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© 2025 Netflix, Inc.
Le nomination della 98a edizione degli Oscar saranno svelate giovedì 22 febbraio, con la cerimonia di premiazione fissata per domenica 16 marzo. È l’atto finale dell’awards season, la lunga e affollata stagione dei premi assegnati da circoli della critica, associazioni di categoria ed enti vari: a dominare, finora, è Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson (quasi un plebiscito: 172 vittorie su 383 nomination), con I peccatori di Ryan Coogler e Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao a rincorrere. Fare previsioni su chi vincerà le statuette più ambite è uno sport (inter)nazionale praticato con un diffuso dilettantismo. E allora vediamo dieci attori e attrici che sicuramente non vinceranno l’Oscar. E che, tutto sommato, meriterebbero almeno una candidatura.
Josh O’Connor – The Mastermind
Ha trentacinque anni, è il sad boy per eccellenza del nostro cinema (il maschio fragile, malinconico e introspettivo eppure seducente e malizioso) e lavora tantissimo. In attesa di vederlo in Disclosure Day di Steven Spielberg, nel 2025 è stato un cowboy dolente in Rebuilding, l’amato di Paul Mescal nel mélo The History of Sound, il prete ex boxer di Wake Up Dead Man: Knives Out e il padre di famiglia che ruba opere d’arte nel quieto, laconico, avvincente, spiazzante heist movie di Kelly Reichardt. E l’attore britannico è meraviglioso nel calarsi dentro lo smarrimento di questo loser con gli occhi liquidi, il sorriso triste e lo sguardo da cane bastonato.


The Mastermind di Kelly Reichardt
Kathleen Chalfant – Familiar Touch
Autorevole esponente di Broadway, questa consumata attrice teatrale (nel curriculum Angels in America e molti premi per il suo cavallo di battaglia Wit, su una docente esperta di John Donne che scopre di avere un cancro alle ovaie) ha trovato la sua grande occasione cinematografica a quasi ottant’anni nell’opera prima di Sarah Friedland: un’anziana affetta da un principio di demenza che deve abituarsi alla nuova routine della casa di risposo. Premiata a Venezia 2024 nella sezione Orizzonti, miglior attrice secondo la National Society of Film Critics e in gara agli Independent Spirit Awards: non è mai troppo tardi per essere la rivelazione della stagione.


Kathleen Chalfant in Familiar Touch
(Armchair Poetics)Ben Whishaw – Peter Hujar’s Day
Nel dicembre 1974, la scrittrice Linda Rosenkratz intervistò l’amico fotografo per un libro mai pubblicato. Ira Sachs parte da questo atto mancato e osa un film interamente fondato su due personaggi che chiacchierano in un appartamento. Poco più di settanta minuti, tutto sulle spalle di Rebecca Hall (altra attrice sottoutilizzata rispetto a quanto meriterebbe) e di un monumentale Whishaw. Che si conferma un gigante: che magnifico controllo vocale nell’enunciare i fatti senza rinunciare ai commenti più maliziosi, che intelligenza nel dire senza dire per rispondere a se stesso e all’amica, che carisma sconfinato perché antiretorico e tutto in sottrazione.


Peter Hujar's Day
Eva Victor – Sorry, Baby
L’endorsment di Julia Roberts ai Golden Globe potrebbe dare la volta questa millennial, già molto attiva nel circuito social dell’umorismo femminista, che di sorprendente racconto sull’elaborazione di un trauma è regista (esordiente), sceneggiatrice e protagonista. Nel mettere in scena il disagio profondo e l’impaccio dello stare al mondo di una giovane professoressa imperfetta e complessa, buffa eppure dolente, tanto presente a se stessa quanto spaesata dentro e fuori, rifulge il talento limpido di Victor, capace di trasmettere un’empatia e un’ironia che le permettono di emanciparsi dal ricatto del film a tesi e della dittatura del “messaggio”.


Kevin O’Leary – Marty Supreme
Qualche settimana fa, A24 aveva deciso di puntare su di lui per una candidatura come miglior attore non protagonista. O’Leary non è un attore: noto come “Mr. Wonderful”, è una specie di super-Briatore canadese, un businessman famoso per il programma Shark Tank in cui valuta e investe in startup. Ogni tanto l’Academy si appassiona ai debuttanti eccellenti (Harold Russell, John Houseman, Haing S. Ngor, Barkhad Abdi) e chissà se alla fine non la spunti anche lui, che nel film di Josh Safdie è l’antagonista di Chalamet, un magnate delle penne stilografiche, marito cornuto di Gwyneth Paltrow, che incarna tutto il capitalismo americano.


Jennifer Lopez – Kiss of the Spider Woman
Quarant’anni dopo, è curioso osservare come l’attenzione che l’Academy riservò a Il bacio della donna ragno, che Héctor Babenco trasse dal romanzo di Manuel Puig, coproduzione indie tra Brasile e USA che affrontava la dittatura militare in chiave metanarrativa e valse l’Oscar a William Hurt. In piena wave brasiliana (Io sono ancora qui, L’agente segreto), la trasposizione del musical tratto dal film è stata poco considerata dalla critica e molto snobbata dal pubblico. Nonostante la presenza di una star come JLo, che da tempo cerca un riposizionamento da attrice (l’Oscar buzz di Le ragazze di Wall Street, le rom com, gli action per Netflix) e qui brilla in una performance completa, trasformista, spericolata, da vera diva.


Kiss of the Spider Woman © Credit Ana Carballosa. Courtesy of AE Ops, LLC and Mohari Media US, LLC.
Billy Crudup – Jay Kelly
Nella commedia metacinematografica di Noah Baumbach, Crudup appare in una sola scena per circa otto minuti: tanto gli bastano per incastonarsi nella memoria. Nel dar vita a un attore fallito diventato psicoterapeuta infantile, che da giovane era il più bravo del corso di recitazione frequentato con il protagonista (George Clooney, nel ruolo di una star che gli ha rubato la vita, cioè il lavoro e l’amore), il navigato cinquantasettenne newyorkese (di recente valorizzato soprattutto nella serie The Morning Show) offre una performance clamorosa passando da una straziante lettura del menù seguendo le tecniche del Metodo a un’irresistibile e un po’ patetica zuffa.


Tânia Maria – L’agente segreto
Dona Sebastiana, anziana tabagista con passati partigiani (a Sassuolo) che aiuta i dissidenti politici sotto la dittatura brasiliana e accoglie il protagonista nel condominio da lei gestito, è uno dei personaggi memorabili di quest’anno. Kleber Mendonça Filho l’ha scritto per lei, che ha fatto la sarta per una vita prima di debuttare come figurante in Bacurau nel 2019. Quasi ottantenne, prima di questa inaspettata carriera non era mai stata in una sala cinematografica. I brasiliani, infervorati dopo la storica vittoria di Io sono ancora qui, sperano in una (improbabile) nomination. Lei, intanto, dà lezioni: “Sono felicissima, ma non so nemmeno cosa sia un Oscar”.


Alexander Skarsgård – Pillion - Amore senza freni
Quest’anno abbiamo rischiato di vedere padre e figlio in gara nella stessa categoria. Se papà Stellan è il frontrunner per la sua titanica interpretazione in Sentimental Value, il primogenito è uno degli outsider grazie a un piccolo esordio britannico (meno di un milione di budget) che gli ha offerto il suo ruolo della vita: un misterioso e dominante motociclista che instaura una relazione sadomasochista con un ragazzo introverso. Una performance generosa e audace che ribolle dentro un mélo spiazzante e incredibilmente mai disturbante, che Skarsgård gestisce con misura e intelligenza: lavorare di sottrazione in queste condizioni è qualcosa di affascinante.


Glenn Close – Wake Up Dead Man: Knives Out
A settantotto anni, dopo mezzo secolo di onorato servizio, una delle più grandi attrici della sua generazione continuerà a detenere il record di attrice con più candidature (otto, dal 1983) senza mai averne vinto uno (almeno tre vittorie mancate che gridano vendetta: Attrazione fatale, Le relazioni pericolose, The Wife). E questo nonostante uno Studio che molto spende in campagne aggressive alla Weinstein (si veda il caso di Frankenstein...) e un personaggio fortissimo: la donna di chiesa che (SPOILER!) si rivela la villain rivela ancora una volta l’impressionante gamma emotiva di questa regina (e c’è anche una scena madre finale per acchiappare gli elettori).



