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© Istituto LUCE Cinecittà - Archivio Storico
È stato l’uomo di cinema più completo del nostro Paese, il vero figlio del secolo e un autentico padre della patria, il divo per eccellenza ma anche maestro rivoluzionario, sempre autorevole e comunque alla mano, affascinante e carismatico, classico per vocazione e moderno per passione, icona naturale e idolo eterno. Il 7 luglio del 1901, esattamente 125 anni fa, nasceva Vittorio De Sica, forse il cinema (italiano) incarnato. Per festeggiarlo, ripercorriamo la sua incredibile carriera dietro la macchina da presa con la classifica (arbitraria, ma tant’è) dei suoi film, dal peggiore al migliore.
fuori classifica: le regie occulte
Regista naturale e attore infaticabile (e pieno di debiti), pare che siano frequenti le occasioni in cui De Sica si sia messo dietro la macchina da presa senza firmare la regia. C’è il suo zampino in Cuore (1948) di Duilio Coletti, di cui fu produttore associato e protagonista, e in Anna di Brooklyn (1958), firmato da Carlo Lastricati con la “supervisione alla regia” accreditata al maestro, impegnato nel ruolo di un prete. Di Mamma mia, che impressione! (1951), fallimentare lancio di Alberto Sordi, fu produttore e regista de facto (quello accreditato è Roberto Savarese), mentre Franca Valeri sosteneva che, impegnato come poeta squattrinato sul set di Il segno di Venere (1955), avesse dato più di un contributo alla regia di Dino Risi.
31. Amanti (1968)
I critici americani lo elessero tra i peggiori film di sempre, definendolo “putrido”, “inetto”, “emozionante come una partita al gioco delle pulci”. È sempre bello rivalutare quei titoli che alla loro uscita furono derisi e bistrattati, figuriamoci se si tratta dell’unica testimonianza di una love story che fece impazzire il mondo (quella tra Marcello Mastroianni e Faye Dunaway). Ma non stavolta.


Faye Dunaway e Marcello Mastroianni in Amanti
(cgtv.it)30. Il leone, episodio di Le coppie (1970)
Com’è noto, dal sodalizio tra De Sica e Cesare Zavattini sono nati film che hanno cambiato la storia del cinema. Ma anche alcune assurdità da liquidare senza appello, come la “comica finale” di questo trittico di episodi, una sciocchezza in cui l’animale del titolo, fermo di fronte alla porta dell’alcova di due amanti (Monica Vitti e Alberto Sordi), simboleggia la tirannia del capitalismo contemporaneo.


29. Sette volte donna (1967)
Potrebbe averla diretta chiunque, questa scialba e sconclusionata collezione di sketch in gloria del talento versatile di Shirley MacLaine, evidentemente divertita dall’impresa camaleontica ma anche spaesata come il suo regista. Al netto dei divi coinvolti (da Peter Sellers a Michael Caine), niente di diverso da un tipico film a episodi di moda in quegli anni (e neanche tra i più decorosi).


28. Il viaggio (1974)
Il senso della fine e il fantasma della morte aleggiano nell’ultima regia di De Sica (che morì il 13 novembre ‘74), tratta da una novella di Luigi Pirandello e interpretata dalla sua attrice preferita, Sophia Loren. I temi sono interessanti (i rapporti di forza tra uomo e donna) ma la confezione è di maniera, così leziosa e oleografica, e la chimica tra la diva e Richard Burton ai minimi termini.


27. I sequestrati di Altona (1962)
Dopo La ciociara, successo internazionale che ne ravvivò lo statuto registico, De Sica (con Zavattini, Loren e Carlo Ponti produttore) torna a interrogare l’eredità della guerra, stavolta alle prese con l’austero dramma di Jean-Paul Sartre sui conti in sospeso col nazismo. La dimensione teatrale rende tutto piuttosto soffocante e meccanico, rigoroso quanto anodino. Cast all stars fuori fase.


I sequestrati di Altona
26. Stazione Termini (1953)
Deluso dalla scarsa accoglienza di Umberto D., De Sica si fece finanziare da David O. Selznick (che poi lo massacrò al montaggio), affascinato dal neorealismo e desideroso di offrire un veicolo alla moglie Jennifer Jones (è una cover di Breve incontro, ma gli occhi sono su Montgomery Clift). Oggetto indefinibile e squilibrato, a suo modo affascinante, un consapevole di “flirting with disaster”.


25. I girasoli (1970)
Girato in Unione Sovietica e coprodotto con gli Stati Uniti, un mélo post-bellico che inquadra il dolore di una donna che, dopo aver lungamente aspettato il ritorno del marito soldato (Loren e Mastroianni, all’ultimo duetto con il pigmalione), scopre che si è rifatto una famiglia in Russia. Romanzone popolare pieno di sentimentalismi, ha almeno un gran momento (l’arrivo dei reduci alla stazione).


Sophia Loren e Marcello Mastroianni in I girasoli
(Webphoto)24. Rose scarlatte (1940)
Dopo essere stato il divo per antonomasia degli anni Trenta, De Sica debutta da regista – firma con Giuseppe Amato, principe dei produttori – e si dirige da solo: tratta da Due dozzine di rose scarlatte di Aldo de Benedetti, è una delle commedie borghesi che chiude la stagione dei telefoni bianchi (le scenografie di Gastone Medin), un giochino teatrale risolto con poco brio.


23. Caccia alla volpe (1966)
Fu Sellers a volere De Sica per questa produzione internazionale che segna lo strano incontro tra Neil Simon (autore della sceneggiatura) e Zavattini (coinvolto dal regista), l’uno più interessato ai meccanismi comici e l’altro ansioso di inserire messaggi sociali. Per De Sica era un apologo su come l’ossessione per il denaro compromette l’arte. Bizzarro, dà il meglio quando si burla del cinema.


Caccia alla volpe
(Webphoto)22. Il giudizio universale (1961)
All’epoca fu una catastrofe (forse perfino auspicata) ma oggi questo kolossal partenopeo-apocalittico è finito un po’ nell’oblio. Tra la grandeur di De Laurentiis e le bizzarrie di Zavattini, De Sica prova a raccordarsi e opporsi a Miracolo a Milano nell’orizzonte inquieto di un boom economico solo in apparenza “risolto”. Un simpatico pasticciaccio pieno di star (su tutti un mostruoso Alberto Sordi).


21. Un garibaldino al convento (1942)
La quarta regia di De Sica chiude la prima fase del suo percorso registico, incentrato su racconti di formazioni a voltaggio femminile. Non mancano le ambizioni: un collegio religioso nel contesto pre-unitario fa da sfondo a uno schema enemies to lovers tra le rampolle di due famiglie rivali nelle cui vite irrompe una camicia rossa. Gradevole, ma il finale con le protagoniste anziane è clamoroso.


20. Una breve vacanza (1973)
Il penultimo film di De Sica è una summa: la politica non è solo una questione ideologica ma riguarda sempre le vite delle persone, le battaglie che stanno combattendo, il mondo che gira attorno. E il melodramma non va usato per ammiccare alla pancia ma come un prisma per osservare le cose con calore e partecipazione. Florinda Bolkan all’apice, ma Adriana Asti ruba la scena.


19. Lo chiameremo Andrea (1972)
Quando diciamo che De Sica è stato moderno anzi modernissimo, pensiamo anche a film del genere, che il nostro realizzò ormai settantenne insieme al quasi coetaneo Zavattini. Tema caldo (Nino Manfredi e Mariangela Melato, maestri di periferia, che le provano tutte per fare un bambino) per una favola poetica e dolceamara che sembra l’ennesima opera prima del maestro.


Mariangela Melato e Nino Manfredi in Lo chiameremo Andrea
(Webphoto)18. Maddalena... zero in condotta (1940)
L’opera seconda di De Sica continua a inquadrare l’educazione sentimentale delle fanciulle (qui c’è la debuttante Carla Del Poggio) ma con una grazia che determina uno scarto rispetto alle pochade dei telefoni bianchi. Non solo: la sottile vena antifascista si vede nella scelta di ambientare in Italia una commedia all’ungherese e di lanciarsi in una gustosa satira delle istituzioni scolastiche.


17. Una sera come le altre, episodio di Le streghe (1967)
Il monumento al talento di Silvana Mangano è una divertente antologia di sketch a cui De Sica contribuisce con quello che, forse, è uno dei suoi pezzi più sottovalutati: Mangano, moglie stanca e annoiata del legnoso Clint Eastwood, si immerge in un sogno pop rincorrendo fantasie fumettistiche per fuggire dalla routine matrimoniale. Scritto da un insospettabile Fabio Carpi.


16. Un mondo nuovo (1965)
Gli ultrasessantenni De Sica e Zavattini si immergono nel lessico sentimentali dei giovani dell’epoca e azzardano una via personale alla Nouvelle vague. Una studentessa e un fotografo hanno un breve incontro, lei resta incinta, lui si prostituisce per pagarle l’aborto, lei decide di portare avanti la gravidanza. Romantico, sorprendente, ieri massacrato dalla censura italiana e oggi dimenticato.


15. Teresa Venerdì (1941)
Dopo Maddalena, De Sica continua a usare la commedia come strumento d’opposizione al cinema di regime. Alla fonte c’è sempre una storia ungherese con il regista che interpreta un pediatra che, per pagare i capricci dell’amante (Anna Magnani), diventa ispettore sanitario presso un orfanotrofio femminile. Innocuo solo in superficie, più acuto e fine di quanto appaia.


14. La riffa, episodio di Boccaccio ‘70 (1962)


13. La porta del cielo (1945)
Il vero film è dietro le quinte. Non volendo salire a Salò, De Sica restò nella Roma occupata e trovò protezione dal Vaticano: a capo di una troupe di circa ottocento persone, girò a San Paolo fuori le Mura questa corale con viaggiatori diretti a Loreto sperando in un miracolo. Sapienti intuizioni di regia tra spazi piccoli e tanti flashback, qualche annuncio di neorealismo, tanto umanismo.


12. Il giardino dei Finzi Contini (1970)
Il veterano De Sica capisce che i romanzi di Giorgio Bassani sono storie di fantasmi nonché occasioni per tornare a un tema caro (l’impatto della guerra sulle vittime della Storia). Peccato che Bassani lo disconobbe, giacché si preferì preferire l’aspetto romantico al tormento degli ebrei ferraresi. Ma al di là dell’acquarello c’è una sconfinata tristezza che dilania il cuore. Quarto e ultimo Oscar.


Il giardino dei Finzi Contini
11. Il boom (1963)
Ma quanto sono imprevedibili De Sica e Zavattini negli anni Sessanta? Tra superproduzioni internazionali e commedie divistiche, continua a esplorare il lato oscuro della società: in una Roma grigia, ipocrita, ministeriale, ingorda, un apologo allucinato (magnifico bianco e nero di Armando Nannuzzi) e l’ultimo frammento della cronaca di una decadenza morale. Sordi senza paragoni.


10. Ieri, oggi, domani (1963)
Ormai un classico: manifesto di una stagione e cerniera tra la commedia leggera e quella di costume, omaggio uno e trino alla donna italiana ovvero l’appena oscarizzata Loren – in duplex con il complice Mastroianni – sul cui eclettismo è plasmato questa produzione di Ponti composta da tre racconti (Eduardo, Moravia, Zavattini). Cinema pop in purezza e uno spogliarello entrato nella storia.


9. Il tetto (1956)
Colpo di coda del neorealismo secondo De Sica e Zavattini: mentre esplode il miracolo economico, i due tornano a pedinare la povera gente, nella fattispecie due giovani sposi che vorrebbero una casa ma devono accontentarsi di una baracca costruita abusivamente nella periferia romana. Quasi scandaloso in un’Italia già ubriacata di benessere ma un vero esempio di cinema militante e poetico.


8. La ciociara (1960)
Nel momento in cui il cinema italiano torna a parlare di eventi bellici e resistenza antifascista (temi tabù nel dopoguerra), De Sica e Zavattini prendono il romanzo di Alberto Moravia per trovare una quadra tra eredità neorealista e spettacolo d’autore. Ci riescono grazie alla monumentale Loren (Oscar, ma la prima scelta era Magnani), madre di un’altra bambina vittima della Storia.


La ciociara
7. Matrimonio all’italiana (1964)
Liberamente fedele a Filumena Marturano di Eduardo De Filippo (che lo disconobbe), pensato da Ponti come veicolo per la moglie (con De Sica frustrato di cedere ai meccanismi pop), è un classico che ripensa il testo attraversando vent’anni di storia, dalla guerra al boom. Una magnifica commedia melodrammatica che scintilla di lancinante malinconia. Loren e Mastroianni memorabili.


Marcello Mastroianni e Sophia Loren in Matrimonio all'italiana
(Webphoto)6. L’oro di Napoli (1954)
Una capsula del tempo perduto e un titolo che è una dichiarazione d’amore a una città e al suo popolo, alla varia umanità e all’arte di raccontare storie. All’origine c’è l’antologia di Giuseppe Marotta riletta da Zavattini: tra il pazzariello Totò e Eduardo spernacchiatore, Loren pizzaiola e Mangano al bivio, il regista si mette in scena come schiavo del gioco. Che gusto, che eleganza, che classe.


5. I bambini ci guardano (1944)
Realizzato durante la guerra, è uno degli atti fondativi del neorealismo e un momento cruciale nella carriera di De Sica che, alla prima collaborazione ufficiale con Zavattini, passa dalle commedie disimpegnate ai drammi della gente comune, con un occhio di riguardo all’infanzia che subisce i conflitti degli adulti e ne assorbe ansie e dolori. Struggente e implacabile, diretto in stato di grazia.


4. Sciuscià (1946)
Oggi potremmo perfino definirlo un ibrido tra racconto popolare e cinema del reale: resta una tappa fondamentale, una tragica storia d’amicizia che continua il discorso dalla parte dei bambini. Valgano le parole dell’allora critico Dino Risi: “è un film italiano come la nostra miseria, come il nostro sole a lutto, come il nostro amore ferito”. Fu il primo vincitore dell’Oscar (speciale) al film straniero.


Sciuscià
3. Miracolo a Milano (1951)
La via magica al realismo: un film da filtrare attraverso gli occhi di un bambino, una surreale favola morale e un apologo utopico dove ogni personaggio assomiglia a un cartoon, il latte cola fino a diventare un fiume, il senso di comunità salva dalla morte indicibile. Apprezzato all’estero (primo premio a Cannes) e osteggiato in patria perché troppo sfuggente e limpido: capolavoro universale.


2. Ladri di biciclette (1948)
Più che un film, una pietra miliare della nostra cultura, l’apoteosi del neorealismo nell’istantanea di un’epoca, per Bazin “uno dei primi esempi di cinema puro” che si esalta “nell’illusione estetica perfetta della realtà”. Morale e mai moralista, De Sica scava nel quotidiano per far emergere il dramma umano di un popolo stanco e affamato e trova l’ipotesi dello stupore nella piccola cronaca di tutti i giorni.


Enzo Staiola e Lamberto Maggiorani in Ladri di biciclette
(Webphoto)1. Umberto D. (1952)
Disperatamente attuale nei contenuti, sconcertante nella modernità stilistica, il più amato dal regista (il titolo omaggia il padre) e la summa della sua esperienza neorealista. Ritratto sensibile e quasi impietoso di un vecchio pensionato che sopravvive ai margini della società e sperimenta la vergogna dello stare al mondo, un capolavoro imprescindibile e crudele che è la quintessenza del cinema umanista di De Sica.


