La famiglia nel bosco, pardon, nel fiordo. Si potrebbe titolare così la nuova prova del regista rumeno Cristian Mungiu, presenza abituale sulla Croisette, dove ha vinto la Palma nel 2007 con l'indimenticato 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni: stavolta, in concorso porta Fjord.

Coppia mista rumena (lui, Sebastian Stan) e norvegese (lei), i Gheorghiu si trasferiscono in un villaggio situato in un fiordo remoto, dove stringono un forte legame con i vicini, gli Halberg. Sono molto devoti, persino, tradizionalisti, Miai (Sebastian Stan) e Lisbet (Renate Reinsve), e questo si riflette sull'educazione dei figli: "le botte vengono dal Paradiso", si crede nel loro pio giro, e se non alla lettera viene comunque inteso, catalizzando scappellotto e schiaffi sul sedere ai figli - ne hanno cinque, tra cui un neonato.

Quando l'adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con dei segni sul corpo, escoriazioni più che lividi, la comunità mette nel mirino, ovvero sul banco d'accusa, i due genitori: che educazione stanno impartendo ai figli, non sarà meglio toglierglieli?

In manifesta continuità con Animali selvatici (2022), che triangolava tra capitalismo, xenofobia e guerra tra poveri, Mungiu torna a infilare la camera nel conflitto tra natura e cultura, tradizione e woke, perfino sentimento e (s)ragione, trovando nel familiare, e quindi giudiziale, un microcosmo identitario e vieppiù esemplare.

La cronaca italiana, in capo alla cosiddetta famiglia del bosco, supplisce ulteriore evidenza, dimostrando come Fjord sia puro Zeitgeist: l'educazione ha delle ragioni che l'affetto non conosce, uno schiaffetto è comprensibile o sempre sanzionabile, i bambini hanno voce in capitolo, e se la tradizione è comunque retriva e riprovevole, allora perché celebrare i Sami?

Il contraddittorio è il movimento, l'univoco il reietto, l'ineluttabile il destino, e Mungiu "ci marcia" senza iperboli né frenesia, con un andamento piano, per slittamenti modesti, vaste e pedanti iterazioni e bassa conflittualità: già, nordica è l'ambientazione e pure l'atmosfera, ma con affaccio sull'Europa e il mondo tutto.

Non è un film drammaticamente eloquente, né cinematograficamente evidente (per dire, sappiamo di che cosa sono capaci Stan e Reinsve, ma qui è come se fossero a mezzo servizio), non innovativo tanto nella storia - la famiglia del bosco docet - quanto nel racconto, ma ha appunto il pregio della presa diretta sulla realtà, e del “lieto fine”, ovverossia la concessione al femminile e al giovane degli attributi del futuro.

Modulare e modulato nella disamina del problema, con le donne e le ragazze che hanno un po' la meglio intellettivamente e affettivamente sugli uomini, e non stupisce, Fjord cerca la sordina quale camera, nel senso di macchina da presa, di decompressione: il fuoricampo interno è abitato, il clamore abiurato, sebbene qualche semplificazione e colorazione ideologica dia nell'occhio.

Un film onesto, non esaltante, che a Cannes 79 è più di qualcosa.