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Strawberries (La mas dulce) @ Lumen - Atelier de production - Mont Fleuri Production - Fasten Films - Mirage - Prasens - Film Production AG - France 3 Cinema - Impact Film
La Spagna è il principale esportatore europeo di fragole: gran parte di quelle che troviamo già ad aprile sui banchi dei supermercati proviene infatti dalla penisola iberica. Con il suo terzo lungometraggio, più di vent’anni dopo il successo internazionale di Marock, Laïla Marrakchi sceglie di raccontare la condizione delle lavoratrici marocchine che ogni anno si trasferiscono in Spagna per la raccolta stagionale delle fragole.
Il film segue Hasna, alla sua prima esperienza in Andalusia. Dopo alcuni problemi con la legge in Marocco, legati a un’accusa di adulterio, la donna vede nel lavoro stagionale un’occasione per aiutare economicamente la propria famiglia. Ben presto, però, emerge la durezza della realtà: abusi, violenze, ricatti e condizioni di lavoro ai limiti dello schiavismo. Quando a Meriem, sua compagna di baracca, vengono negate le cure dopo una violenza subita e un conseguente aborto spontaneo, le due decidono di affidarsi a un’avvocatessa spagnola per denunciare gli sfruttatori.
Il film si apre con una splendida sequenza iniziale che accompagna il viaggio di Hasna dal Marocco fino a Huelva, sede dell’azienda “Fresa del Carmen”, il cui slogan è proprio “La Más Dulce”. Da qui Marrakchi dimostra abilità nel delineare le traiettorie delle donne impiegate nella raccolta, mostrando come questo lavoro coinvolga tanto ragazze giovanissime quanto donne anziane, tutte accomunate da situazioni difficili lasciate alle spalle in patria.
L’opera dà il meglio di sé proprio nel racconto delle dinamiche di solidarietà che nascono tra le lavoratrici e che finiscono per gravitare attorno a Hasna, autentico centro emotivo e narrativo della vicenda. La protagonista, infatti, pur con qualche imperfezione nella scrittura, rappresenta l’aspetto più interessante del film: Marrakchi intreccia il dramma sociale dello sfruttamento lavorativo con un personaggio carismatico ma anche ambiguo, talvolta respingente, che diventa una sorta di barometro morale dell’intera storia.
Lo stesso livello di complessità, però, non viene riservato agli altri personaggi, soprattutto a quelli spagnoli. Gli sfruttatori appaiono spesso come antagonisti monodimensionali, privi di reali sfumature o motivazioni (almeno qualche giustificazione si sarebbe potuto trovarla), mentre il personaggio dell’avvocatessa interpretata da Itsaso Arana incarna una figura opposta ma altrettanto schematica: una presenza quasi impeccabile, animata da una dedizione assoluta che finisce però per mancare di profondità.
Proprio dall’ingresso in scena dell’avvocatessa il film sembra perdere parte del suo slancio narrativo. L’arco della vicenda diventa progressivamente più prevedibile, e molte scene finiscono per apparire esclusivamente funzionali al messaggio che la regista vuole trasmettere.
È un peccato, perché le premesse per un racconto realistico sullo sfruttamento dei lavoratori – sulla scia di Il frutto della tarda estate, ma arricchito dalla prospettiva dello sfruttamento migrante all’interno dell’Europa – erano estremamente promettenti. Alla fine, però, il film soffre di una certa superficialità nella costruzione dei personaggi secondari e nel restituire complessità alla denuncia sociale, elementi che finiscono per indebolirne il risultato complessivo.



