PHOTO
The Dreamed Adventure (Das geträumte Abenteuer)
C’è ancora la Bulgaria (o quello che ne rimane) al centro del nuovo film della tedesca Valeska Grisebach, che nel 2017 aveva portato Western in Un Certain Regard. Stavolta – e con enorme merito – fa il suo esordio in concorso al Festival di Cannes con The Dreamed Adventure (Das geträumte Abenteuer).
Film di frontiera – ambientato tra Svilengrad e il sito archeologico di Matochina, al confine con la Turchia – dall’andamento carsico, fluviale nella durata (167 minuti) ma dalla fluidità insperata, popolato da innumerevoli facce e personaggi incredibili, apparentemente “di passaggio” ma ognuno dei quali a loro modo fondamentali per lo sviluppo e la tenuta della narrazione: abitanti, trafficanti, memorie storiche di luoghi fatti di strade sterrate, abitazioni fatiscenti, costruzioni abbandonate e locali memorabili sparsi nel nulla di una terra figlia del collasso del comunismo e ora preda delle mafie locali.
In questo quadro seguiamo dapprima l’incedere on the road di Said (Syuleyman Letifov), che torna a Svilengrad per incontrare il nuovo boss e chiudere un affare sul contrabbando di carburante. Gli rubano la macchina, una Passat del ‘95 (quanta meravigliosa poesia) ma fortuna vuole che ritrova Veska (Yana Radeva), una vecchia amica (o forse qualcosa di più), che si offre di aiutarlo e lo porta con sé al sito dove lavora come archeologa. Mentre si riavvicinano, Veska viene trascinata sempre più nel torbido mondo da cui Said è emerso, con l’uomo che di punto in bianco scompare nel nulla.
È lo scarto con cui Grisebach ci fa capire che la vera protagonista del film è Veska, tornata anche lei nei luoghi natali “semplicemente” per motivi di lavoro ma spinta ad uno scavo che non sarà più, non solo, quello di matrice archeologica.
Nascoste dalla sabbia del tempo emergono antiche monete, magari appartenenti all’epoca ottomana, nel peregrinaggio quasi sempre notturno della protagonista (straordinaria non attrice professionista, Yana Radeva, come tutto il resto del cast) inizia a far capolino dalle macerie di un’altra epoca (“l’age d’or degli uomini” come la definisce il boss storico, Ilya, tempi che invece per Veska erano quelli delle violenze subite) l’intreccio malato di criminalità e altre aberrazioni che altro non sono se non l’eredità di quegli anni appena successivi alla caduta del Muro.
Con libertà di sguardo e una rara capacità di osservazione, Valeska Grisebach sguinzaglia la sua archeologa nei meandri marginali di un vissuto che è Europa ma che continua a non saperlo, o non volerlo, costruendo un film che è insieme storia e geografia, nel buio di vicoli sperduti e nelle tavolate notturne dove ognuno ricorda il passato mentre è ingabbiato in un presente senza luce.
La speranza è nell’ostinazione di una donna come Veska, capace di mettersi in ascolto con chiunque e di non temere nessuno, per salvaguardare quel poco che rimane della dignità umana.



