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Timothée Chalamet in Marty Supreme
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Per il secondo anno consecutivo, Timothée Chalamet si conferma il re delle campagne elettorali: per la cover story di Vogue di dicembre (le copertine delle testate sono vere dimostrazioni di forza. Del talent, del fotografo, degli stylist, delle firme, delle aziende), vestito dallo stylist Eric McNeal, si è fatto fotografare nientemeno che da Annie Leibovitz in una dimensione intergalattica che ha destato qualche perplessità.
È un pezzo di un discorso più organico che riguarda il concetto di eccezionalità applicato a Marty Supreme, il cui claim è “Sogna in grande”: come un anno fa con A Complete Unknown, Chalamet rivendica una sorta di continuità tra film e promozione. La campagna performativa.
La copertina di Vogue arriva dopo una serie di azioni in bilico tra la performance e il marketing, tutte impostate sul colore arancione come Barbie fece con il rosa: una finta riunione su Zoom in cui il divo, proponendo idee assurde per la campagna per il film, interpretava una versione esagerata di sé; un’apparizione in una proiezione speciale insieme a dei tipi con una pallina da ping pong in testa; ha lasciato credere di essere EsDeeKid, rapper che si cela dietro un passamontagna, salvo poi svelare una collaborazione con il remix di 4 Raws; è salito sul tetto della Sphere, un enorme palazzo di Las Vegas, si è fatto riprendere da un drone mentre urlava la data di uscita del film e il palazzo s’illuminava d’arancione come una pallina da ping pong.
A parte le ironie sulla sua ricerca della grandezza (evocata nel discorso ai SAG dello scorso marzo), Chalamet è forse l’unica star della sua generazione a credere davvero nell’esperienza cinematografica: non fa serie, seleziona i progetti, si serve degli strumenti del divismo con consapevolezza metatestuale (è già il meme di se stesso), usa il gossip solo quando gli serve (la relazione con Klye Janner). Una fiducia ripagata dall’American Cinematheque, che gli dedica una retrospettiva (a trent’anni!) alla sua presenza e con talent d’alto profilo a presentare i film (Denis Villeneuve per Dune, Christopher Nolan per Interstellar). Che questo impegno abbia a che fare con la conquista dell’Oscar è indiscutibile; che Chalamet creda in ciò che fa, altrettanto.
Certo, le nuove rivelazioni degli Epstein Files possono danneggiare lo stauts della star. Il povero Timmy c’entra poco ma il fango sta arrivando. L’allora portavoce dell’attore, Peggy Siegal, scrisse al magnate pedofilo che Chalamet si era sentito costretto a prendere le distanze da Woody Allne (che l’aveva appena diretto nel delizioso Un giorno di pioggia a New York) e a donare il compenso per il film tre associazioni (Time’s Up, che raccoglie fondi per le spese legali delle vittime di abusi; LGBT Center di New York; il centro antiviolenza RAINN). Infastidito dalle pressioni della stampa, Chalamet – che aveva ventidue anni – rimodulò l’impegno nella campagna Oscar per Chiamami col tuo nome. Ovviamente non è coinvolto nella faccenda ma, insomma, la questione Safdie e questa fanno capire che, forse, il divo è nel mirino di qualcuno.



