Tra i registi africani più apprezzati a livello internazionale, il chadiano Mahamat-Saleh Haroun continua ad aprire squarci sulle vite di un popolo invisibile agli occhi di noi occidentali, raccontandone il baratro dell’autodistruzione, la povertà irrimediabile, le tragedie innescate dal radicato sistema patriarcale. E però non manca di sollevare gli occhi per un ultimo, umanissimo appello alla speranza. Soumsoum, the Night of the Start (titolo originale: Soumsoum, la nuit des astres), in Concorso a Berlino 76, ci riconsegna il rigore estetico e l’etica umanista di un autore che, stavolta, ha bisogno di muoversi sul confine tra visibile e invisibile per inquadrare un difficile percorso di emancipazione e l’autodeterminazione di una giovane donna che non ci vuole sottostare alle regole imposte dagli uomini autoritario.

Mentre il villaggio in cui vive con il padre e la sua nuova moglie viene devastato da un diluvio, la diciassettenne Kellou si rende conto di aver ricevuto poteri soprannaturali che non riesce a comprendere. Haroun lo testimonia non solo aderendo alla sua soggettiva, ma anche introducendo il film con un misterioso vecchio del villaggio del Ciad che ricorda il momento, nel 2024, quando le nuvole si scontrarono con le montagne, innescando proprio quelle piogge devastanti. È un segnale che indica la via che intende battere Haroun: tutto è connesso, la natura con le persone, ciò che ci è chiaro non può esistere senza le cose che non sappiamo spiegare.

In questo percorso di accettazione del dono, riposizionamento esistenziale e presa di coscienza della propria responsabilità, Kellou si lega ad Aya, una quarantenne che sa del potere della ragazza, giacché era presente durante il suo parto che costò la vita alla madre, morta dissanguata. Poiché è nel mirino del gruppo di maschi del villaggio, che l’accusa di portare sfortuna e arriva perfino a lapidarla per la colpa di aver attirato il diluvio, Aya si impegna ad accompagnare Kellou nel suo percorso di scoperta: alla ragazza, infatti, spetta il compito di mantenere vivo quel mondo mistico e panteistico che le leggi del villaggio non vogliono vedere.

Per plasmare le visioni della protagonista, Haroun – che Cinematografo e l’Ente dello Spettacolo hanno omaggiato con il Premio Bresson nel 2010 – sceglie un realismo magico di scarno esotismo e nitida trasparenza, osando qualche artificio tradizionale (le sovrapposizioni) e preferendo una grammatica più semplice (i controcampi come scarti tra le epifanie e il ritorno alla realtà), senza la capacità di spingersi davvero nella costruzione di immagini in grado di trascendere il reale. Al contrario di altri autori più freschi, pensiamo a Lemohang Jeremiah Mosese, Haroun crede nella pura narrativa (il vecchio dell’incipit, i momenti d’impatto, i didascalismi) più che in una forma ibrida in cui la tensione romanzesca si mescola alla ricerca saggistica. Curiosamente, come nel film di Mosese This Is Not a Burial, It’s a Resurrection, anche Soumsoum, the Night of the Stars si confronta con il tema della degna sepoltura dei morti: “i morti ci vedono” dice Aya, “chi non seppelliamo ci perseguita” ricorda l’anziano, onorare un cadavere vuol dire fare pace con la sua assenza e permettergli un riposo pacifico.

Pur aderendo umanamente all’impresa di Kellou, Haroun sembra appassionarsi di più quando in scena c’è il padre di Kellou (un emigrato integrato nel patriarcato locale fintantoché non si ribella dopo aver capito che la figlia non mente sulle visioni), quasi come se il vero obiettivo del suo film non fosse nella notte delle stelle ma nella notte dell’umanità, nel rituale della violenza, nel quotidiano del conflitto. E non si tira indietro quando si tratta di offrire una bella immagine e a quell’estetica delega la misura di una storia sospesa tra secca brutalità e realismo magico (la fotografia di Mathieu Giombini è un po’ compiaciuta quando si ritrova di fronte a un paesaggio da western, come fossimo nella Monument Valley).

Ma il suo film, così sobrio ed evidentemente spirituale, attraversato da interpretazioni teatrali nella gravità delle parole e nella forza declamatoria, perde di slancio via via che ci avviamo verso il finale, quando il regista si affida soprattutto a immagini d’impatto (la ragazza con il carretto, la roccia che si muove, l’aquila che vola, l’irruzione delle apparizioni, il volto della madre). Alla fine il rischio è che resti solo un pensiero, forse il peggiore considerando la densità tematica e l’ambizione narrativa: “bella la fotografia”.