Manca meno di un mese all’annuncio delle nomination agli Oscar, giunti quest’anno alla 98esima edizione. Le votazioni dei membri dell’Academy terminano il 16 gennaio, l’annuncio è fissato al 22 dopo un mese di verdetti: i vincitori di Critics’ Choice Award (4 gennaio), Golden Globe (11) e European Film Awards (17), le candidature dei The Actor (nuovo nome dei SAG, gli Screen Actor Guild Awards, fissate al 7), della Directors Guild of America (8) e della Producers Guild of America (9).

Come sempre, la cosiddetta awards season si annuncia a fine primavera con il palmarès di Cannes e a inizio settembre con quelli della Mostra di Venezia e del Toronto Film Festival, ma i giochi iniziano davvero nella seconda metà di novembre con appuntamenti ormai tradizionali come le liste del National Board of Review, i vincitori dei sempre più mainstream Gotham Awards, le candidature degli Independent Spirit Awards (quest’anno davvero indie) e prosegue con i riconoscimenti assegnati dalle tantissime associazioni dei critici sparse nei vari stati americani e delle categorie professionali. Al momento queste realtà si stanno concentrando su una manciata di titoli. Gli Oscar saranno svelati il 15 marzo.

Una battaglia dopo l’altra è il frontrunner

Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson è decisamente il frontrunner dell’annata. La marcia verso gli Oscar è trionfale: miglior film ai Gotham, 5 riconoscimenti dal National Board of Review compresi film, regia e attore (Leonardo DiCaprio), un forte sostegno dalla critica nordamericana (9 premi dal circolo di Chicago, 9 da St. Louis, 8 da Seattle, 6 da San Francisco, 4 da Los Angeles, 4 da Toronto, 3 da Washington, 2 da New York). Nonostante le undici nomination dal 1998, PTA non ha mai vinto un Oscar e, a 55 anni, sembra arrivato il suo momento. Ha una narrazione piuttosto forte, un po’ in linea con quella che portò alla vittoria Christopher Nolan (un regista influente e amato dal pubblico) e con una suggestione alla Martin Scorsese (che vinse a 65 anni dopo sette candidature andate a vuoto).

Leonardo Di Caprio e Benicio del Toro in Una battaglia dopo l'altra
Leonardo Di Caprio e Benicio del Toro in Una battaglia dopo l'altra

Leonardo Di Caprio e Benicio del Toro in Una battaglia dopo l'altra

Una battaglia dopo l’altra è la storia di un rivoluzionario decaduto e pieno di paranoie, che sopravvive ai margini della società insieme alla figlia indipendente, alle prese con il suo acerrimo nemico che riappare dopo sedici anni. Ricco e stratificato, profondo e bruciante, esaltante e vertiginoso, in bilico tra satira e thriller, è forse il film più “accessibile” di uno degli autori più influenti del cinema contemporaneo, ma anche una fotografia che intercetta, inquadra e interpreta l’America di oggi, il rapporto tra padre e figlia, il suprematismo bianco, la rivoluzione (mancata), le misure anti-immigrazione, il libero arbitrio, l’autodeterminazione femminile.

A rafforzare lo statuto di favorito, le interpretazioni dei protagonisti Leonardo DiCaprio (che punta all’ottava candidatura e alla seconda statuetta) e l’esordiente Chase Infiniti e di una pattuglia di non protagonisti, dai due Oscar Sean Penn (per due volte) e Benicio Del Toro a Teyana Taylor e Regina Hall. Distribuito da Warner Bros., costato circa 175 milioni di dollari, ne ha incassati poco più di 200: con un punto di pareggio stimato attorno ai 300, pur essendo di gran lunga il miglior risultato del regista, non si può definire un trionfo commerciale.

© Focus Features
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Emma Stone stars as Michelle in director Yorgos Lanthimos' BUGONIA, a Focus Features release. Credit: Atsushi Nishijima/Focus Features © 2025 All Rights Reserved. (Atsushi Nishijima/Focus Features)

Un termometro politico per un mondo in fiamme

Non c’è solo PTA sul fronte politico. Partito in sordina, Bugonia, commedia nera firmata da Yorgos Lanthimos, si sta muovendo bene non solo per le performance di Emma Stone (forse l’attrice americana più potente al momento) e del sempre in ascesa Jesse Plemons, ma perché si focalizza su un tema, quello del complottismo, davvero bollente in un mondo dominato dalla disinformazione, dal cospirazionismo e dalla propaganda MAGA. Distribuito da Focus Features, non particolarmente brillante al botteghino (40 milioni di dollari nel mondo: Povere creature! di Lanthimos e Stone chiuse a 117), potrebbe facilmente spuntare nella categoria del miglior film e ottenere nomination per l’attrice e la sceneggiatura non originale (è il remake del sudcoreano Save the Green Planet!).

Palma d’Oro a Cannes, Un semplice incidente non è solo il titolo proposto dalla Francia (che lo coproduce) per la cinquina del miglior film internazionale. È, com’è noto, il pamhplet mozzafiato che Jafar Panahi ha realizzato contro il regime iraniano, senza alcuna autorizzazione e rischiando in prima persona. Appena condannato in contumacia a un anno di carcere, Panahi ha vinto tre Gotham (regia, sceneggiatura, film internazionale), un premio speciale dell’American Film Institute, il National Board of Review, i riconoscimenti dei critici di New York, Washington, Los Angeles, Chicago, St. Louis, Seattle, è in corsa per Golden Globe ed EFA. È il rivale più forte di PTA per l’Oscar alla regia, un premio a cui può ambire – al netto dell’indiscutibile valore dell’opera e della immensa statura d’autore – sia perché i votanti sono sempre più disponibili a un progressivo allargamento degli orizzonti geografici e culturali (c’è un prima e dopo Parasite) sia come vero e proprio atto politico e militante.

(L to r) MICHAEL B. JORDAN and director RYAN COOGLER in Warner Bros. Pictures’ “SINNERS a Warner Bros. Pictures release.
(L to r) MICHAEL B. JORDAN and director RYAN COOGLER in Warner Bros. Pictures’ “SINNERS a Warner Bros. Pictures release.

(L to r) MICHAEL B. JORDAN and director RYAN COOGLER in Warner Bros. Pictures’ “SINNERS a Warner Bros. Pictures release.

(Eli Adé © 2025 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved.)

Ma, nel gruppo dei “politici”, c’è un titolo che si sta imponendo davvero come il grande sfidante di Una battaglia dopo l’altra: è I peccatori, un film di vampiri nell’America schiavista che potrebbe incoronare il suo autore, il trentanovenne Ryan Coogler, primo afroamericano a vincere un Oscar per la regia e il secondo a ottenerne uno per il film dopo Steve McQueen (12 anni schiavo). È un’altra distribuzione Warner, il che potrebbe essere un problema, ma anche uno dei successi più netti tra i titoli in corsa (368 milioni nel mondo). Meglio sta facendo solo Wicked – Parte 2 (Universal Pictures), meno di 500 milioni ma ancora in sfruttamento, che a suo modo fa parte di questo gruppo di film politici: la corruzione del potere, la discriminazione razziale, l’empowerment femminile, il rapporto tra bene e male sono temi che rendono questo musical – in patria un vero fenomeno culturale – la proposta più liberal, inclusiva, perfino speranzosa considerando il cupo contesto politico in cui arrivano questi Oscar.

© Universal Studios. All Rights Reserved.
© Universal Studios. All Rights Reserved.
L to R: Ariana Grande is Glinda and Cynthia Erivo is Elphaba in WICKED FOR GOOD, directed by Jon M. Chu.

Interpretato da Michael B. Jordan, la più importante star nera emersa negli ultimi anni e finora mai in corsa per un Oscar, nel doppio ruolo di due fratelli gemelli criminali che tornano nella loro città natale segnata da un male soprannaturale, I peccatori usa il genere per confrontarsi con i fantasmi della nazione, è sanguinoso e raffinato, muscolare e magico, eccessivo e ponderato, una danza macabra che restituisce e celebra l’eredità culturale afroamericana e le commistioni con quella irlandesi. I peccatori e Wicked – Parte 2 sono i titoli più menzionati nelle shortlist dell’Academy: casting (categoria nuova), colonna sonora, canzone originale (entrambi con due), effetti visivi, fotografia, suono, trucco e acconciature.

Attenzione a L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, che grazie a Neon (che distribuisce gli internazionali più potenti dell’annata) potrebbe confermare il momento d’oro per il cinema brasiliano dopo Io sono ancora qui (Oscar per il film internazionale ma anche nomination per il film e l’attrice, Fernanda Torres), con un’altra storia emozionante e militante ambientata durante la dittatura militare degli anni Settanta. Che possa replicare la tripla candidatura, con Wagner Moura tra i favoriti per la cinquina degli attori?

Sentimental Year

Se Una battaglia dopo l’altra è la bomba a mano dell’edizione e il titolo decisamente più caldo da un punto di vista sociopolitico, ci sono alcuni film emozionanti in modo perfino radicale, che costeggiano il melodramma e si confrontano con le tragedie più insostenibili. In un certo senso, sembra di essere tornati alle edizioni dei primi anni Ottanta, quando il cinema americano esplorò la transizione tra la paranoia e il disimpegno concentrandosi su personaggi al bivio, tensioni private, angosce del ceto medio, disfunzioni famigliari. Gli anni in cui la storia di un divorzio (Kramer contro Kramer) prevale su un viaggio all’inferno (Apocalypse Now), la tragedia della Gente comune sulla vita di un Toro scatenato, c’è Voglia di tenerezza e di Un tenero ringraziamento.

C’entreranno, probabilmente, le ricadute della pandemia, con i lutti personali che si riflettono in uno collettivo forse mai elaborato davvero, ma anche l’ansia legata alle tensioni mondiali (l’America di Trump, le guerre, la crisi climatica), la solitudine che sconfina nell’isolamento, il tema della salute mentale sempre più centrale.

Paul Mescal stars as William Shakespeare in director Chloé Zhao’s HAMNET
Paul Mescal stars as William Shakespeare in director Chloé Zhao’s HAMNET
Paul Mescal stars as William Shakespeare in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release. Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC (Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC..)

In questa prospettiva Hamnet – Nel nome del figlio è un film incredibilmente indicativo: tratto dal pluripremiato romanzo di Maggie O’Farrell, diventato un bestseller proprio nel periodo del Covid, è la storia di un matrimonio, tra una donna fuori dagli schemi e un artista inquieto, che viene travolto dalla morte di uno dei loro tre figli. È anche l’origin story di come William Shakespeare, devastato dal dolore, scrisse Amleto (Hamlet, appunto, variante del nome del figlio), nonché un ritratto femminile potentissimo perché antiretorico, ancestrale, addirittura misterico (“nata da una strega in una foresta”).

A dirigerlo c’è Chloé Zhao, seconda donna nella storia a vincere l’Oscar per la miglior regia (Nomadland, un film di frontiera nella faglia tra la malinconia e la fuga, in qualche modo altra riflessione sul mondo pandemico), che riesce a essere lirica e materica, sanguigna e poetica, mai ruffiana né ammiccante. I magnifici interpreti sono Jessie Buckley, in rampa di lancio per la statuetta, e Paul Mescal, che dovrebbe avere un posto nella cinquina dei non protagonisti. Impossibile restare indifferenti, ma c’è un finale che non lascia scampo, che provoca un diluvio di lacrime e fa qualcosa di necessario: invita a fare pace con noi stessi. Distribuisce Focus Features.

Sentimental Value segna la definitiva consacrazione internazionale di Joachim Trier, cinquantunenne danese che in vent’anni ha fatto solo grandi film (da Reprise a La persona peggiore del mondo). È l’internazionale più forte dell’annata, distribuito dalla potente Neon, quello che raccoglierà il maggior numero di candidature ma – Emilia Pérez docet – non è detto che riesca a imporsi alle battute finali. Come resistere a questa storia di cinema e famiglia? Due sorelle molto unite devono fare i conti con il padre, un regista carismatico ma genitore inaffidabile, che torna nelle loro vite e riapre ferite mai del tutto rimarginate. Una di loro rifiuta di essere la protagonista del film che dovrebbe rilanciare la carriera del padre e l’arrivo dell’attrice sostituita, una giovane star di Hollywood, getta scompiglio nella famiglia.

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value
Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value

(Kasper Tuxen)

Tra pubblico e privato, c’è l’evocazione di Ingmar Bergman, non solo uno dei grandi maestri del Novecento ma anche un beniamino dell’Academy dei tempi che furono. Dalla sua ha le disfunzioni famigliari esaltate e sublimate dal cinema, una dimensione emotiva che garantisce un coinvolgimento straordinario, un cast pazzesco (Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Elle Fanning, Inga Ibsdotter Lilleaas): tutti elementi che lo piazzano tra i favoriti della stagione.

Ma in questo gruppo di film c’è spazio anche per il dark horse Train Dreams, opera seconda di Clint Bentley (già candidato all’Oscar per la sceneggiatura di Sing Sing) presentata al Sundance e poi acquistata da Netflix. Meditazione sulla fragilità umana, influenzata a livello visivo da Terrence Malick, è la storia di un taglialegna che affronta le sfide di un mondo in rapido cambiamento, trovando bellezza e brutalità nelle foreste che ha contribuito a trasformare. Plausibile trovarlo nella decina dei migliori film, con Joel Edgerton pronto alla sua prima candidatura all’Oscar come miglior attore.

Gli altri competitor

A24, la casa di distribuzione più sexy d’America, punta tutto sull’outsider Marty Supreme e sul carisma divistico di Timothée Chalamet, in cerca di riscatto dopo la mancata vittoria dell’anno scorso con A Complete Unknown. Prima regia in solitaria di Josh Safdie dopo la separazione dal fratello Benny (che con The Smashing Machine, flop in America, non sembra essere tra i favoriti), è la storia di un venditore di scarpe con un’irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Sulla carta, sembra un bell’incrocio tra i votanti più giovani, teoricamente più vicini alla regia cinetica e vorticosa di Safdie, e quelli più anziani, che potrebbero farsi convincere dalle atmosfere nostalgiche.

Marty Supreme @IWonderPictures
Marty Supreme @IWonderPictures

Marty Supreme @IWonderPictures

Insieme a Zhao, Guillermo del Toro è l’altro vincitore di Oscar che ambisce a una doppietta. Plausibile che Frankenstein, progetto della vita, possa fare man bassa di candidature tecniche, ma, al di là di Train Dreams, è l’unica proposta forte di Netflix, più di Jay Kelly (che potrebbe ottenere le nomination per George Clooney, Adam Sandler e la sceneggiatura), il successo Wake Up Dead Man – Knives Out (colpi di coda permettendo) e il dimenticato A House of Dynamite. E che dire di Avatar: Fuoco e cenere? Il precedente ebbe un posto nella decina dei migliori film e vinse per gli effetti speciali, ma sarà ancora un effetto speciale per i votanti?