“Realizzare quei film fu un’esigenza morale, non stilistica”. Tra i tanti, autorevoli contributi di cui si avvale il nuovo documentario di Francesco Zippel, Vittorio De Sica – La vita in scena, questa semplice frase pronunciata da Isabella Rossellini dà la perfetta misura di cosa fu, cosa rappresentò e cosa tuttora rappresenta (in tutto il mondo) il Neorealismo. De Sica e Rossellini, padri costituenti del cinema italiano nell’immediato dopoguerra, sono ancora oggi non solo materia di studio ma vera fonte d’ispirazione per chiunque faccia cinema ad alto livello in ogni latitudine del pianeta.

Nello specifico, il lavoro del documentarista italiano – come da titolo (unico italiano quest’anno in cartellone al Festival di Cannes, nella sezione Classics, arriverà prossimamente nelle sale con Fandango Distribuzione) – si concentra sulla vita, l’opera e l’eredità di uno dei più grandi maestri del cinema mondiale, per condurci al cuore del suo sguardo: la straordinaria capacità di trasformare la vita in racconto e l’esperienza umana in immagini.

“La luce che è in grado di emanare una figura come quella di Vittorio De Sica è qualcosa di straordinario. Ogni aspetto della sua esperienza di vita e d’artista sembra propagare una luminosità speciale. Ho cercato di guardare attraverso quella luce per cercare di afferrare la complessità della sua figura”, spiega Zippel, che per restituire le sfaccettature di un uomo-istituzione del Novecento, volto del fascino d’altri tempi e contemporaneamente occhio capace di mostrare al mondo le ferite dell’Italia del dopoguerra, realizza un documentario che amalgama materiali d’archivio inediti e celeberrimi spezzoni tratti dai vari I bambini ci guardano, Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D. (“il film a cui sono più affezionato”, dice De Sica in una vecchia intervista), La ciociara (la versione restaurata di quest’ultimo è ospitata in Cannes Classics).

Oltre naturalmente al numeroso stuolo di testimonianze di importanti cineasti quali Ruben Östlund, Jean-Pierre & Luc Dardenne, Francis Ford Coppola, Carlo Verdone, Asghar Farhadi, Andrej Zvjagincev, Wes Anderson (anche produttore esecutivo del film), attrici come Dominique Sanda e la già citata Rossellini, compositori come Nicola Piovani, studiosi rinomati (Gian Luca Farinelli e Jean A. Gili): la loro lettura dell’opera di De Sica è impreziosita dai ricordi affettuosi di familiari e amici, dal figlio Christian ai nipoti Andrea, Brando, Maria Teresa ed Eleonora. Arricchiscono il racconto poi Luciano De Ambrosis, protagonista del film I bambini ci guardano, e Eleonora Brown, protagonista con Sophia Loren de La ciociara, che condividono i loro ricordi di attori bambini accanto a Vittorio De Sica.

Un uomo capace di passare con estrema disinvoltura dal frac (tutta la prima parte della sua carriera d’attore, teatrante, mattatore e divo dei Telefoni Bianchi, con quella voce vellutata e il sorriso sornione… Parlami d’amore Mariù in Gli uomini, che mascalzoni... di Mario Camerini diviene ben più che un manifesto) alle macerie, dimostrando che si può essere leggeri senza essere superficiali e profondi senza essere noiosi.

“Dentro questo film ci abbiamo messo un po’ di bontà”, gli fa il verso Christian quando ricorda la straordinaria capacità che aveva il padre di infondere pietas nei suoi capolavori da regista, opere immortali che Zippel ci (ri)mostra accompagnandone però i momenti cruciali con il commento dei vari cineasti coinvolti nel documentario.

Basterebbe il modo con cui Andrej Zvjagincev e i fratelli Dardenne tornano sui finali di Umberto D. (il cagnetto Flike che si divincola dall’abbraccio del padrone per distoglierlo dall’insano gesto) e Ladri di biciclette (con il piccolo Bruno che dà la mano al padre), la commozione con la quale ripensano a quelle scene, per comprendere ancora una volta, di più, quale sia l’immensa eredità, ancora pulsante, lasciataci da Vittorio De Sica.