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Elephants in the Fog @ Underground Talkies Nepal - Les Valseurs - DGS
In un villaggio nepalese immerso nel cuore di una foresta abitata da elefanti selvatici, Pirati (Pushpa Thing Lama), la matriarca di una comunità Kinnar, sogna di fuggire per vivere con l'uomo che ama. Ma quando una delle sue figlie scompare, deve indagare e scegliere tra il suo desiderio di libertà e le sue responsabilità verso la comunità.
Primo film nepalese nella storia del Festival di Cannes, Elephants in the Fog – selezionato in Un Certain Regard – segna anche l’esordio alla regia di Abinash Bikram Shah.
Con sguardo a metà strada tra il cinema di matrice etnografica e il realismo magico, il film ci porta all’interno del secolare paradosso vissuto da questa comunità transgender: come gli elefanti venerati dall’Induismo ma tenuti a distanza per evitare le loro razzie, le donne della comunità sono ricercate per i loro rituali e le loro benedizioni, ma la loro esistenza viene tenuta ai margini della società “civile”.
Abinash Bikram Shah porta dunque in superficie questo microcosmo resiliente, mostrandoci la quotidianità e le dinamiche di una famiglia che nasce per scelta, “un legame che non si basa sul sangue ma sulla condivisione di bisogni, cura e amore”.
E, come detto, attraverso la sparizione di una di loro, Apsara (Aliz Ghimire), il regista mette in moto un apparato thriller che finisce per dare risalto alla profonda contraddizione, all’ipocrisia imperante di cui sopra: di fronte all’insistenza di Pirati per cercare di capire che fine abbia fatto Apsara (c’entra ovviamente il rapporto con un uomo locale) la facciata di tolleranza a poco a poco si incrina e cresce l’ostilità degli abitanti del villaggio.
È un film, Elephants in the Fog, che sa evitare con cura le trappole del ricatto emotivo e le sirene dell’esotismo d’accatto, ma soprattutto che sa mantenere coerente quel rapporto di tacito rispetto con l’oggetto al centro della sua narrazione, la precarietà che sono chiamate a vivere le minoranze di genere.
E quando la tensione giunge al suo culmine, Abinash Bikram Shah sa anche come svincolarsi dalle logiche dei finali paludati, dirottando l’opera verso un finale né conciliante né tragico, ma di grandissimo impatto, soprattutto simbolico. La nebbia non potrà più nascondere gli elefanti.



