La tesina dedicata al racconto breve che suo malgrado innesca lo shock, le letture di Gita al faro e La stanza di Giovanni a fare da mappa per orientarsi negli orizzonti privati, un programma di corso dedicato al romanzo del Novecento, la laconica riflessione con gli studenti su quanto possa essere ammaliante lo stile di un romanzo dalla trama “disgustosa” come Lolita.

C’è un’evidente, perfino sfacciata, dimensione teorica se non riflessiva in Sorry, Baby, che in cinque capitoli non cronologici (in realtà il primo e l’ultimo sono legati e si intitolano allo stesso modo, “The Year with the Baby”; gli altri sono “The Year with the Bad Thing”, “The Year with the Questions” e “The Year with the Good Sandwich”), racconta i cinque anni in cui Agnes (“Agnello di Dio!” esclama il suo bizzarro ma tenero vicino di casa), una giovane docente universitaria, fa i conti con un trauma.

Philip Keith

Più che al cinema, Eva Victor (qui regista esordiente, sceneggiatrice e protagonista, già star social nel circuito dell’umorismo femminista) sembra guardare alla narrativa, allo spirito e alle strutture di romanzi come Triste tigre o Il mio anno di riposo e oblio, con un occhio a una miniserie seminale come Fleabag per il voltaggio umoristico nel sondare gli abissi e le altezze delle difettose che esercitano l’impaccio dello stare al mondo (indicativo il passaggio in cui un giudice legge un suo questionario: “Come la descriverebbero i suoi amici? ‘Intelligente’, poi ha cancellato e ha scritto: ‘Alta’”).

Ma la teoria della letteratura non è solo una posa intellettuale o un appiglio estemporaneo da bo-bo, quanto piuttosto un’occasione per esplorare i rapporti tra testi e contesto, interpretare il film trascurando il ricatto del messaggio, destrutturare la narrazione per riflettere su come si sviluppa l’intreccio, esplorare un punto di vista preciso, analizzare il senso del tempo al crocevia tra la cronologia dei fatti e la vita interiore.

Philip Keith

Adottando le pratiche dell’indie e la maschera di una sorta di biografia immaginaria, Sorry, Baby procede per quadri, dialoghi, incontri, duetti, sempre in bilico tra l’ironia e il dramma, il caso e il meccanismo, la gag che fa deflagrare l’imbarazzo (dalle conversazioni con l’invidiosa ex compagna di corso alla scoperta del topo nel letto) e l’orrore fuori campo (la rappresentazione della molestia è rigorosa e glaciale) che si riverbera nelle parole tra noi pesanti, nelle pagine da appiccicare alla finestra come fossero protezioni dal mondo esterno, nell’incapacità di relazionarsi con il prossimo se non nell’ottica del duello, nel senso di colpa che sconvolge le vittime bloccate nel trauma.

In questo senso è un film profondamente generazionale per come inquadra l’atteggiamento difensivo fino a farsi ritorsivo delle ragazze che vogliono bruciare tutto (lo scontro verbale tra il medico e l’amica Lydie interpretata da Naomi Ackie), l’ipocrisia di istituzioni sempre pronte a posizionarsi ideologicamente per nascondersi dietro la burocrazia (da leggere in parallelo con il più ricco e architettato After the Hunt), la volontà di urlare qualcosa dentro il disagio di non riuscire a verbalizzarla (la sequenza del tribunale), l’incapacità di costruirsi “una stanza tutta per sé” in cui coltivare il desiderio di essere come tutti (l’incontro con un paninaro che rassicura Agnes dopo un attacco di panico, le confidenze in vasca sul futuro personale con il vicino, un maschio fragile ben incarnato da Lucas Hedges).

Philip Keith

Film onesto e mai ammiccante, Sorry, Baby trova la misura dell’empatia nel mettere in scena una giovane donna depressa ma non alla deriva, imperfetta e complessa, tanto presente a se stessa quanto spaesata. E rivela il talento limpido di Victor, così brava nel ricordarsi che non esiste commedia (perché lì sotto c’è una commedia) senza l’ombra del dolore. Premiato con il Waldo Salt Screenwriting Award al Sundance, passato alla Quinzaine di Cannes 78, miglior opera prima per il National Board of Review, quattro nomination agli Independent Spirit Award e una ai Golden Globe per Victor come miglior attrice drammatica. Decisamente uno dei debutti più rilevanti del 2025.