Alla fine è andata come doveva andare. Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson ha vinto sei Oscar tra cui miglior film, regia e sceneggiatura non originale. I peccatori di Ryan Coogler ne ha vinti quattro, tra cui sceneggiatura originale e miglior attore a Michael B. Jordan. Due film Warner Bros. che si sono inseguiti per un'intera stagione, e che alla fine si sono divisi la notte in modo quasi equo, se non equanime. Stanotte non c'era bisogno di vincitori assoluti. È in fondo l’understatement politico che questa 98esima cerimonia degli Oscar ci consegna. È stata, contro ogni previsione, una serata sobria. Non nel senso di austera o fredda ma di meno debordante e meno autocelebrativa di altre edizioni recenti.

Conan O'Brien ce l'ha messa tutta per tenere il mondo fuori dalla porta. Le sue battute, infantili, forzate, a tratti fuori contesto, hanno cercato di trasformare ogni cosa in repertorio comico. A partire dall’opera e Chalamet, quest’ultimo grande sconfitto della serata. Terza candidatura, zero statuette.

Eppure il mondo è entrato lo stesso È entrato con Javier Bardem, che presentando il premio al film internazionale ha detto “no alla guerra” e “Free Palestine”. È entrato nel discorso del documentario vincitore, Mr. Nobody Against Putin, con David Borenstein che ha parlato di come si perde un Paese attraverso “mille piccoli atti di complicità”, e con Pasha Talankin che ha allargato il discorso ai bambini e alle guerre in corso. È entrato nel premio a Sentimental Value, quando Joachim Trier ha citato James Baldwin e ha chiesto responsabilità politica verso i bambini. Ed è entrato con Paul Thomas Anderson quando ha detto di aver scritto Una battaglia dopo l’altra per chiedere scusa ai figli per il mondo che stiamo lasciando loro, ma anche per affidarsi alla loro capacità di rimetterlo in sesto.

Di una cerimonia degli Oscar così trattenuta rimangono due momenti alti di spettacolo. La performance di I Lied to You da I peccatori e Barbra Streisand che ricorda Robert Redford e canta The Way We Were.

La parola più gettonata della serata non è stata “guerra” ma “famiglia”. Come se il cinema stesso venisse invocato come ultimo rifugio possibile. Lo ha detto Anderson, ritirando la sceneggiatura, quando ha ricordato di aver scritto il film per i propri figli. Anche Sentimental Value, primo Oscar internazionale per la Norvegia, ruota intorno a una famiglia lacerata e Trier, salendo sul palco, ha detto: “Questo film parla di una famiglia molto disfunzionale”, ma il gruppo dietro di lui era l’opposto, una comunità bella e coesa. E in effetti questa idea è tornata un po’ ovunque. Nel ringraziamento di Michael B. Jordan a Ryan Coogler c’è la fiducia quasi familiare di un sodalizio artistico costruito nel tempo. Nel discorso di Jessie Buckley, che dedica il premio “al caos meraviglioso del cuore di una madre”. Nella vittoria di Mr. Nobody Against Putin e nel richiamo ai figli da proteggere.

Naturalmente è stata anche una notte di prime volte. Jessie Buckley è diventata la prima irlandese a vincere come attrice protagonista; Michael B. Jordan ha vinto al primo tentativo; Cassandra Kulukundis ha inaugurato il nuovo Oscar al casting, prima categoria aggiunta dal 2001; Autumn Durald Arkapaw è diventata la prima donna di colore a vincere per la fotografia; Sentimental Value ha dato alla Norvegia il suo primo Oscar internazionale; “Golden” da KPop Demon Hunters è diventata la prima canzone K-pop/sudcoreana a vincere l’Oscar. E poi il raro ex aequo per il corto live action fra The Singers e Two People Exchanging Saliva.

In questo quadro, Sinners non esce affatto ridimensionato. Quattro Oscar pesanti (attore, sceneggiatura originale, colonna sonora e fotografia), dopo una stagione lunghissima in cui sembrava il film capace di ribaltare i pronostici che erano e sono stati poi conformati a favore di Una battaglia dopo l’altra, dicono di un’annata vivacissima. Ha vinto Anderson, ma ha vinto anche un’idea ampia di cinema, meno hollywood-centrica, più globale. Netflix porta a casa diverse statuette tecniche, Neon quella del cinema internazionale, Warner le più tradizionali, ma un equilibrio tra queste forze può essere possibile.

E Sean Penn? Non si è presentato a ritirare il suo terzo Oscar, continuando il personale braccio di ferro con Hollywood. Non si è perso nulla. O forse si è perso tutto.
Lo show è finito prima del previsto. Mentre il mondo là fuori continuava la sua corsa.