80 film per 80 anni di Repubblica. Uno all’anno, dal 1946 al 2025. Ma non quelli che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese come fece il comitato che selezionò i “100 film italiani da salvare” con l’obiettivo di costruire un “canone” a futura memoria (peraltro considerando solo trent’anni, dal 1948 al ’78). No, tra queste 80 scelte non ci sono i titoli di quella lista: sono film meno celebrati e ricordati, a volte dimenticati se non proprio rimossi, eppure a loro modo cruciali per leggere i cambiamenti della società, interpretare gli umori del popolo, osservare di traverso o da punti di vista inediti le tendenze, le mode, le ossessioni di un Paese che forse tanto unito non è. Non ci sono La dolce vita e Ladri di biciclette, Roma città aperta e I soliti ignoti, non ci sono Fellini e Visconti, Rossellini e Antonioni, Bertolucci e Rosi (anche se qualche mostro sacro c’è).

Si può raccontare un Paese e la sua identità attraverso i film che non sono caduti nell’oblio senza entrare nella memoria collettiva (non tutti, in questo catalogo alcuni cult che talvolta tendiamo a sottovalutare)? Ci sarà tempo per celebrare i “film della Repubblica” (restate su questi schermi), quelli che costituiscono il patrimonio culturale italiano, forgiato la nostra identità e plasmato il nostro gusto. No, questo è un canone inverso per una controstoria italiana: il cinema italiano non è solo una storia plurale ma anche sfuggente. E, come ogni storia d’amore, è anche una storia di fantasmi.


1946: Roma città libera (Marcello Pagliero)

Anime in pena senza nomi né orizzonti in una capitale piena di soldati americani e traffichini che vivono di espedienti. Scritto dallo sfortunato regista (già partigiano in Roma città aperta) con, tra gli altri, Ennio Flaiano, Suso Cecchi D’Amico e Cesare Zavattini, è uno dei più famosi film maledetti del nostro cinema: sommerso dai capolavori neorealisti, lunare, teorico, troppo avanti.


1947: Come persi la guerra (Carlo Borghesio)

Dopo avere combattuto in tutte le guerre, un uomo comune non riesce a tornare in abiti borghesi neppure in tempo di pace. La lezione surreale e dinamica di Chaplin nello schema della commedia di derivazione neorealista, con il corpo comico dell’antieroe Erminio Macario a incarnare un disagio collettivo (un tipo di umorismo poco frequentato dal nostro cinema).


1948: L’ultimo sciuscià (Gibba)

“Per fortuna sono rimasti in pochi a commuoversi per i lustrascarpe” sosteneva Riccardo Freda ma, insomma, il neorealismo resta il nostro più grande lascito alla storia del cinema. E, tra i capolavori consacrati, perché non recuperare l’unico, struggente cartoon del movimento, realizzato da un pioniere che, anni dopo, avrebbe scandalizzato con il cult eroticomico Il nano e la strega?


1949: Le mura di Malapaga (René Clément)

Chi ricorda che questo mélo franco-italiano vinse un Oscar? Nell’immediato dopoguerra, una Genova portuale e lacerata si lascia plasmare dal realismo poetico (un inedito incrocio mediterraneo tra l’Africa bianca, Napoli, Marsiglia e il Portogallo) per far da sfondo a una disperata storia d’amore (tra la fu diva internazionale Isa Miranda e il simbolo di una nazione, Jean Gabin).

Le mura di Malapaga (Webphoto)
Le mura di Malapaga (Webphoto)

Le mura di Malapaga (Webphoto)


1950: Benvenuto, reverendo! (Aldo Fabrizi)

Fabrizi ha sempre covato ambizioni d’autore che si intravedono anche in questa sua commedia rurale, in cui dà vita a un ladro che si finge parroco (lui che fu prete eroe di Roma città aperta). E, con sorprendente audacia, mette in scena il ruolo di mediatore sociale della Chiesa, auspicando l’equa distribuzione delle risorse e denunciando gli autoritarismi delle scorie post-fasciste.


1951: Persiane chiuse (Luigi Comencini)

Il titolo si riferisce alle case di tolleranza, nel periodo in cui si cominciava a discutere dell’abolizione della prostituzione regolare (la legge Merlin sarebbe arrivata nel 1958). Ma la situazione è tale da far scatenare un mélo sorprendentemente politico: la celebrazione della sorellanza salvifica ha un effetto anche sociale giacché porta a una presa di coscienza piuttosto in anticipo sui tempi.


1952: Lo sai che i papaveri (Vittorio Metz e Marcello Marchesi)

La ricostruzione del Paese passa anche attraverso i consumi culturali e i successi popolari. Come Papaveri e papere di Nilla Pizzi, secondo posto nella prima edizione di Sanremo, già di per sé allusiva e che, nelle mani di una delle grandi coppie umoristiche del periodo, diventa la base per una satira sul potere democristiano, una strepitosa parodia di Dottor Jekyll e Mr. Hyde.


1953: Il ritorno di don Camillo (Julien Duvivier)

Tra i titoli di questa selezione è forse il più noto, ma, al di là della simpatia per il “mondo piccolo” descritto da Guareschi, affronta due grandi traumi collettivi: il fascismo (il prete e il sindaco comunista regolano i conti con un fascista rientrato in incognito) e l’alluvione del Polesine (la necessità dell’arco costituzionale per la ricostruzione). Mica male per il secondo maggior incasso di quella stagione.


1954: La mano dello straniero (Mario Soldati)

A Venezia, una profuga istriana aiuta un bambino inglese a trovare il padre, spia appena rapita. Il più inaspettato tra i film dell’eclettico regista e scrittore: noir lagunare un po’ giallo e un po’ mélo, soggetto firmato dall’amico Graham Greene, atmosfere che devono più di qualcosa a Il terzo uomo (ci sono Alida Valli e Trevor Howard). Colto e popolare, intrigante e avvincente.


1956: Giovanna (Gillo Pontecorvo)

Lotta dura senza paura: un gruppo di operaie occupa la fabbrica contro i licenziamenti voluti dai padroni. Nel frattempo, i mariti rivogliono le donne a casa. L’opera prima del futuro regista di La battaglia di Algeri è un clamoroso mediometraggio militante e appassionato, neorealista e modernissimo, contro il patriarcato e il capitalismo. E infatti non uscì mai nelle sale.


1956: Lo svitato (Carlo Lizzani)

La Milano tra il dopoguerra e il boom è una città che si trasforma, tra gasometri e fonderie, gru e tram, vecchi quartieri e nuovo cemento. Un cantiere come, in qualche modo, lo era all’epoca la carriera di Dario Fo, qui nell’unico ruolo da protagonista assoluto. La comicità nonsense e l’approccio stralunato decretarono il fallimento commerciale, il giullare si dedicò solo al teatro. E vinse il Nobel.


1957: Il momento più bello (Luciano Emmer)

Ai tempi si parlava di neorealismo rosa (con un certo sospetto), ma le commedie di questo regista sfuggente e cruciale (soprattutto se scritte con Sergio Amidei) sono delle vere e proprie anatomie del costume e della società: l’amore tra un medico e un’infermiera (Marcello Mastroianni e Giovanna Ralli, alchimia perfetta) come pretesto per raccontare il parto indolore. Maieutica all’italiana.


1958: Città di notte (Leopoldo Trieste)

Respinta dall’attore di cui è invaghita, una quindicenne scappa; il padre e il fratello si mettono alla sua ricerca. Intanto gli altri membri della compagnia cercano di capire il proprio destino. Negli anni delle ninfette e dei dolci inganni, la giovinezza comincia a essere un argomento e un discrimine, con gli adulti che non accettano i romanzi di formazione (e di emancipazione) dei figli.


1959: I ragazzi del juke-box (Lucio Fulci)

Ancora giovani: prima del rivoluzionario Urlatori alla sbarra e della moda dei musicarelli, l’irruzione del rock’n’roll in Italia diventa un ironico pretesto per intrecciare frivole storielle (dal conflitto tra genitori e figli agli amorazzi adolescenziali) e intercettare sussulti e cambiamenti sociali. E anche un banco di prova per colui che passerà alla storia come il terrorista dei generi.

I ragazzi del juke-box
I ragazzi del juke-box

I ragazzi del juke-box

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1960: Stendalì – Suonano ancora (Cecilia Mangini)

Dieci minuti per restituire il rito ancestrale della lamentazione funebre nella Puglia meridionale. Partendo dagli studi di Ernesto De Martino, la maestra del cinema del reale italiano – con l’aiuto di Pier Paolo Pasolini che traduce e adatta un antico canto in greco salentino – firma un capolavoro etnografico, magico e poetico. E lo consegna all’intero patrimonio culturale: a futura memoria.


1961: Totòtruffa ’62 (Camillo Mastrocinque)

Che sia un cult è indiscutibile, però conviene sempre celebrare una delle ultime apoteosi del genio. Per capire le paturnie dell’epoca, l’anno citato nel titolo fu scelto per non abbinare il ’61 (legato al centenario dell’Unità d’Italia) alle vicende di due truffatori. I tempi cambiano ma Totò resta (qui con il clamoroso Nino Taranto): la farsa incontra la commedia all’italiana, con sketch epocali e perfino intrepidi.


1962: Smog (Franco Rossi)

Primo – e forse il meno prevedibile – film italiano girato interamente negli Stati Uniti, riemerso dall’oblio dopo più di mezzo secolo, segue quarantotto ore di un avvocato romano a Los Angeles. La scoperta del futuro e le promesse mancate, lo stile documentaristico e l’eco del boom nella superficialità di Enrico Maria Salerno, perfetto in questi ruoli. Musiche di Umiliani con Chet Baker.

Smog
Smog

Smog


1963: La rimpatriata (Damiano Damiani)

Due quasi quarantenni si ritrovano per caso e decidono di rintracciare altri tre amici. In una Milano cupa e notturna, cinque vampiri che aspettano l’alba nel più spietato e spregiudicato dei film dell’eclettico regista: una reunion cinica, aspra e malinconica sul tempo che sfugge e sul dolore del diventare vecchi, che riflette con lucidità sulla fine del miracolo (economico).


1964: Amore mio (Raffaello Matarazzo)

Love affair tra un infelice marito borghese e una ragazza salvata dal suicidio. L’addio al cinema del maestro strappalacrime ha poco a che fare con i classici Catene e I figli di nessuno, dove la pace familiare non è più l’allegoria di un Paese bisognoso di conferme e certezze. In questo mélo del boom economico e prima della rivoluzione, il clima sociale determina il pessimismo dell’autore.

Amore mio
Amore mio

Amore mio

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1965: Una bella grinta (Giuliano Montaldo)

Il jazz di Piero Umiliani accompagna un’altra ballata nera che racconta il lato oscuro del miracolo economico. Un dramma che non commuove, una commedia che non fa ridere: lo spaccato amaro e pessimista di una società che fa finta di non vedere le falle del sistema. Un industriale sull’orlo del baratro (Renato Salvatori), la provincia meccanica (Bologna), gli ascensori sociali inceppati.


1966: Le spie vengono dal semifreddo (Mario Bava)

Apoteosi della parodia (il titolo parla da solo): inserire Franco e Ciccio in una cornice spionistica (sono gli anni di 007) con lo scienziato pazzo Vincent Price. Per quel mago del regista era una “fesseria”: forse è vero ma, insomma, è incredibile come un film comico sappia rileggere i successi del periodo senza rinunciare al gusto pop e sfoderando una sorprendente (e inconsapevole?) intertestualità.

Le spie vengono dal semifreddo (Webphoto)

1967: Il nero (Giovanni Vento)

Un free jazz di spiazzante modernità che parte dai “figli della Madonna” (così erano chiamati a Napoli i bambini nati dopo la guerra da militari afroamericani) per fare i conti con il non-detto dell’eredità colonialista e il nostro legame con il razzismo. Una mina vagante, tra l’underground sommerso e la borghesia smarrita, l’ipotesi di una nuova onda tirrenica bagnata da John Cassavetes.

Il nero
Il nero

Il nero


1968: Morire gratis (Sandro Franchina)

La Roma bohémien degli anni Sessanta, quella degli artisti (maledetti) della Scuola di Piazza del Popolo, è il punto di partenza dell’unico e sfortunato lungometraggio di finzione del regista, dove un pittore (Franco Angeli, quasi un’autobiografia) viaggia verso Parigi per piazzare la sua nuova opera (una lupa capitolina). In anticipo su tutto, un sorpasso d’avanguardia, sperimentale e spericolato.


1969: Plagio (Sergio Capogna)

A rivederlo oggi, questo spaccato giovanile nella Bologna sessantottina sembra un Challengers in cui al posto del campo da tennis c’è un’aula di via Zamboni: in due è amore e in tre è meglio, purché vada bene a tutti altrimenti il mélo è dietro l’angolo, anzi nel mare d’inverno prima di una notte di quiete. Un’Italia in diretta: il desiderio di non essere come tutti e la nostalgia del futuro.


1970: La camera (Alberto Sordi)

Le coppie è tra gli ultimi esemplari della moda del film a episodi: se Monicelli si concentra sul consumismo e De Sica sul capitalismo, Sordi trova la sua miglior regia parlando delle vacanze di due burini ingordi e arricchiti. La satira sul classismo di Rodolfo Sonego e il cinismo del divo per un apologo secco e lucido, in bilico tra populismo e sovversione, fortemente popolare e ferocemente antiborghese.

Le coppie (Webphoto)

1971: …hanno cambiato faccia (Corrado Farina)

Nosferatu e Marcuse, Godard e Freud, de Sade e la pubblicità, le Langhe e l’LSD: il caos per dare ordine al mondo, il vampirismo come metafora del capitalismo, la festa funebre del Sessantotto. Tra satira e terrore, un’esperienza spiazzante in bilico tra la fantasia e la sociologia, la società del benessere e il brivido del malessere. Ardito e amabilmente sconclusionato, vero figlio della sua epoca.


1972: Il vero e il falso (Eriprando Visconti)

A cavallo tra contestazione e anni di piombo, tra l’apologo morale e il rompicapo thriller, il crollo delle certezze intercetta il tema della malagiustizia (un’ossessione tutta italiana) in questo giallo dal titolo poderoso che gronda tensione e pessimismo: la provincia che dista da Roma un’ora ma anche cent’anni, un misterioso (doppio) omicidio, un verdetto, il cold case, la rasa dei conti.


1973: Pulcinella (Giulio Gianini ed Emanuele Luzzati)

Gianini fu tra i pionieri della fotografia a colori, Luzzati è stato maestro di tutto. In comune avevano la passione per il teatrino dei burattini. Dal loro sodalizio sono nati tanti corti e qualche lungo che costituiscono un eccezionale corpus di opere realizzate a partire da sontuosi découpage. Come questo buffo balletto rossiniano, una fantasia matrimoniale in maschera che sfiorò l’Oscar.


1974: Tutto a posto e niente in ordine (Lina Wertmüller)

Incastonato nel poker di successi internazionali, è il film più schietto e vitale della regista: negli anni della (ri)scoperta degli operai come corpi centrali dello spettacolo d’autore, una rutilante ronde proletaria in una grigia Milano piena di immigrati meridionale. Tra vita e malavita, l’ipotesi di un musical e un attentato che fa da cesura emotiva. Con una memorabile galleria di facce.


1975: L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale (Gian Vittorio Baldi)

Tra i film che parlando della Seconda guerra mondiale e della Resistenza è tra i meno conosciuti e i più importanti. Storia di un massacro inventato eppure realistico: da una parte, i repubblichini, feroci e crudeli sacerdoti della morte; dall’altra, il popolo che subisce. Secco, asciutto, straziante nel suo non-far vedere il visibile dell’orrore, un film partigiano, ribelle, indipendente.


1976: Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro (Alberto Grifi)

Per un cinema antagonista e per sempre contemporaneo, che colga la cronaca nel momento in cui diventa storia: doveva essere un film-concerto, è diventato un saggio contro il sistema, uno psicodramma collettivo sul prematuro tramonto di un nuovo sol dell’avvenir e sull’aborto del desiderio di non essere come tutti. Unicum filmico che esalta ancor di più la natura effimera della proposta dentro la protesta.


1977: Il giorno dell’Assunta (Nino Russo)

Standard italiano: il film dei perdigiorno che ammazzano il tempo per non ammazzarsi (da I vitelloni a Le città di pianura). Che qui sono due dropout, emigrati meridionali, che passano il Ferragosto in una Roma completamente deserta. Lo spaesamento degli intellettuali o presunti tali: si chiacchiera per non annegare nella disperazione, abitando la fine di qualcosa in una città che ti consuma.

Tino Schirinzi e Leopoldo Trieste in Il giorno dell'Assunta
Tino Schirinzi e Leopoldo Trieste in Il giorno dell'Assunta

Tino Schirinzi e Leopoldo Trieste in Il giorno dell'Assunta

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1978: L’arma (Pasquale Squitieri)

All’incrocio tra Un borghese piccolo piccolo e Il giocattolo, il tema della giustizia privata – mascherata come difesa personale – non può non affascinare il coriaceo regista, polemista per immagini, soprattutto quando tocca la brava gente che, di fronte alla violenza, perde la misura del buon senso e la misura. Tagliato con l’accetta, d’accordo, ma piuttosto sintomatico del clima sociale.


1979: Ammazzare il tempo (Mimmo Rafele)

Dopo Porci con le ali (all’origine c’è il romanzo di Lidia Ravera), nel corpo vivo degli anni di piombo: la relazione pericolosa (o forse no) tra una giornalista post-sessantottina Stefania Casini e un’adolescente tossica come specchio di una rivoluzione fallita sul piano politico ma capace di trasformare i rapporti tra uomini deboli e donne alla conquista di nuovi spazi. Molto censurato.


1980: Immacolata e Concetta, l’altra gelosia (Salvatore Piscicelli)

Tammurriate popolari e ambienti sudici, lacrime e sangue, la tradizione napoletana e l’influenza di Fassbinder: l’amore tra due donne (la sontuosa Ida Di Benedetto e la tormentata Marcella Michelangeli) nel clamoroso esordio di uno di quei registi che avrebbe meritato di più: rigoroso e libero, scatenato e asciutto, colto e popolare. Una pietra miliare del cinema queer (non solo italiano).


1981: Il minestrone (Sergio Citti)

L’atavica, eterna fame del proletariato è la vera protagonista di questo incredibile, ambizioso e complesso romanzo picaresco che contiene tutta la poetica dell’autore, un viaggio in Italia dalla Roma periferica alla Toscana più brulla che segue le disavventure di tre disgraziati (due straccioni e un accattone che si fa chiamare Maestro) mossi esclusivamente dalle ragioni dello stomaco.

Il minestrone (Webphoto)
Il minestrone (Webphoto)

Il minestrone (Webphoto)


1982: Grog (Francesco Laudadio)

La stagione dei sequestri al crocevia della cronaca ridotta a reality show: quando finiscono gli anni di piombo, iniziano quelli di una sbornia collettiva, delle televisioni private e dei cinque minuti di celebrità. Satira acidella, in bilico tra una suggestione di Quinto potere e un’evocazione di Ore disperate, incrocia la critica alle morti in diretta con il rimpianto per una smarrita moralità.


1983: Lontano da dove (Francesca Marciano e Stefania Casini)

Ancora italiani in America, nel giro degli expats bohémien che sognano la gloria e trovano il disincanto. Lo spirito è corsaro, lo stile gioca con i cambi di tono, l’autenticità è garantita dall’onestà verso i personaggi e dall’attendibilità nel restituire riti e miti. Negli anni del riflusso e dei giovani, un esempio di malincomicità al femminile, con Lucio Dalla a struggerci nella colonna sonora.


1984: Chewingum (Biagio Proietti)

Sapore di mare (la nostalgia dei pariolini) né Yuppies (il rampantismo craxiano) ma lo spirito dei fratelli Vanzina aleggia su questa teen comedy romana con vista Colosseo, affettuosa nell’inquadrare una generazione che se ne frega dei settarismi politici e sceglie l’avventura sentimentale dei flirt adolescenziali. Il ritaglio di un’epoca effimera: alla fine è tutto un sogno.


1985: Segreti segreti (Giuseppe Bertolucci)

Nell’anno del capolavoro La messa è finita sulla generazione post-contestataria, il miglior film sul terrorismo insieme a Colpire al cuore. Al centro la brigatista Lina Sastri, attorno a lei altre donne (che attrici, da Lea Massari a Mariangela Melato e Stefania Sandrelli) a comporre una tormentata corale del dolore. Sul conflitto tra ragione e sentimento, sulla verità come responsabilità.


1986: I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino (Vincenzo Badolisani)

Oggi sembra un reperto archeologico, con quel titolo che dice tutto giocando sull’ironia: l’ipotesi di un cinema della new wave, calcolato (la regia da videoclip) e improvvisato (senza copione e forse perfino senza trama), naïf e frammentario, eppure irresistibile nella sua bizzarria che cattura un preciso momento storico, uno spaccato generazionale, una sottocultura influenzata dal pensiero debole.

I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino
I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino

I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino


1987: L’imperatore di Roma (Nico D’Alessandria)

Un capolavoro dell’underground italiano: un tossico romano vive di accattonaggi e attraversa Roma camminando sotto un sole cocente. La città eterna è un cimitero, la calata negli abissi interiori si rispecchia nella catabasi in un’umanità disumanizzata. Quanta dignità nell’osservare la negazione della dignità in questo ritorno alla purezza del neorealismo contaminato da pasolinismi punk.


1988: Fantozzi va in pensione (Neri Parenti)

A più di mezzo secolo è sempre più evidente: anche nei suoi momenti meno felici, i film con il povero ragioniere fanno molto ridere; tuttavia, non c’è proprio niente da ridere. E questo capitolo lo dice chiaramente: per chi è stato ridotto a ingranaggio del sistema, la pensione è il presagio della morte. Piuttosto che invecchiare depressi, tanto vale lavorare fino alla fine. Amarissimo, italianissimo.


1989: Night Club (Sergio Corbucci)

Tutto in una notte: quella del 2 febbraio 1960, la stessa della prima de La dolce vita e della morte di Fred Buscaglione. Senso della fine: il mondo sublimato da Fellini è un ricordo sbiadito nel decennio della Milano da bere. Una rapsodia intristita più che triste, come se fosse il Nuovo cinema Paradiso con il jet set al posto della sala. Non a caso è l’ultimo film di un artigiano del tempo perduto.


1990: Scandalo segreto (Monica Vitti)

L’ultima volta al cinema della diva è anche la sua opera prima da regista. Ingenuo e irrisolto ma anche notevole: una donna riceve una telecamera e riprende casualmente un appuntamento del marito con una vecchia amica. Quasi dialogando con una suggestione di Blow-up, è una riflessione sulla verità delle immagini, una constatazione del deficit d’ossigeno della commedia borghese, un presagio dei reality.


1991: Zitti e mosca (Alessandro Benvenuti)

Non ha la potenza mitopoietica di Palombella rossa ma nemmeno la legnosità di Mario, Maria e Mario: tra i film che parlano della fine del comunismo e di conseguenza del partitone è quello più malinconico e comunque allegro. Sullo sfondo della prima Festa dell’Unità dopo la Bolognina, una corale toscana tra chi rimpiange il passato e chi accoglie il futuro, chi fa il grullo e chi ricorda un vecchio amore.


1992: Parenti serpenti (Mario Monicelli)

Il nostro cult più nero. Praticamente ignorato alla sua uscita, oggi è la miglior controprogrammazione natalizia (estrema, ma la commedia o è distruttiva o non è). Un presepe al contrario: mostri della porta accanto che vestono ai grandi magazzini, aspettano la villeggiatura, sognano la pensione, sfilano per la messa di mezzanotte, tradiscono fuori città e onorano il padre e la madre finché non rompono le scatole.

Parenti serpenti
Parenti serpenti

Parenti serpenti

(Webphoto)

1993: Il lungo silenzio (Margarethe von Trotta)

Al culmine dello stragismo contro i magistrati e all’indomani degli attentati a Falcone e Borsellino, la regista tedesca plana in Italia per ricordarci cos’è il cinema civile. E lo fa mettendo al centro la vedova di un giudice scomodo (Carla Gravina all’ultima apparizione), costruendo un giallo pessimista che è anche lo spaccato di un’Italia spaesata e bisognosa di riferimenti (è il periodo di Tangentopoli).

Carla Gravina in Il lungo silenzio
Carla Gravina in Il lungo silenzio

Carla Gravina in Il lungo silenzio

(Webphoto)

1994: Il mostro (Roberto Benigni)

Un tipo strano viene scambiato per un pericoloso serial killer. La vita non è bella: l’Italia del consumismo sfrenato (è l’anno della “discesa in campo” di Berlusconi) e della morbosità per la cronaca nera attraverso la comicità slapstick del giullare, qui per l’ultima volta (finora) corpo sciolto e funambolico prima di diventare l’oratore laico che continua a farci rimpiangere le antiche follie.

Roberto Benigni in Il mostro
Roberto Benigni in Il mostro

Roberto Benigni in Il mostro

(Filmauro/Webphoto)

1995: La seconda volta (Mimmo Calopresti)

La memoria degli anni di piombo è nella pallottola conficcata nel cranio di Nanni Moretti, tagliatore di testa della Fiat nel mirino della brigatista Valeria Bruni Tedeschi. Quando lei esce dal carcere, lui la cerca. Il tema non è la giustizia riparativa né la vendetta: si ragiona sull’eredità di un lacerante conflitto politico e umano, sullo scontro come terapia, sulla necessità del ricordo. In apnea, tutto d’un fiato.


1996: Compagna di viaggio (Peter Del Monte)

Michel Piccoli è un vecchio ex professore di filologia forse in preda alla demenza senile (la buona borghesia non dà nome alle malattie). Asia Argento è una ventenne sbalestrata incaricata di pedinarlo per evitare che si perda. Un imprevisto pellegrinaggio ferroviario nel cuore dell’Italia, da Roma verso nord, alla ricerca di qualcosa di inafferrabile, sfuggente, imprecisato: l’idea stessa di felicità.


1997: Consigli per gli acquisti (Sandro Balboni)

La pubblicità è l’anima del commercio, figuriamoci nel Paese in cui un venditore è diventato capo del governo. In un’altra delle strane storie dell’autore, la creatività è uno specchio: il racconto si specchia nella satira, il cinismo è l’ideologia dei protagonisti e i rituali del marketing (il brainstorming finale su tutti) sono allegorie di un mondo ormai trasformato nella sua degenerazione grottesca.


1998: Simpatici & antipatici (Christian De Sica)

Oltre Ferie d’agosto. Il focus è solo su una parte: quella naturalmente berlusconiana, qui sublimata da una galleria di borghesi volgari e viziosi, padroni e cialtroni, arraffoni e garantiti. Difficile trovare un altro film così indovinato nel rappresentare i riti e i vizi dell’Italia bipolare ai piani alti della società: compiaciuto e acido, una commedia che sa di cosa parla e conosce la lingua dei suoi personaggi.

Simpatici & antipatici (Webphoto)

1999: La guerra degli Antò (Riccardo Milani)

Dal romanzo di Silvia Ballestra, la sottocultura come chiave d’accesso al sentimento di un’intera generazione: il mondo dopo il crollo del Muro di Berlino visto dalla provincia pescarese, con quattro punk che sognano un’altra vita (che sia nella Bologna dei centri sociali o la fuga verso Amsterdam), trovano un filtro nella tv verità e guardano la fine del Novecento. L’allegria dentro la malinconia.


2000: La seconda ombra (Silvano Agosti)

Il regista fu amico di Franco Basaglia, il rivoluzionario psichiatra che promosse un nuovo approccio alla materia (da ricordare Matti da slegare e Il volo). Tra realtà e finzione, Remo Girone è affiancato degli ex degenti dei manicomi di Trieste e Gorizia: più che un annuncio di docufiction, fa rivivere uno snodo fondamentale del secolo scorso, slegando dal cinema ufficiale, affettuoso e militante.


2002: Paz! (Renato De Maria)

La voce più autentica, vitale, disperata di una generazione apparteneva a un fumettista, Andrea Pazienza, che ha creato un universo capace di restituire la paura e il desiderio, l’incanto e il disincanto di chi abitava il malessere della giovinezza nei giorni del piombo. E il regista sa connettersi al cuore dell’artista: una reinvenzione libera e fedele, un collage onesto e gioiosamente radicale.


2003: Fame chimica (Antonio Bocola e Paolo Vari)

Un quartiere alla periferia di Milano; due amici, uno pusher e l’altro sottopagato; una ragazza di cui entrambi si innamorano. Opera prima che a suo tempo ebbe una certa eco ma oggi un po’ dimenticata, sorta di incrocio tra L’odio e Tutti i battiti del mio cuore che riesce a sintonizzarsi sul disagio di chi vive ai margini. Con sensibilità e impegno, senza cedere alla retorica sociologica.


2004: Oh, uomo (Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi)

La chiusura del trittico sulla Prima guerra mondiale è il catalogo anatomico del corpo ferito: alla ricerca dell’umanità ammazzata dall’orrore, dalla decostruzione alla ricomposizione. Scavare nelle immagini d’archivio per interrogare il presente, anzi l’eternità contemporanea: il dolore indicibile, l’infanzia negata, il pericolo totalitario, la rabbia della rimozione. Tra i vertici di un’opera impareggiabile.


2005: La febbre (Alessandro D’Alatri)

Affresco istintivo e generoso sull’Italia dei mediocri sotto le stelle della commedia all’italiana, che coniuga la denuncia dell’immobilismo sociopolitico alla riflessione sulla potenza dei sentimenti, sulla fiducia nel coraggio e nella fantasia. Un monito nell’Italia berlusconiana, una scommessa intimista per un ottimismo non di facciata, per salvare quello che Arbasino chiamava “un Paese senza”.


2006: Cover-boy (Carmine Amoroso)

La fine del Novecento è la globalizzazione selvaggia, con le avvisaglie della grande crisi occidentale: l’amicizia tra un italiano che prova a sopravvivere e un rumeno fuggito dalla rivoluzione post-comunista per comprendere la precarietà esistenziale e professionale di chi non riesce più a credere nella possibilità del futuro. Il contraltare della generazione Erasmus in un film militante e low budget.


2007: Ossidiana (Silvana Maja)

Nel pantheon delle grandi dimenticate della nostra storia culturale c’è posto per Maria Palliggiano, pittrice sperimentale della scena napoletana e femminista ante litteram, suicida nel 1969 e subito rimossa dalla memoria collettiva. Biopic indipendente e corsaro, pieno di falle e d’amore, che celebre e studia una donna fuori dagli schemi affidandosi alla sconquassante interpretazione di Teresa Saponangelo.

SET DEL FILM \\\"OSSIDIANA\\\" DI SILVANA MAJA. NELLA FOTO TERESA SAPONANGELO FOTO DI GIANNI FIORITO
SET DEL FILM \\\"OSSIDIANA\\\" DI SILVANA MAJA. NELLA FOTO TERESA SAPONANGELO FOTO DI GIANNI FIORITO
SET DEL FILM "OSSIDIANA" DI SILVANA MAJA. NELLA FOTO TERESA SAPONANGELO FOTO DI GIANNI FIORITO

2008: Mar nero (Federico Bondi)

Magari gli autori hanno smesso di prendere il tram (citando Zavattini) eppure c’è chi continua a bussare alla porta accanto, alla scoperta di anziane fragili e bisbetiche che convivono con badanti venute da lontano. L’incontro con chi sembra diverso da noi ispira nuove alleanze in un dramma minimalista che non vuole essere saggio sociologico ma sensibile e plausibile spaccato umano e umanista.


2009: Generazione 1000 euro (Massimo Venier)

Meno feroce del clamoroso Tutta la vita davanti (che peraltro invecchia benissimo) ma preciso nel descrivere una società disastrata, con un titolo efficace che, riletto oggi, finisce per sembrare fin troppo ottimista. Commedia larga (il regista è lo stesso di Aldo, Giovanni e Giacomo) che racconta i giovani senza cedere ai giovanilismi né evitando di calarsi in un malessere generazionale.


2010: Il pezzo mancante (Giovanni Piperno)

Quante cose si possono fare con un documentario sugli Agnelli: una riflessione sull’incompiuto capitalismo italiano e un grande romanzo familiare, il ritratto dell’erede ripudiato (Edoardo) e l’indagine sulla sua misteriosa morte senza farne un true crime, gli incontri con personaggi bizzarri e la possibilità di sperimentare con i formati (l’animazione). Una catabasi mentre divampa la crisi economica.


2011: Il castello (Massimo D’Anolfi e Martina Parenti)

Kafka oggi, una verifica certa. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il racconto di un anno dentro l’aeroporto di Malpensa per registrare un’emergenza senza fine: il monitoraggio costante dei passeggeri, i controlli sempre più severi, le libertà personali messe in discussione. Un laboratorio permanente sulla sicurezza, un osservatorio su una frontiera: cinema del reale, cinema sul reale.


2012: Padroni di casa (Edoardo Gabbriellini)

Un borgo dell’Appennino toscano in un parco nazionale, due fratelli romani che devono lavorare nella casa di un famoso cantante (Gianni Morandi!), i lupi che osservano i corpi estranei che potrebbero sovvertire l’ordine malsano delle cose. La provincia rurale per una commedia nerissima, irrisolta ma inquietante e quasi pulp nel raccontare l’ideologia della caccia allo straniero senza retorica né folklore.


2013: Su re (Giovanni Columbu)

Una Sardegna rurale e ancestrale come scenario della Passione di Gesù, raccontata attraverso i passi dei Vangeli letti sinotticamente e affidati ad attori non professionisti: dimenticate i santini zeffirelliani, questo Cristo rifatto Uomo è umano e iconoclasta, come noi e più di noi. E il suo sacrificio ci fa rivivere quell’esperienza del ricordare rituale e collettivo che è la messa cristiana.


2014: Incompresa (Asia Argento)

Il controcanto del coevo Le meraviglie è un’autobiografia spudorata e metanarrativa, sincera fino allo scandalo, che sfora nel pop e non rinuncia al kitsch nel raccontare lo sfascio di una famiglia sbandata, la scoperta del sesso, il cinema come specchio. Un diario segreto con le foto strappate dai giornaletti, un grido di dolore per riscattare un’infanzia e un atto d’accusa contro una generazione immatura.

Giulia Salerno in una foto di scena del film 'Incompresa' di Asia Argento. Roma, 12 maggio 2014. ANSA/ INTERNET
Giulia Salerno in una foto di scena del film 'Incompresa' di Asia Argento. Roma, 12 maggio 2014. ANSA/ INTERNET
Giulia Salerno in una foto di scena del film 'Incompresa' di Asia Argento. Roma, 12 maggio 2014. ANSA/ INTERNET (ANSA)

2015: Per amor vostro (Giuseppe M. Gaudino)

Si può inoculare il sogno nel neorealismo, la nouvelle vage nella soap opera, la sceneggiata nella videoarte, il candore nel crime? Sì, se sei un regista che crede nelle immagini e nella meraviglia, nei fantasmi e nei segreti. Un film ribelle e libero come pochi altri che ci ricorda quanto il cinema italiano possa smontare i canoni, uscire dai confini, spiazzare il mondo. E che dire di Valeria Golino?

Valeria Golino in Per amor vostro (foto di Alessandra Cardone)
Valeria Golino in Per amor vostro (foto di Alessandra Cardone)
Foto di Alessandra Cardone

2016: I figli della notte (Andrea De Sica)

La classe dirigente va all’inferno: l’aristocrazia industriale e borghese di una nazione che educa i rampolli all’esercizio del male per poter garantire il proprio bene. La società del privilegio come sfondo e mostro di questo romanzo di formazione rovesciato, un perverso gioco di società che trova il noir nella neve, l’orrore nell’ortodossia, la crudeltà nella geometria.

PH. Federico Vagliati
PH. Federico Vagliati
PH. Federico Vagliati

2017: L’intrusa (Leonardo Di Costanzo)

Napoli resta fuori ma è ovunque. I bambini ci guardano, il reale si sublima nella parabola, l’umanesimo si rivela attitudine. Cinema esemplare sull’accoglienza e sul rifiuto: una storia che è un teorema, l’humus di un malessere interiore e il genius loci di una tragedia collettiva. Che si mette accanto ai personaggi, pittura murale che cala il film nell’ambiente riprodotto restituendo la realtà.

GIANNI FIORITO
GIANNI FIORITO
GIANNI FIORITO

2018: Sembra mio figlio (Costanza Quatriglio)

Due fratelli si sono rifugiati in Italia dopo le persecuzioni in Afghanistan quando erano ancora bambini. Ormai cresciuti, la madre, che non ha mai smesso di attendere notizie dei suoi figli, non li riconosce. La storia è vera, il cinema è reale: commosso e civile, con afflato umanista e comprensione con l’altro, una riflessione politica e poetica sulla guerra distrugge e sulla memoria da ricostruire.


2019: Selfie (Agostino Ferrente)

A creare le immagini sono i protagonisti ma a dare lo sguardo è il regista: chi è l’autore? Chi rappresenta cosa? Chi guarda chi? Un racconto autentico e struggente, intimo e complesso, che mette al centro due ragazzi del quartiere Traiano di Napoli, rimasti in città per l’estate: non cercano Gomorra ma una vita normale, anche per omaggiare il ricordo dell’amico ucciso per errore da un carabiniere.


2020: Il buco in testa (Antonio Capuano)

Un attimo prima di trasformarsi in icona grazie all’allievo Sorrentino, l’irriducibile e irregolare autore napoletano festeggia gli ottant’anni con un film che non lascia scampo, schietto e dritto come tutto il suo cinema ostile alle ipocrisie e ai sotterfugi: una resa dei conti con il passato privato e collettivo, una forma di resistenza alle belle immagini che non significano niente, tra memoria e utopia.


2021: Il legionario (Hleb Papou)

Al centro di quest’opera prima c’è l’unico celerino di origine africana a Roma: deve sgomberare un palazzo occupato in cui vivono centocinquanta famiglie, compresa la sua. Nato in Bielorussia nel 1991, in Italia dal 2003, il regista racconta l’Italia delle seconde generazioni affrontando il conflitto tra obblighi e morale, in un Paese multiculturale che sembra incapace di includere davvero.


2022: L’ombra del giorno (Giuseppe Piccioni)

Il passato non è una terra straniera: girato nei giorni del Covid, con le norme sanitarie a imporre un affascinante straniamento che è il valore aggiunto della messinscena, un Kammerspiel non claustrofobico per disseppellire un’altra storia d’amore impossibile nella provincia fascista. È anche un apologo sugli “italiani brava gente”: il risveglio della coscienza passa attraverso quello del cuore.

rocco.brioschi@gmail.comTel.+41796833054
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L'ombra del giorno (foto di Rocco Brioschi)

2023: Invelle (Simone Massi)

La terra da cui tutto nasce e si rivela, i fantasmi che riaffiorano dal passato, la materia di cui è fatta la memoria. Che è corpo vivo da esplorare per rivendicare un’appartenenza, sentimento del tempo per sfumare i confini tra ieri e domani, spazio aperto in cui cercare le radici. Il romanzo popolare che ci manca è un canto lirico e un poema epico per costruire la mitologia che ci manca.

Invelle
Invelle

Invelle


2024: Vittoria (Casey Kauffman e Alessandro Cassigoli)

Jasmine fa la parrucchiera, ha tre figli, un marito ma non le basta: vuole una figlia, come detto in sogno da suo padre (morto per amianto). Dalla vita al cinema, la verità delle persone si completa con la restituzione della fiction, trascende il documentario e si ribella agli schemi. Può un film divertire, commuovere, spaccarlo il cuore in due e ricomporlo con grazia, empatia, amore? Può.


2025: Un anno di scuola (Laura Samani)

La regista triestina prende il libro del concittadino Giani Stuparich e sposta l’azione dal 1909 al 2007. E si prende carico di un testo sì legato a quell’epoca che diventa spazio aperto a cui attingere per restituire pezzi della sua generazione, trovando la poesia del ricordo e la consistenza del quotidiano, ricomponendo le fratture (la chiusura delle frontiere) e presagendo un crollo (la crisi del 2008).

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Un anno di scuola