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epa12823662 US-French actor Timothee Chalamet arrives on the red carpet ahead of the 98th annual Academy Awards ceremony at the Dolby Theatre in the Hollywood neighborhood of Los Angeles, California, USA, 15 March 2026. The Oscars are presented for outstanding individual or collective efforts in filmmaking in 24 categories. EPA/RYAN SUN
Al Pacino ha vinto il suo primo e unico Oscar a 52 anni, per Scent of a Woman, esattamente vent’anni dopo la prima candidatura per Il padrino (fu nominato per quattro anni consecutivi, dal 1973 al 1976) e nell’anno in cui era in gara anche come non protagonista (Americani). Marlon Brando ce l’ha fatta a 34 anni, al quarto tentativo dopo quattro candidature di fila. Peter O’Toole ha perso il suo primo Oscar a 30 anni e, insomma, il film era Lawrence d’Arabia: sette nomination dopo, a 70 anni, fu premiato alla carriera. Leonardo DiCaprio, lo sappiamo, ha dovuto aspettare ventidue anni tra la prima candidatura e la quinta da attore prima di conquistare un’agognata e attesissima statuetta (per Revenant, il suo ruolo meno interessante; senza dimenticare che fu ignorato per Titanic).
È la storia a dirci che l’Academy non è ben disposta a premiare giovani star maschili. Preferisce celebrarle più tardi, quando lo status divistico si è consolidato. Anticipiamo l’obiezione: e Michael B. Jordan? Obiezione accolta, ma lui ce l’ha fatta al primo colpo, sull’onda del successo e dell’affetto nei confronti de I peccatori (Sinners), record di candidature (16) che alla fine ha conquistato quattro statuette di peso. È l’ultimo esponente di una dinastia di stelle black che trascendono il cinema e diventano “icone culturali”, da Sidney Poitier a Denzel Washington passando per Morgan Freeman e Will Smith.
E Adrien Brody, il vincitore più giovane di sempre per Il pianista? Un outsider in una cinquina d’alto profilo in cui era l’unico a non aver vinto un Oscar. E Rami Malek e Eddie Redmayne? Le prove mimetiche in Bohemian Rhapsody e La teoria del tutto erano fatte su misura per il gusto della platea elettorale di allora. Quindi? Quindi prima o poi arriverà il momento in cui l’Academy premierà l’oggi trentenne Timothée Chalamet, la vera star cinematografica della sua generazione, forse l’unico della sua età a credere ancora nel cinema, a rivendicare l’appartenenza al grande schermo senza cedere alla tentazione seriale poiché il divismo è tale solo in quanto sintomo di eccezionalità, diverso dalla popolarità e dalla familiarità offerte da un pur memorabile racconto seriale.


Timothée Chalamet in Marty Supreme
(I Wonder Pictures)Chalamet è stato candidato a tre Oscar come attore per tre performance che ne testimoniano la duttilità, il carisma, il magnetismo, la profondità: un adolescente travolto dal primo amore in un’estate indimenticabile (Chiamami col tuo nome); un’icona culturale da far rivivere con tridimensionalità mimetica che si eleva dalla facile imitazione (il Bob Dylan di A Complete Unknown); un venditore di scarpe dall’ambizione smodata che diventa campione di ping pong e si lascia dominare dall’ossessione per il successo (Marty Supreme, film per cui è stato nominato anche come produttore). Non solo: sono otto i film da lui interpretati hanno gareggiato per l’Oscar più importante (Chiamami col tuo nome, Lady Bird, Piccole donne, Dune, Don’t Look Up, Dune – Parte due, A Complete Unknown, Marty Supreme). Chalamet è selettivo nei progetti, intelligente nelle scelte delle persone con le quali lavorare, entusiasta nella promozione.
Idolo generazionale come lo fu DiCaprio alla fine degli anni Novanta, amato dal pubblico e non immune a qualche allusione al queerbaiting (complici alcuni look e l’estetica twink), Chalamet è stato testimonial di brand che non l’hanno cannibalizzato (Tom Ford, Prada, Alexander McQueen, Chanel in un celebre spot diretto da Martin Scorsese) e sfuggente uomo da copertina, dalla love story “canonica” con la collega Lily-Rose Depp a quella più bizzarra con Kylie Jenner del clan Kardashian che gli ha attirato l’antipatia di chi li vede mal assortiti.
Per due anni, prima con A Complete Unknown e poi con Marty Supreme, Chalamet si è molto speso in rutilanti campagne elettorali, sempre “allineate” allo spirito dei film, rivendicando una sorta di continuità tra l’interpretazione e la promozione e “annullando” la persona nel personaggio. Tuttavia, l’awards season di quest’anno, chiusa con l’annunciata sconfitta inflittagli da Jordan, non ha giocato a favore di Chalamet: dalle finte riunioni su Zoom all’apparizione sulla Sphere di Las Vegas, il giovane divo è stato percepito come antipatico, poco empatico, troppo bramoso di vincere un Oscar, quasi fosse rimasto intrappolato nel carattere di Marty e nella tensione performativa.


Poi, lo sappiamo, c’è stata la tempesta perfetta. In una conversazione con Matthew McConaughey, Chalamet ha detto di non voler “lavorare nel balletto, nell’opera o in cose in cui la gente pensa: ‘ehi, mantieni viva questa cosa, anche se ormai a nessuno importa più”. Si è subito reso conto del pasticcio, tant’è che qualche secondo dopo ha provato a correggere il tiro, ma ormai, che dire, era andata. Com’è noto, queste dichiarazioni hanno scatenato l’ira di mezzo mondo, dai colleghi più blasonati (Jamie Lee Curtis, Whoopi Goldberg) ai teatri di mezzo mondo. Ovviamente non ha perso l’Oscar per questo motivo: pur essendo stata pubblicata il 24 febbraio senza alcuna eco, la vicenda è esplosa sui social solo il 5 marzo, poche ore prima della chiusura delle operazioni di voto.
Ora, al di là del fatto che chi ha curato la sua comunicazione in questi mesi forse dovrebbe porsi qualche domanda, ci sta che un trentenne borghese, colto e solitamente educato dica una sciocchezza. E ci sta che venga travolto da una shitstorm globale. È una dichiarazione uscita male ma, ad ascoltarla bene, non è che sia così lunare: Chalamet dice di voler difendere il cinema come intrattenimento ed esperienza e spera che continui a essere una forma d’arte davvero collettiva e popolare. Ha ragione? Certo che ha ragione. Nonostante tutto, il cinema in sala resta il consumo culturale più largo e inclusivo, soprattutto da un punto di vista economico e logistico (banalmente ci sono più sale che teatri). Il fatto che non partecipi alle serie delle grandi piattaforme streaming è la testimonianza più forte e importante da parte di un attore che crede in ciò che dice. E il fatto che, il giorno dopo la sconfitta all’Oscar, si sia subito impegnato a promuovere Dune – Parte tre rafforza il discorso.


Detto ciò, il tiro al piccione che ha subito in questi giorni è avvilente. Chalamet è diventato definitivamente il ragazzo che tutti amano odiare. Basta leggere commentatori anche piuttosto illustri per capire che di solito i suoi detrattori hanno più di cinquant’anni: gli uomini lo detestano per un supposto carattere snob (e c’è chi continua a giurargliela per aver tradito Woody Allen, che l’ha diretto nel delizioso Un giorno di pioggia a New York), le donne ci tengono a farci sapere che i sex symbol sono altri.
L’apoteosi di questa umiliazione pubblica è stata proprio alla cerimonia degli Oscar. Il conduttore Conan O’Brien gli ha dedicato qualche battuta acida e alcuni premiati o premianti si sono divertiti a lanciargli simpatiche frecciatine. E se lo sketch ispirato alle sculacciate subite da Marty (un paio di natiche ridotte a tamburi) si è subito rivelato un po’ gratuito, la performance musicale de I peccatori (Sinners) con un balletto sembrava pensata proprio per buttare benzina sul fuoco.
Un’intera comunità, che a parole si presenta comprensiva e inclusiva, ha trovato un bersaglio perfetto nel giovane divetto wasp che ha espresso un’opinione in maniera goffa ma senza che nessuno si sia preso la briga di ragionarci sopra, non tanto per difenderlo ma per chiedersi quale fosse davvero il tema. E Chalamet? Un signore che ha dispensato sorrisi e risate, sempre con la consapevolezza di dover espiare la colpa in mondovisione. E mentre gli strenui difensori del balletto classico si preparano a recitare nell’ennesima serie che dimenticheremo in una settimana, lui è già pronto a spendersi per la terza e ultima parte di uno di quei complessi kolossal d’autore che il grande schermo vede sempre meno spesso.



