Preparate il pranzo al sacco, e la vescica, benedetta, svuotatela debitamente – ma non basterà. Tre ore e un quarto (196’) in casa di riposo, l’eterno compreso, questo è il nuovo film, All of a Sudden, di Ryusuke Hamaguchi, che nel 2022 vinse l’Oscar al film internazionale con l’eccellente Drive My Car.

Sia chiaro, non ha dimenticato come si fa grande cinema, ma continua a scordarsi l’orologio: quello durava due ore e 59 minuti, qui ne viene in più una pasta scotta. Va be’.

Secondo dei tre giapponesi – loro tre, noi zero, bene così – a passare in Concorso a Cannes 79, Soudain parlato in francese e giapponese ci dice, e ci mostra, che il tempo è un concetto spaziale, segnatamente fluviale: l’esondazione è rischio, ehm, plateale, il moto ondoso invero limitato, i marosi mondani ammansiti dallo zen e l’arte di filmare o, appunto, fluviare.

Sicché Marie-Lou (Virginie Efira, ubiqua a Cannes 79), direttrice di una RSA, lotta per introdurre una filosofia assistenziale – l’Humanitude, sistematizzata dai francesi Ginest e Marescotti negli anni Ottanta - imperniata sull'ascolto e la dignità degli ospiti. Troverà un’alleata preziosa in Mari (Tao Okamoto), regista teatrale giapponese con un cancro al quarto stadio: la loro amicizia, il loro vincolo sororale renderà “possibile l’impossibile”. In ogni caso, abbiate contezza della toilette più vicina: non fate gli eroi.

C’è, indubbio e financo indelebile, di Hamaguchi che sa come fare cinema, ovvero montare immagini, suoni e sentimenti: l’ambito è lirico, la vocazione umanista, la cura, qui letteralmente calata nell’hospice, tangibile. È anche edificante, traduce benissimo il nostro volemose bene, e ci concede delle debolezze che lo abbracceresti – o forse meglio uno scappellotto. La disamina del capitalismo che impegna le due Marie alla lavagna non reggerebbe un’occupazione di quarta ginnasio, il trionfo piedofilo che diletta gli anziani a riposo impallidirebbe il feticista più inveterato, e diciamocelo all’idillio di amorosi sensi tra, ancora, le due Marie manca solo la boule dell’acqua calda, eppure.

Hamaguchi è cineasta di rara assertività, va dritto per la sua strada, con tutte le soste del caso: certo tre ore e passa denominate “all’improvviso” sa di presa per i fondelli, pardon, fotogrammi, ma davvero c’è una raio, una misura, una costruzione di un mondo possibile, ovvero non impossibile, che ancora chiede al Cinema di sovrastarci, farci vivere, regalarci – il termine oggi è insulso, ahinoi – una esperienza anche fisica.

Può ambire qui a un premio importante, e comunque andrà fortissimo nelle RSA: ecco, le deiezioni di uccelli in pieno viso e gli incastri di piedi, anche meno, ma Hamaguchi sa il suo, che è anche il nostro.

Ci sono molti modi di andarsene nella vita, e per la morte, un po’ meno per farci rimanere sulla poltroncina: Soudain li conosce, eccome se li sa.