La guerra non ha un volto di donna, ammoniva la scrittrice e Premio Nobel Svjatlana Aleksievič nel suo capolavoro letterario del 1985, opera che raccoglieva le voci e le testimonianze dirette delle donne sovietiche impegnate nel secondo conflitto mondiale.

Da questo assunto prende le mosse Woman Unknown (Kvinde Ukendt), il nuovo lungometraggio della danese May el-Toukhy, che insieme a Rachel Szor (coregista di NAZA) rappresenta le registe donne in Concorso a Venezia 83. L'autrice espande quella riflessione originaria e la cala in un contesto geografico differente, ma accomunato dalla medesima scure patriarcale: la Danimarca dell’immediato dopoguerra.

Il risultato è un’opera di notevole potenza espressiva, che squarcia il velo di ipocrisia che ammanta le narrazioni ufficiali della Liberazione, per concentrarsi su chi, in quella ritrovata pace, ha paradossalmente trovato un nuovo inferno.

Siamo nei giorni incerti e turbolenti che seguono la capitolazione nazista. L'Europa intera è attraversata da un fremito di ottimismo, un'euforia collettiva che, tuttavia, cela un vuoto normativo e morale spaventoso. In questo scenario si muove Marie (Mathilde Arcel, ottima).

Woman Unknown - Credits Andrejs Strokins
Woman Unknown - Credits Andrejs Strokins

Woman Unknown - Credits Andrejs Strokins

Domestica e bambinaia, Marie è a un passo dal coronare un sogno di riscatto sociale: sta per sposare Christian (Carsten Bjørnlund), il suo ricco datore di lavoro, proprietario di una fabbrica di guanti, un vedovo che le offre la possibilità concreta di smettere i panni della serva per indossare quelli, ben più influenti, della signora della casa. Tutto, nella sua vita, sembra ormai proiettato verso un futuro radioso, una palingenesi personale che corre di pari passo con la ricostruzione del Paese.

Eppure, un’ombra lunga e minacciosa incombe su di lei: durante l'occupazione, Marie ha avuto una relazione sentimentale con un soldato tedesco. Un segreto inconfessabile che, nell'anarchia giustizialista del dopoguerra, rischia di presentare un conto salatissimo, mandando in frantumi la nuova esistenza che si è faticosamente costruita.

Woman Unknown - Credits Jasper Spanning
Woman Unknown - Credits Jasper Spanning

Woman Unknown - Credits Jasper Spanning

È esattamente in questa faglia morale che si inserisce il film di May el-Toukhy, trasformando il dramma storico in una sorta di thriller psicologico. La regista esplora con coraggio e lucidità il tema del corpo femminile come perenne campo di battaglia. Le donne come Marie, etichettate con disprezzo come “collaboratrici orizzontali”, divennero il capro espiatorio perfetto per una nazione che aveva urgenza di lavare le proprie coscienze silenti. Nel film emerge con forza dirompente la feroce ipocrisia di una società in cui il rinvigorito patriottismo si nutriva dell'umiliazione pubblica del genere femminile (e in un paio di sequenze quell’orrore viene ben rappresentato).

Il comportamento sessuale delle donne, le loro scelte di sopravvivenza o le loro naturali pulsioni di desiderio, venivano declassati a oltraggio all’identità nazionale. Cittadini comuni, costituitisi in veri e propri tribunali del popolo, si sentivano in diritto di perseguitare, denudare e punire chi aveva fraternizzato con il nemico. Una violenza efferata che sanciva uno stigma incancellabile, destinato a segnare queste donne per il resto della vita.

Di fronte a questa minaccia imminente, Marie non resta una vittima passiva o bidimensionale. Al contrario, è disposta a tutto pur di difendere lo status conquistato, anche al punto di mettere in pericolo la vita di altre persone innocenti.

Woman Unknown - Credits Jasper Spanning
Woman Unknown - Credits Jasper Spanning

Woman Unknown - Credits Jasper Spanning

L’impianto del film (prodotto dalla Nordisk, società di produzione fondata nel 1906 e la più antica a non aver mai interrotto la propria attività) è rigoroso e glaciale ma non per questo anodino. La freddezza geometrica delle inquadrature, la palette cromatica desaturata che caratterizza i lussuosi interni borghesi in cui Marie si muove, mondo caratterizzato da convenevoli imbalsamati e ridicoli, diventano la gabbia formale perfetta per racchiudere un magma emotivo letteralmente incandescente. La regia non concede sconti emotivi, non scivola mai nel facile melodramma o nel ricatto morale, mantenendo piuttosto una distanza clinica che, paradossalmente, amplifica a dismisura l'empatia e l'angoscia nello spettatore. È una tensione tutta sotterranea, trattenuta nei silenzi prolungati, nei rumori fuori campo del mondo esterno, nei corridoi di una dimora che sembra farsi sempre più stretta man mano che il passato bussa prepotentemente alla porta.

La figura della protagonista, Mathilde Arcel, viene spesso colta attraverso i vetri smerigliati delle porte, inquadrata nel riflesso di qualche specchio. L'attrice lavora sui micro-movimenti del volto, sugli sguardi furtivi, su una postura fisica che tradisce la perenne allerta di chi si sente braccato pur indossando abiti eleganti, incarnando la dicotomia del suo personaggio: una donna proiettata con tutte le sue forze verso un futuro migliore ma costantemente inseguita da un segreto indicibile, costretta a una dissimulazione estenuante per non perdere se stessa.

La sua Marie non chiede la nostra compassione, semmai la nostra comprensione: non rivendica una purezza immacolata, ma il diritto elementare di non essere macellata sull'altare di una morale pubblica ipocrita, sciovinista e fallocentrica, rappresentata perfettamente dalla figura silenziosa e ieratica del suo futuro consorte.

Attraverso la dolorosa odissea privata della sua protagonista, May el-Toukhy ci consegna un monito di dolorosa attualità. Il controllo, la punizione e la violenza esercitata sul corpo e sul desiderio femminile non sono retaggi chiusi nelle pagine sbiadite del Novecento, ma dinamiche di potere che, sotto mentite spoglie, continuano a prosperare nel nostro presente. Punire la donna per colpire simbolicamente il nemico, giudicarla per riaffermare un dominio sociale: il film indaga questi meccanismi millenari con un nitore a tratti sorprendente. Seguendo la parabola di una donna che, pur accerchiata dalla Storia, rifiuta categoricamente di farsi calpestare da essa.