Mora e Dalia sono sorelle inseparabili. Una è una madre separata con un piccolino, l’altra una giovane lavoratrice invalidata da una malattia terminale. Insieme condividono tutto: speranze, sogni di fuga e tribolazioni mentre la loro patria, il Libano è al collasso economico: le banche impediscono i prelievi ai correntisti, la disoccupazione aumenta, la corruzione dilaga e il grano, a causa della guerra in Ucraina, scarseggia. Mentre Beirut ribolle di rabbia, per loro diventa primario trovare i soldi – che nessuno ha - per l’operazione. Che fare, allora? Un bel colpo in banca e una fuga in Turchia, dove curarsi e sognare una nuova vita, senza più angosce. Solo che il piano si complica, i complici perdono la testa e la fuga diventa quasi impossibile.

Rami Kodeih pesca dalla sua autobiografia – “mia moglie e la co-sceneggiatrice Nora aveva bisogno di un intervento chirurgico, ma la banca si rifiutava di permetterci di utilizzare il nostro stesso denaro” – balla tra la commedia e la denuncia sociale, e traccia con lucidità e spirito denunciario un quadro desolante del suo Libano, piagato dal 2019 da una crisi economica immane. Spazzato via il ceto medio e messo sul lastrico quello povero, Beirut è un terreno di bande che si scontrano. Una città dove mancano l’elettricità e i servizi primari, dove la comunità si è sfaldata, la politica è inerme e più corrotta che mai, i delinquenti spadroneggiano e la vita per due giovani donne si fa sempre più insostenibile: tra separazioni, prostituzione, molestie, stupri, disoccupazione, banchieri insensibili, se è impossibile reclamare diritti elementari (salute e lavoro), figuriamoci più cambiare il mondo. L’unica soluzione è la fuga.

Il cineasta libanese parte dall’attualità e la drammatizza con un tono spesso ironico e spassoso (soprattutto nella prima parte), un montaggio serrato e una regia esuberante, anche se ingenua in molti didascalismi, come il titolo.

Ne esce fuori un heist movie al femminile godibile, trascinante a tratti, spassoso e brillante in certi dialoghi ma assolutamente canonico per il genere, calco fedele di tutti gli snodi narrativi che l’hanno consacrato in passato: i banchieri come male assoluto, incarnazione dell’avidità; la banca come luogo da assaltare per ristabilire la giustizia sociale; le protagoniste che scelgono la rapina perché esasperate; il piano; la perlustrazione in incognito del luogo; il reclutamento dei complici; il furto attuato di notte; il rapimento degli antagonisti; l’assalto che avviene per sfondamento del muro; le complicazioni che insorgono; le divisioni nella banda; la fuga dalla polizia.

Non manca nulla, insomma, in Furies, neanche la declinazione di genere, ma il modello Thelma & Louise si fa, scena dopo scena, più ingombrante che mai, pur nella diversità di contesto e caratteri. Non aiuta neanche un certo schematismo nei personaggi: il direttore della banca, quasi macchiettistico in principio, è condannato senza pietà, ma tutti gli uomini sono in qualche modo riprovevoli.

Eppure, sui titoli di coda, rimane la sensazione di un cinemo coraggioso e spregiudicato, che sa denunciare suscitando il riso.

Scegliendo e mantenendo fino in fondo una postura etica (dalla parte del popolo, al servizio delle donne, contro i possidenti e i potenti), Kodeih sprigiona tutto il suo calore umano nella cinepresa che trasuda empatia per due giovani spavalde e indomabili.

In clausola, una domanda per i nostri produttori, a cui è meglio non rispondere: in Italia, senza risalire a I soliti ignoti e senza bollare lo scenario libanese come implausibile, saremmo in grado di fare oggi un cinema così?