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Scalfire la roccia arriva in un momento in cui l'Iran brucia. Khamenei è morto sotto le bombe, il Medioriente un rebus che nessuno sa più leggere, il regime degli ayatollah sembra improvvisamente qualcosa di diverso da quello che era ieri, non più un monolite. Prima delle bombe americane e israeliane, la sua struttura poteva cedere da dentro? Non lo sapremo mai. Chi ha provato a sfidare il regime, anche di recente, ha pagato con la vita. Ma la risposta del candidato all'Oscar come miglior documentario, nelle sale italiane l'8 marzo, è ancora diversa. È la strategia di chi ci prova lentamente, un centimetro alla volta. Come Sara Shahverdi.
Shahverdi è ostetrica. Ha aiutato a nascere centinaia di persone nel nord-ovest dell'Iran. È divorziata, il che in quel contesto non è uno stato civile ma una condanna sociale. Poi si candida al consiglio comunale del suo villaggio. Poi vince. E il film è la storia di quello che accade dopo.
Il documentario è girato tra l'azeri turco e il farsi, nasce da anni di riprese, ritorni, pause, ricominciamenti. Non si vede ma si percepisce nella densità del materiale, nel tipo di fiducia che la protagonista concede alla macchina da presa. Fiducia non scontata. Anche questa costruita nel tempo, con pazienza. Il senso del film di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni è anche nel suo farsi, nei segni di un tempo piegato alla costruzione di una relazione.


Sara Shahverdi non è una santa né un simbolo. È contraddittoria, spigolosa, stanca. Si muove in un universo dove alle donne viene chiesto di stare ferme, con una velocità che è già di per sé gesto politico. I suoi spostamenti dettano i tre movimenti del film. Prima la campagna, con la politica di prossimità, di stanze, di case aperte e incontri sul tappeto. Poi la vittoria elettorale, quando persino la festa è segnata da separazioni di genere, gerarchie invisibili, spazi che si aprono e subito si restringono. Il varco. Infine il terzo movimento, la frizione del potere. Perché essere eletta non significa poter governare. Ogni decisione diventa negoziazione, ogni negoziazione diventa scontro, ogni scontro diventa delegittimazione. Le accuse si spostano come tergicristalli pieni di fango, dall'impegno politico all'identità personale alla "rispettabilità". È il patriarcato all’opera in modo sottile. Non deve vietare, gli basta screditare. Shahverdi sa che non può prenderlo a pugni perché è ovunque e da nessuna parte, è l'aria ferma in una gigantesca stanza chiusa.
Eppur si muove. Vedere una donna che decide instilla fiducia nelle altre. Le ragazze che imparano a guidare. La minorenne si sottrae a un matrimonio imposto. Cose piccole, testarde, ripetute. Scintille, non rivoluzioni. Movimenti circolari, lenti, che tornano sullo stesso punto e ogni volta lo trovano leggermente diverso.


L’approccio di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni è da cinéma vérité. Vicini alla protagonista, nel vivo degli incontri, aspirando il rumore dei corpi nello spazio. Di tanto in tanto però la regia si concede qualche composizione, inquadrature costruite, tempi dilatati. Il montaggio è serrato, ancorato in alcuni snodi di racconto che costituiscono la colonna vertebrale emotiva del racconto. Mentre nei passaggi contemplativi si sente la fatica del personaggio, la fatica sisifea del cambiare le cose un centimetro alla volta sapendo che appena molli la presa l'elastico ti torna indietro.
Scalfire la roccia non è il ritratto di una pioniera, è un film sulla differenza tra aprire una crepa e riuscire a tenerla aperta. L’anatomia di una rivoluzione scandita non dalle bombe ma dal lavoro di una persona ostinata che ha scelto di non arretrare. Oggi, domani, il giorno dopo ancora.
