Il gotico ha un fascino immediato, che coinvolge sempre nuovi cineasti. A gennaio è arrivata sugli schermi una nuova versione di Nosferatu diretta da Robert Eggers, oggi alla Mostra del Cinema di Venezia (in concorso), uno dei film più attesi è Frankenstein di Guillermo del Toro. A colpire è l’elemento esoterico che si fonde con l’umano: la bella e la bestia, il demone e l’angelo, l’orrore che si lega al sentimento, perché tutti i mostri oggi hanno bisogno di tenerezza. Lo aveva già capito Coppola nel 1992, quando girò Dracula di Bram Stocker. Il vampiro Gary Oldman seduceva la sua vittima Winona Ryder davanti a L’arrivo del treno a la stazione di La Ciotat. Il potere del cinematografo piegava anche la paura, trasformandola in passione.

Del Toro ne segue la scia, perché il suo Frankenstein è anche una storia d’amore. La trama la conosciamo, ma c’è qualche sorpresa che non vogliamo svelare. L’impianto è spettacolare, da kolossal fluviale (due ore e mezza) che vuole essere protagonista alla gara dei premi. Forse per ragionare sulla realtà di oggi bisogna ripartire proprio dalla figura di Frankenstein: scomporre, frammentare, per poi ricostruire, assemblare, ponendosi le domande giuste. È come se Guillermo del Toro qui avesse realizzato il suo film più spirituale, incentrato sulla solitudine, in cui l’unico mostro è colui che si sostituisce a Dio.

Non è un fan degli effetti speciali, le sue creature devono davvero prendere vita sul set. Rende cupe le favole “innocenti” (Pinocchio, La forma dell’acqua), si confronta con la Storia per indagare dimensioni parallele (Il labirinto del fauno), analizza la società americana per andare anche all’origine dei modelli economici che regolano le nostre vite (La fiera delle illusioni – Nightmare Alley).

Del Toro parte dalle radici, e si domanda: Frankenstein è ancora il Moderno Prometeo? Forse. Il nostro è un mondo costellato di idoli e falsi miti. Quindi il regista messicano destruttura la leggenda, la porta a essere al livello dell’uomo comune. Frankenstein è una storia di padri e di figli, di seduzione e abbandono, di violenza e dialogo perduto, di commozione e brivido. È un viaggio alla ricerca di Dio, ha un forte valore teologico, è un monito a chi si sente onnipotente (la critica è ai governanti senza scrupoli?). Ed è qui che l’epopea si fa riflessione sull’esistenza, nel tentativo di preservare gli insegnamenti del passato che alcuni vorrebbero cancellare.

Frankenstein e il suo Mostro (da non confondere) sono due entità separate, ma allo stesso tempo sono le due facce della stessa medaglia. È come se il protagonista inseguisse sé stesso. Del Toro si affida alle atmosfere dark, ai colori spenti, proprio per immergersi nella spiritualità, cercando di uccidere il male con la luce.

Ma lancia un avvertimento: chi è il vero mostro oggi? Forse quello che non si nasconde, che resta ben in vista e sa come blandire e richiamare a sé l’attenzione. Sfaccettato, torrenziale, Frankenstein aggiorna il mito, sottolinea l’incubo, e lo porta in un’attualità che mette i brividi.