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March 15, 2026, Hollywood, California, USA: (L-R) Ryan Coogler, winner of the Best Original Script Award, Ludwig Göransson, winner of the Best Original Score Award, Autumn Durald Arkapaw, winner of the Best Cinematography Award, and Michael B. Jordan, winner of the Best Actor in a Leading Role Award for “Sinnersâ€Â, pose in the press room of the 98th Annual Academy Awards on Sunday March 15, 2026 at the Dolby Theater in Hollywood, California. PRENSA INTERNACIONAL (Credit Image: © PI via ZUMA Press Wire)
1. Timmy poco Supreme
Il grande sconfitto della 98a edizione è Marty Supreme di Josh Safdie, che non ha trasformato in statuetta nessuna delle 9 nomination (non un record: il primato spetta a Due vite, una svolta e Il colore viola, zero vittorie con 11 candidature). E il suo protagonista, Timothée Chalamet, che per il secondo anno consecutivo si è speso in una campagna elettorale in prima linea, che gli ha attratto molte antipatie soprattutto da parte degli elettori più anziani. Chalamet, il più grande attore della sua generazione, ha appena compiuto 30 anni, è alla terza candidatura da attore e alla prima da produttore (quattro in totale) e sembra emulare il percorso del suo mentore e ispiratore, Leonardo DiCaprio, che ha dovuto incassare parecchie sconfitte prima di conquistare il primo Oscar a 41 anni, alla quinta nomination da attore (più una da produttore).


2. In memoriam, ma anche no
Mai come quest’anno il segmento in memoria dei cari estinti è stato emozionante e “ragionato”, con la Spoon River intervallata da tre momenti dedicata a Rob Reiner e sua moglie Michele, Diane Keaton e Robert Redford. Nel carosello funebre c’erano tutti, da Robert Duvall a Claudia Cardinale passando per Catherine O’Hara, Val Kilmer, Béla Tarr, Diane Ladd e Frederick Wiseman. Tutti o quasi: a parte Bud Cort (il protagonista di Harold e Maude) e i talenti televisivi (James Van Der Beek, Eric Dane e Julian McMahon), spiccava l’assenza di una vera e propria icona culturale, Brigitte Bardot, scomparsa a dicembre all’età di 91 anni. Che l’omissione sia dovuta ai fischi con cui la platea dei César ha accolto il ricordo dell’attrice francese (la signora era di destra e si distinse per commenti ai limiti del razzismo)?


3. Warner da record
Con 11 statuette in totale (6 per Una battaglia dopo l’altra, 4 per I peccatori (Sinners) e 1 per Weapons), Warner Bros. segna un record nella storia dell’Academy, eguagliando i bottini di MGM (1959), Paramount (1997) e New Line (2003), con la differenza che questi studio riuscirono nell’impresa con un solo film a testa. Lo studio è arrivato alla serata con 30 nomination in totale, più delle 28 conquistate nel 1943. Com’è noto, Warner Bros è attualmente nelle fasi finali delle trattative per l’acquisizione da parte della rivale Paramount Skydance, che ha messo sul tavolo 111 miliardi di dollari: il successo agli Oscar potrebbe rafforzare la posizione dello Studio, nel cui pacchetto ci sono anche HBO, HBO Max, CNN, TBS e Food Network.


4. Un'ottima serata per Netflix
Dopo Warner, è stato il colosso dello streaming a raccogliere il maggior numero di premi in questa edizione. Pur continuando a mancare l’appuntamento con la statuetta più pesante, Netflix arriva a quota 6 grazie alle 3 vittorie tecniche di Frankenstein, le 2 dell’animazione KPop Demon Hunters e il corto doc All the Empty Rooms. Neon, che si presentava con 18 nomination (quasi tutte distribuite tra i film internazionali), deve accontentarsi di una vittoria per Sentimental Value (ma una sconfitta sarebbe stata clamorosa quanto ironica, poiché il distributore ha piazzato quattro candidati su cinque).


5. La nuova platea elettorale
Gli Oscar sono un fatto locale, è vero, un riconoscimento autocelebrativo dell’industria hollywoodiana, e l’apertura verso nuovi territori può sembrare un puro esotismo americano. Tuttavia, per sopravvivere a se stessa, l’Academy sta allargando la sua platea elettorale, invitando professionisti fuori dai circuiti hollywoodiani. L’Academy of Motion Picture Arts and Sciences non fornisce dati ufficiali sul numero dei suoi membri (l’unica informazione parla di “oltre 10.500 membri”), ma sappiamo che sta invitando sempre più categorie sottorappresentate (presenze femminili comprese) e non americane. Al moemnto l’assetto dell’Academy è più o meno così: 11.120 votanti (se tutti accettano l’invito), 35% donne, 22% comunità sottorappresentate, 21% internazionale. I risultati si vedono nelle candidature (8 per Sentimental Value, 4 per L’agente segreto, 2 per Un semplice incidente e Sirât di Oliver Laxe, una per La voce di Hind Rajab e Kokuho) e nelle vittorie: la doppietta di KPop Demon Hunters, trionfo sudcoreano nella cultura pop americana; il documentario europeo Mr. Nobody against Putin; il corto d’animazione canadese The Girl Who Cried Pearls; il corto doc franco-americano Two People Exchanging Saliva, coprodotto anche dall’italiana Valentina Merli; le statuette, tutte “ragionate” a I peccatori, in primis Autumn Durald Arkapaw, prima donna (e afrodiscendente) a trionfare nella categoria in novantotto edizioni.





