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epa12824374 Best actress, Jessie Buckley, Best actor. Michael B. Jordan and Best supporting actress, Amy Madigan pose with their awards during the the 98th annual Academy Awards ceremony at the Dolby Theatre in Los Angeles, California, USA, 15 March 2026. EPA/JILL CONNELLY
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Un quartetto notevole, quello degli attori e delle attrici. Insomma, Sean Penn non si è fatto vedere e, lasciando perdere le motivazioni plausibili, ci ha dimostrato che, a volte, per vincere un Oscar (anzi quello per Una battaglia dopo l’altra è il terzo: il club delle triplette comprende Ingrid Bergman, Walter Brennan, Daniel Day Lewis, Frances McDormand, Jack Nicholson e Meryl Streep) bisogna fare solo una cosa: assolutamente niente, lasciando che sia la performance stessa a fare campagna elettorale.
Una lezione per Timothée Chalamet, che si è speso talmente tanto per Marty Supreme al punto da - si dice - risultare antipatico agli elettori, che l'hanno percepito troppo bramoso di conquistare un Oscar. Ovviamente la questione legata ai balletti non c'entra niente, essendo esplosa a urne chiuse. C'entra la percezione pubblica che, volente o no, il più grande attore della sua generazione si sta costruendo con un certo masochismo.
Ad avere la meglio è stato Michal B. Jordan, la più grande star nera della sua generazione, una vittoria che rende meno amara la performance de I peccatori, partito con 16 nomination e finito con 4 statuette (compresa quella storica a Autumn Durald Arkapaw, prima donna premiata per la fotografia). Presente in tutti i film di Ryan Coogler, con cui ha dato vita a una delle collaborazioni più interessanti del recente cinema americano, Jordan, impegnato nel doppio ruolo di due gemelli Smoke e Stack, è stato sempre in prima linea e su più fronti. Da sex symbol qual è, ha vissuto ogni red carpet come una performance; da star carismatica, ha mantenuto l’hype sul film con interviste cicliche e costanti; da intelligente millennial, ha alimentato meme e content per garantire l’attenzione mediatica anche fuori dal film stesso.
Se quella di Jessie Buckley era probabilmente la vittoria più blindata della serata (l'attrice di Hamnet è la prima irlandese a vincere come protagonista), la statuetta a Amy Madigan è invece un bel colpo. La sua zia Gladys è la memorabile villain in Weapons, raro caso di horror considerato dall'Academy. È la prima volta dai tempi di Penélope Cruz (Vicky Cristina Barcelona, 2009) che il film in cui interpreta la vincitrice della categoria non è candidato nella categoria principale. A 75 anni e 185 giorni, è la seconda attrice non protagonista più anziana nella storia dell’Academy. Il primato resta di Peggy Ashcroft, che aveva 77 anni e 93 giorni quando vinse per Passaggio in India nel 1985. Considerando anche la categorie delle protagoniste, è al terzo posto in assoluto: Jessica Tandy fu premiata per A spasso con Daisy a 80 anni e 292 giorni nel 1990. Con 14 minuti e 45 secondi, la performance di Madigan è la nona più breve nella storia della categoria.
Tenera e piena di storia la dedica al marito Ed Harris. Da sempre insieme, questi due grandi attori di sinistra sono entrati nella storia dell'Academy dopo che si rifiutarono di applaudire Elia Kazan, onorato con un Oscar alla carriera. Negli anni del maccartismo, Kazan, già iscritto al Partito Comunista, collaborò con la famigerata Commissione per le attività antiamericane e denunciò alcuni colleghi come simpatizzanti comunisti. Da questa esperienza, che il regista definì traumatica, nacque Fronte del porto. La politica, appunto.



