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Ulya - Foto Andrejs Strokins /EgoMedia
Deceduta lo scorso 8 gennaio a 73 anni, Ulyana Semjonova è stata una leggendaria cestista sovietica, due volte campionessa olimpica, 3 volte mondiale, 10 volte europea, con la squadra di club TTT Riga 15 volte campionessa nazionale e 11 volte vincitrice della Coppa dei Campioni.
Giocatrice e donna fuori dall’ordinario – 213 cm d’altezza, 130 chilogrammi di peso, taglia 58 per le calzature – la Semjonova viene ora raccontata nel nuovo film del regista lettone Viesturs Kairišs, Ulya, ospitato in Un Certain Regard al Festival di Cannes (in sala Debussy era presente anche il connazionale Gints Zilbalodis, che l’anno scorso nella stessa sezione presentò l’acclamato Flow, poi vincitore di Golden Globe, Oscar e César per il miglior film d’animazione).
Progetto nato da un’idea dell’attore Kārlis Arnolds Avots, che ha poi scritto la sceneggiatura insieme a Livia Ulman e Andris Feldmanis, il film vede lo stesso Avots interpretare la giovane Ulya: un “vizio di forma” che potrebbe prestare il fianco a qualche polemica (non esistevano attrici in grado di interpretare un personaggio femminile?) ma “benedetto” dalla stessa Semjonova, per ammissione dell’attore: “Era la mia vicina di casa, ed è diventata mia amica. La sua vita mi sembrava più avvincente di qualsiasi altra storia avessi mai letto. Si fidava di me, e io sentivo una responsabilità personale nei suoi confronti”.


Ulya
Quattro anni dopo January, Kairišs prosegue nel solco del period drama, stavolta di matrice biografica, e torna agli anni della giovinezza di Ulyana, adolescente affetta da acromegalia, una disfunzione dell’ormone della crescita: alta quasi due metri, cresce in una fattoria isolata della Letgallia, in un’umile famiglia appartenente al movimento religioso dei Vecchi Credenti.
Siamo a metà degli anni 60, l’altezza della ragazza viene notata da alcuni allenatori di basket che la invitano a trasferirsi a Riga per entrare a far parte della squadra giovanile lettone. Ma i dubbi sulla propria identità e la sofferenza per quella evidente anomalia fisica non la abbandonano, per la piena consapevolezza di sé e per diventare la migliore giocatrice di basket al mondo c’è bisogno di altro tempo.
Formalmente elegantissimo, con un bianco e nero ingabbiato nell’aspect ratio 1.33:1, Ulya è un classico romanzo di formazione incentrato sul difficile processo di accettazione da parte di una ragazza fisicamente diversa dalle altre, destinata poi a diventare leggenda.
Kairišs ha l’innegabile merito di non appiattire esteticamente il racconto ma allo stesso tempo sembra ossessionato dalla continua ricerca di cambi di luce e trasfocate (con vari momenti che richiamano le ombre degli horror espressionisti), quasi a dover rimarcare più del dovuto i tormenti interiori che accompagnano la crescita del personaggio protagonista, momenti contrappuntati (troppo spesso) dalle musiche dei Puuluup, duo estone di folk psichedelico, a tratti più invadenti che funzionali.
E la sensazione che il bello e ricercato rischi di sfociare nel manierismo bussa spesso alla porta.



