Così nasce un pensiero totalitario. Non con un colpo di Stato; non con i carri armati nelle strade; non con il fragore delle bombe. Nasce in un’aula scolastica. Nella voce di un insegnante di storia che, con calma olimpica, indica Lavrentij Berija - il capo della polizia segreta di Stalin, architetto di torture e sparizioni - tra le figure storiche che più gli piacerebbe incontrare. Nasce nelle divise dei bambini, cucite per richiamare quelle dei Giovani Pionieri sovietici, come se il tempo non fosse passato. Nasce nella ripetizione meccanica di slogan nazionalisti da parte di chi non ha ancora imparato a distinguere una menzogna da una verità. Mr. Nobody Against Putin, candidato all’Oscar per il miglior documentario, racconta esattamente questo: il momento in cui un sistema politico decide di mangiarsi i propri figli, cominciando dal cervello.

Conviene ricordarlo, perché la memoria è corta e il privilegio della democrazia rende distratti. Quando parliamo di dittature non parliamo soltanto di prigionieri politici, di censura, di oppositori avvelenati. Parliamo anche di qualcosa di più sottile: la colonizzazione dell’immaginario. Una dittatura matura — dopo oltre vent’anni di potere incontrastato, quella di Vladimir Putin la è — non ha bisogno di fucilare i dissidenti in piazza. Le basta educare i bambini. Le basta che un insegnante come Pavel Abdulmanov, curvo e torvo come un personaggio uscito da un racconto di Gogol’, venga premiato come docente dell’anno al posto di chi prova a insegnare il pensiero critico. E che l’elezione con cui viene attribuito quel premio abbia tutta l’aria di essere stata truccata. Le basta, insomma, che la farsa diventi normalità.

Mr. Nobody Against Putin (2026)
Mr. Nobody Against Putin (2026)

Mr. Nobody Against Putin (2026)

Lo spirito del samizdat — quella tradizione clandestina di circolazione del pensiero libero che tenne viva la dissidenza durante l’Unione Sovietica — però non è morto. Oggi non viaggia più su fogli dattiloscritti passati di mano in mano, ma attraverso applicazioni web criptate, file video compressi, connessioni protette che collegano una cittadina degli Urali a una sala di montaggio di Copenaghen. È esattamente ciò che accade qui: un coordinatore di eventi scolastici di nome Pasha Talankin decide un giorno che la misura è colma e trasforma la propria routine lavorativa in azione civile. Filma tutto. I bambini indottrinati, le lezioni di propaganda, il progressivo restringimento di spazi e di voci alternative. E invia il materiale, pezzo dopo pezzo, al regista danese David Borenstein.

Siamo a Karabash, una delle città più inquinate e deprimenti del pianeta, un luogo in cui l’aria stessa è satura dei fumi tossici di una fonderia di rame. È una città da cui chiunque abbia un minimo di possibilità vorrebbe fuggire, eppure Pasha la ama. Dice di sapere che gli mancherebbe perfino quell’aria quasi irrespirabile, l’odore acre della fonderia, la madre brontolona e filogovernativa, il cane Dakota.

Intanto, da quella stessa città, studenti, fratelli e padri partono per il fronte e non tornano. Il bilancio delle vittime cresce, il film tiene il conto. La legge si inasprisce contro gli oppositori interni, trattati al pari di agenti stranieri. Pasha ora sa che se venisse scoperto rischierebbe fino a venticinque anni di carcere. A rendere il film disarmante è la sproporzione tra la gravità del rischio e la leggerezza del tono.

Mr. Nobody Against Putin (2026)
Mr. Nobody Against Putin (2026)

Mr. Nobody Against Putin (2026)

Anche questo è qualcosa di profondamente russo. Nessuna enfasi, nessuna retorica del martire. Piuttosto un’ironia sommessa, una mitezza che confina con l’autoironia. Il suo ufficio scolastico è decorato con immagini di Emma Watson nei panni di Hermione Granger, con strisce a fumetti satiriche e bandiere russe private della striscia rossa, simbolo silenzioso del sentimento contro la guerra.

È un rifugio minuscolo, quasi patetico nella sua fragilità, eppure per gli adolescenti di Karabash rappresenta l’ultimo spazio di pensiero libero rimasto. Li vediamo crescere nel corso degli anni di riprese. Cambiare volto, allungarsi, perdere qualcosa. Una di loro, Masha, non pronuncia mai una sola parola contro il regime. Basta guardarla. La vediamo spegnersi a poco a poco, giorno dopo giorno, dal momento in cui suo fratello viene spedito al fronte. È uno dei passaggi più strazianti del film, e il suo potere sta interamente nel non detto, nel progressivo inaridirsi dello sguardo di questa giovane donna.

Mr. Nobody Against Putin (2026)
Mr. Nobody Against Putin (2026)

Mr. Nobody Against Putin (2026)

Mr. Nobody Against Putin non offre virtuosismi o sperimentazioni formali. Non ha quell’inventiva visiva di documentaristi russi come Viktor Kossakovskij o Vitalij Manskij. Ha un montaggio lineare, una partitura elettronica appena accennata, il rallenti usato qua e là. Si sente il lavoro di pulizia della produzione danese: mettersi interamente al servizio della storia. Del resto, saturi come siamo d’immagini e di filtri, perché dovremmo desiderare il bello stile? Il mondo ha fame di immagini vere. Non ritoccate, non costruite, non estetizzate. Il pubblico contemporaneo, sommerso da deepfake e narrazioni manipolate, chiede autenticazione. Vuole sapere che ciò che vede è reale, che qualcuno ha davvero messo a rischio la propria vita per portare quelle immagini fino a noi. Il documentario, in questo senso, sta vivendo un ritorno alle origini, cercando non più e non tanto la forma nella ma della realtà. E una presenza. Una testimonianza concreta: il corpo, la libertà, la vita stessa del testimone.

Pasha Talankin non è un eroe. È un uomo qualunque, un mister nessuno che un bel giorno ha deciso di non voltarsi più dall’altra parte. Potremmo essere tranquillamente uno di noi. La domanda è: sapremmo esserlo? Impossibile rispondere, se non con la speranza di non doverlo scoprire mai. Ma qualcosa la possiamo già fare: guardare quello che Pasha ha filmato e che nessuno avrebbe dovuto vedere. Non sono immagini belle, perfette, artistiche. Sono immagini vere. Terribilmente, necessariamente vere.