Più che intercettare un fenomeno globale, KPop Demon Hunters compie un’operazione meno occasionale: crea un immaginario originale. È qualcosa di sempre meno frequente nel cinema d’animazione americano, teso com’è a sfruttare al massimo le proprietà intellettuali con sequel, prequel, reboot, revival, spin-off. Ed è sintomatico che un film del genere, così interessato a esplorare e immortalare un universo tanto amato come quello K-pop, sia prodotto da Sony ma disponibile su Netflix: perché, nonostante una distribuzione nelle sale per un periodo limitato (più una versione karaoke per i fan), un prodotto così largo e trasversale non ha più diritto di cittadinanza sui grandi schermi.

Una questione che si impone anche dopo i moltissimi premi raccolti, che pongono KPop Demon Hunters come titolo da battere per ben due Oscar: miglior film d’animazione e miglior canzone originale. Attenzione: stiamo parlando di quello che non è solo il film d’animazione più visto di sempre su Netflix, ma il più visto in assoluto nella storia della piattaforma.

©2025 Netflix
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KPOP DEMON HUNTERS - (L-R) Mira (voice by MAY HONG), Rumi (voice by ARDEN CHO) and Zoey (voice by JI-YOUNG YOO). ©2025 Netflix (NETFLIX)

All’origine del film diretto da Chris Appelhans (la sua opera prima, Il drago dei desideri, è un’altra storia originale patrocinata da Netflix) e della sudcoreana-canadese Maggie Kang c’è il desiderio di inserire il fenomeno K-pop in una cornice inedita: un musical, certo, ma urban fantasy, un genere in cui l’elemento magico e fantastico si sviluppa all’interno del mondo reale. Le protagoniste del film sono le superstar Rumi, Mira e Zoey, che vivono una doppia vita: in quella pubblica sono le Huntrix, incantano il pubblico registrando sold out negli stadi dove si esibiscono; in quella segreta, sono cacciatrici di demoni che devono proteggere i fan da una minaccia soprannaturale sempre più incombente. L’aspetto gustoso e ai limiti del camp è che i villain sono gli irresistibili membri della Saja Boys, una boy band che in realtà è formata da demoni sotto mentite spoglie.

La sessualizzazione dei personaggi non è mascherata: tra gli elementi determinanti del successo mondiale del K-pop – e una delle faccende più controverse e problematiche perché sconfinante nella strumentalizzazione e nell’oggettivizzazione – c’è proprio l’immagine del cantanti costruita a tavolino dall’industria. Generalmente alti e magri, con i maschi spesso androgini e le femmine legate agli standard delle idol (il tema del lolitismo esiste), le star del K-pop non sono solo lo specchio di un’ossessione per l’estetica, ma anche i referenti delle aspettative dei fan: gli uomini trasmettono un’idea di virilità attraverso la nobiltà d’animo che si riflette nel carattere mite, le donne sono punti di riferimento per sicurezza, maturità e grinta e non a caso si lanciano in performance poliedriche e spettacolari.

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KPOP DEMON HUNTERS - (Center) Jinu (voice by AHN HYO-SEOP). ©2025 Netflix (NETFLIX)

Uno schema che KPop Demon Hunters ricalca con un certo acume: le ragazze devono mantenere una doppia identità per mantenere il proprio ruolo sociale e culturale e difendere il mondo ovvero i fan come fossero cavalieresse oscure; i ragazzi sono splendenti e ingannevoli, seducenti come i demoni che abitano i loro corpi, tant’è che il nome della band può essere tradotto come “grande bestia” o “creature feroce”. La conoscenza del folklore è decisiva per capire gli strati del film e Kang – che l’ha anche scritto con Appelhans, Danya Jimenez e Hannah McMechan – si è ispirata proprio al repertorio locale per costruire questo film completamente radicato nel tessuto culturale sudcoreano, da quella più ancestrale (la mitologia, la demonologia) al contemporaneo (gli anime, i concerti, la pubblicista del K-pop).

KPop Demon Hunters è molte cose insieme: è un fanservice non banale che vuole parlare a un pubblico nuovo; è una storia originale, creativa e stimolante, che rielabora un consolidato repertorio di riti e miti locali (si veda l’utilizzo degli animali, dalla tigre alla gazza); è un film in cui i protagonisti cantano e ballano perché sono performer ma anche un musical in cui i protagonisti cantano e ballano perché in quel genere funziona così (i numeri sono narrativi e non decorativi); un dramma che affronta temi anche dolorosi ma con un approccio vivace se non proprio divertente; un omaggio alla cultura sudcoreana – compresi gli elementi più quotidiani – che passa attraverso la sua esaltazione in senso fantastico.

Una lezione: i fenomeni globali non hanno bisogno di instant movie commerciali. Un trionfo agli Annie Awards (dieci vittorie ai cosiddetti Oscar dell’animazione) e una marea di premi in tutto il mondo (comprese due doppiette ai Critics’ Choice e ai Golden Globe: film d’animazione e canzone originale, Golden), compreso un Grammy per la miglior canzone scritta per un media (sempre Golden).