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Yeo Yann Yann e Andi Lim in We Are All Strangers
Si potrebbe partire dal finale, o meglio dai titoli di coda, per capire cosa batte nel cuore di We Are All Strangers (in originale: Wo Men By Shi Mo Sheng Ren), presentato in Concorso a Berlino 76. Non è uno spoiler (il vero momento finale, che, lo diciamo subito, è struggente) ma un’indicazione: Father and Son di Cat Stevens è, d’accordo, una scelta un po’ banale, magari citofonata, e però ha la potenza mitopoietica per incastonare il racconto all’interno di un sentimento universale, di una tensione emotiva che tocca il pubblico a prescindere dalle coordinate geografiche.
Che qui, in realtà, hanno un ruolo fondamentale, essendovi a un certo punto i festeggiamenti per i sessant’anni di Singapore (siamo nel 2025, la festa nazionale è il 9 agosto) nonché una riflessione pratica e non didascalica sui migranti economici (una delle protagoniste è malesi e si è trasferita per trovare fortuna), sul concetto di patria, sui tentativi di sbarcare il lunario in una società che è un concentrato di contraddizioni. Tutto racchiuso nelle case, che definiscono perfettamente i personaggi, la classe sociale alla quale appartengono ma anche quella alla quale aspirano.
D’altronde è il film con cui Anthony Chen completa la sua trilogia “Growing Up” dopo Ilo Ilo (2012) e Wet Season (2019), che si concentra appunto su Singapore (peraltro è il primo titolo singaporiano in gara per l’Orso d’Oro): il contesto è decisivo, a maggior ragione se letto attraverso le vite raccontate dallo sguardo di questo regista empatico e sempre pronto a mettersi vicino alle vicende ora buffe ora drammatiche che attraversano i protagonisti dei suoi film.
Al centro stavolta ci sono, appunto, un padre e un figlio: il primo, rimasto vedovo da molti anni, fatica a tenere insieme tutto, gestisce un localino di street food (il film si apre con la paziente preparazione del suo piatto forte) e s’invaghisce di un’esuberante cameriera che potrebbe illuminare la sua malinconica quotidianità; il secondo, adolescente scapestrato che poco ci pensa a dare una mano al padre, è costretto ad assumersi anzitempo le responsabilità dell’età adulta e a sposare la sua fidanzatina, figlia di una donna rigida e borghese. Questi due matrimoni mettono i due uomini di fronte all’obbligo di trovare un nuovo equilibrio, teoricamente fatto di comprensione reciproca, mutuo soccorso e amore condiviso ma nei fatti pieno di insidie, non detti e incomprensioni.
We Are All Strangers è la storia di una piccola famiglia che si allarga, chiamata a sfide enormi, spesso di fronte a bivi che potrebbero determinare fallimenti o improvvide fortune, incardinata sulla diffidenza tra figlio e matrigna costretti, per forza di cose, a conoscersi meglio, imparare a collaborare, riconoscersi l’uno nei bisogni e nei sogni dell’altra. È anche un racconto di lutti da elaborare, chi in un passato remoto (la moglie del figlio che “svela” alla madre l’evidente verità sul padre assente) e chi nel presente.
Un romanzo familiare piuttosto lungo (più di due ore e mezza) ma che ha leggerezza e mano felice anche grazie a momenti molto dolci e “paralleli” (il flip-book improvvisato e “profetico” e la dichiarazione d’amore “tra due ombre” dietro la tenda; il momento musical allo sfarzoso matrimonio dei ragazzi e la parentesi karaoke in quello più modesto degli adulti; ciò che accade sugli autobus in due frangenti davvero commoventi). Ma anche di una notevole riflessione su come i proletari possano sbarcare il lunario rimanendo traditi da una società incapace di accompagnare i deboli nell’ipotesi di successi e sempre pronta a dare una mano ai ricchi evasori, truffatori e strozzini. In questo senso è davvero un grande melodramma popolare, dai colori accesi e dagli umori mai gravosi, capace di dialogare con il pubblico senza retorica né patetismi.
