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Diro Romero in Narciso
Uno degli aspetti più interessanti di Narciso, ritorno al lungometraggio di Marcelo Martinessi a otto anni da Le ereditiere e presentato nel Panorama di Berlino 76, sta nella capacità di raccontare un Paese in un certo momento storico – ovvero il Paraguay della fine degli anni Cinquanta – attraverso lo spaccato della culturale popolare. È proprio nella rappresentazione del ruolo sociale dell’intrattenimento che capiamo il clima di un popolo sotto dittatura, nella fattispecie quella di Alfredo Stroessner, generale d’area nazista arrivato al potere nel 1954 grazie al supporto degli Stati Uniti e lì rimasto fino al 1989.
Assistito dalla fotografia di Luis Arteaga, Martinessi scava nelle tenebre dei vicoli, esplora le zone meno esposte, sventra le atmosfere notturne con luci che tagliano i volti senza mai illuminarli completamente. È il segno per concentrarsi su chi è nascosto in piena vista: come Narciso, il ragazzo che tutti vogliono, artista carismatico e magnetico che impone il rock’n’roll nelle radio e nei club, portando in dote l’abbaglio della giovinezza, il suono del futuro, l’azzardo del futuro.
Narciso è il simbolo della libertà, il desiderio incarnato, la grazia dell’osceno: un corpo perturbante perché incurante dei benpensanti, divergente rispetto alle norme sociali, una tentazione per chi vive con la maschera del perbenismo. Un morituro eccellente perché immorale (anzi: amorale), audace, pericoloso che l’inedito Diro Romero interpreta calamitando un affascinante divismo in ascesa.


Belén Vierci, Marisa Cubero, Arturo Fleitas, Alberto Sanchez, Natalia Cálcena in Narciso
(La Babosa Cine)Per il suo ritratto che si esalta nell’affresco, Martinessi incrocia tre linee che dal personale si riverberano nel collettivo. La prima è erotica e riguarda la visibilità di un desiderio che nessuno, a parte Narciso stesso, sembra saper gestire con la leggerezza dovuta e senza che ogni gesto segnali il sospetto di non essere come tutti (l’ossessione covata da colui che si reputa pigmalione, l’ambiguo Mister Wesson di Nahuel Perez Biscayart).
La seconda è politica ha a che fare con il potere, sospeso tra l’ordine imposto con la repressione e la sottomissione coloniale a un dominatore esterno che da una parte diffonde il verbo nuovo dello scompiglio (la musica) e dall’altra si serve di cinici luogotenenti che castrano le ambizioni d’emancipazione (la dittatura garantita dagli Stati Uniti stessi ma anche gli abusi nei confronti dei paraguaiani).
La terza è allegorica e instaura un rapporto dialettico con il concetto di trauma, lavorando sulle modalità di rappresentazione diegetiche (gli spettacoli dal vivo) come extradiegetiche (la misteriosa e minacciosa sensualità di ciò che avviene nelle prigioni) per intavolare una sorta di inchiesta poetica sulla morte di Narciso e sulla vita sotto il regime, un po’ nel solco di quel capolavoro che è L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho.
