemporaneo dello spatriamento, la condizione di chi non ha mai fatto pace con i fantasmi del passato che abitano nei luoghi d’origine.

Al centro del film della canadese Geneviève Dulude-de Celles, in Concorso a Berlino 76, c’è un esule, Mihail, che ha lasciato la Bulgaria negli anni Novanta dopo la morte della moglie, approdando a Montreal insieme alla figlia, Roza. Affermatosi come perito specialista di arte francese e contemporanea soprattutto al servizio di ricchi collezionisti, Mihail viene incaricato di autenticare l’opera di una bambina prodigio, l’ottenne bulgara Nina, i cui dipinti sono diventati virali online.

Malgrado i tentennamenti, Mihail vola nella sua terra natale dopo trent’anni d’assenza e s’imbatte in un fenomeno: una bambina troppo matura, che lo scuote profondamente giacché gli ricorda sua figlia Roza alla stessa età. Più che un incantesimo, è come se si ritrovasse dentro una performance, in cui la bambina esiste per mettere in crisi le certezze dell’astante, instillare il germe del dubbio, trasfigurare lo spaesamento del protagonista. Ma l’epifania di Nina non ha solo una funzione catartica, perché in lei alberga il mistero tanto del gesto (è davvero l’autrice dei quadri? È stata aiutata da qualcuno?) quanto dell’effetto (perché si rivela così perturbante? Perché Mihail si lascia travolgere da lei?).

Opera visibilmente teorica e a scatole cinesi, Nina Roza – titolo che è già una parafrasi – è un teorema in cui Dulude-de Celles torna a confrontarsi con l’enigma dell’infanzia dopo il suo cortometraggio d’esordio, La Coupe, un quarto d’ora incentrato sulla relazione tra una bambina e suo padre (premiato al Sundance nel 2014), ma anche dell’opera prima Une colonie, che inquadrava la ricerca interiore di un’adolescente (Orso di Cristallo alla Berlinale del 2018).

Nina Roza alza la posta: l’inchiesta è poetica, l’approccio rivendica una consapevolezza linguistica, la regia fluttua con movimenti che sembrano tradurre gli scompigli nella testa di Mihail, i simboli sono dosati senza eccessi (le cornici, i muri, l’archeologia domestica, gli incontri che potrebbero diventare installazioni), i temi non fanno prigionieri (l’identità, l’esilio, l’idea di casa). Nel cast il teatrante Galin Stoev, le sorelle Ekaterina e Sofia Stanina, la nostra Chiara Caselli (che ci ricorda ancora una volta quanto il nostro cinema sia incapace di valorizzare un talento così acuminato), nella coproduzione con Canada, Bulgaria e Belgio c’è una partecipazione italiana con Lorenzo Fiuzzi e Bardo Tarantelli. L’ambizione qua e là non regge il peso ma Nina Roza è un viaggio affascinante e complesso.