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Everytime (2026)
Il cinema è da sempre una questione di fantasmi. Ogni immagine è il ritorno di qualcosa che non è più. È il caso di Everytime. Il film di Sandra Wollner che concorre in Un Certain Regard, più che il lutto racconta il modo in cui continua a trattenersi chi è già andato. Jessie muore, ma non scompare davvero. Rimane. Gesti ripetuti, spazi, stanze, video, VHS, immagini ed immagini che continuano a riaffiorare tra i vivi. Il fantasma è una forma della memoria.
Lux (Tristan López) e Jessie (Lotte Keiling). Diciassettenni, berlinesi. Non si può essere seri a diciassette anni, sosteneva Arthur Rimbaud. Prendono delle pastiglie, salgono sul tetto di un palazzo, arriva l’alba, Lux si addormenta, Jessie si sporge, cade nel vuoto, muore. Restano sua madre Ella (Birgit Minichmayr), sua sorella Melli (Carla Hüttermann) e una voragine. Finché, nelle loro vite, ricompare Lux.
Classe 1983, terzo lungometraggio, sperando che almeno questo esca in Italia, Sandra Wollner è la conferma che il cinema tedesco sta bene. Notevole la maturità con cui prende un tema non nuovo da una prospettiva spiazzante. Il trauma, questo campo di forze che altera gli spazi, le distanze tra i corpi, i tempi morti, le immagini residue.


Everytime (2026)
Un film che procede per scarti, per vampate improvvise. Lacerazione, ricomposizione, trasformazione. Ogni snodo uno scossone. Non è mai quel che credevamo di stare osservando. La questione non è il lutto, ma la possibilità di convivere con una morte priva di senso, senza nemmeno colpevoli.
Approccio che si rivela pian piano, attraverso l’esplorazione dello spazio filmico. Wollner costruisce una tensione continua tra corpi e ambiente. La superficie apparentemente ordinaria delle cose e il buco nero di una ferita sempre aperta. La frattura, originaria e insanabile, viene disseminata nel quotidiano: da una partita a Minecraft alla lattina che scivola nel distributore automatico, ogni movimento verso il basso, ogni vuoto, ogni prospettiva verticale ripete la caduta iniziale.
L’evento scatenante è anche principio formale del film. La sequenza sui tetti di Berlino magistrale. Wollner lavora sulla profondità di campo per creare prima una sospensione quasi statica, poi un’improvvisa ampiezza, una vertigine che non viene mai enfatizzata.
Uguale sul piano temporale. Il prologo getta le basi del tutto che verrà dopo. Il film deflagra lentamente, crepa dopo crepa. Pochi elementi continuamente richiamati risuonano nello spettatore. Accumulo e alterazione. E una tensione non in attesa di qualcosa ma per la sensazione che qualcosa - il reale? - stia perdendo definizione, stabilità.


Everytime (2026)
Luce, suono, spazio, il sole di Tenerife nel finale ha qualcosa di epifanico. Fa vedere, non fa vedere, confonde, acceca. È materia e spettro. Come l’elemento videoludico di Minecraft. Come per la reiterazione e l’incarnazione delle sole immagini ancora “fruibili”, quelle VHS. Il lutto, non potendo più abitare il mondo così com’è, comincia ad alterarne le regole.
Magnifiche le interpretazioni, su tutte quella di Birgit Minichmayr, madre trattenuta, opaca, devastata. Molto belli i momenti più intimi, il campo/controcampo sfasato tra lei e la figlia sul binario dei tram, grande sensibilità di taglio, economia di ripresa, tutta la fragilità dei legami rimasti che esplode.
Sopravvivenze, non perdite. Un film capace di muoversi nel campo minato dell’ineffabile e del sospeso, senza mai perdersi. Di fenditure, abbagli, vertigini, segni. Uno, importante, lo ha già lasciato, in noi.



