Ci voleva una regista nata al tramonto del Novecento (il 9 ottobre 1989, esattamente un mese prima della caduta del Muro di Berlino) per trasporre in immagini e trasferire nel tempo un racconto ambientato all’alba del secolo (qualche anno prima della Prima guerra mondiale).

Ci voleva Laura Samani, un’autrice capace di sfidare le aspettative dopo un esordio acclamato (Piccolo corpo, tragedia materna in bilico tra materico e trascendentale), per intercettare l’universale nel particolare di uno scrittore di frontiera, Giani Stuparich, il cui racconto autobiografico Un anno di scuola era stato già adattato nel 1977 da un altro regista di confine, il mai troppo compianto Franco Giraldi nei cui natali si riflettono le ferite della storia e uno straordinario milieu umano e culturale (nato nella carsica Comeno, prima italiana poi jugoslava e ora slovena, da madre slovena di Trieste e padre italiano dell’Istria).

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Un anno di scuola

Ed è sorprendente come in Un anno di scuola (presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 82) Samani, triestina al pari di Stuparich, si prenda carico di un testo così piombato nella sua epoca per restituire pezzi della sua generazione, trovando corrispondenze inedite, mai esposte né enfatizzate, singolari perché figlie tanto di un’esplorazione accorata e intellettuale del racconto quanto di un’autenticità territoriale e sentimentale.

Dal 1909 di Stuparich, quando la scuola pubblica fu aperta anche alle ragazze, concentrandosi sull’inserimento di una studentessa in una scolaresca esclusivamente maschile, si passa al 2007 di Samani, anche sceneggiatrice con Elisa Dondi. Nel racconto l’estraneità, lo spaesamento e l’unicità della ragazza (Edda Marty) derivano dal suo essere incarnazione di un cambiamento socio-culturale; nel film, invece, sono legati alla nazionalità svedese di Fred, la protagonista arrivata a Trieste insieme al padre, dirigente di una grande azienda, per frequentare l’ultimo anno di un Istituto Tecnico.

Se Stuparich faceva riecheggiare i moti irredentisti, la promessa del futuro e l’annuncio della catastrofe bellica, nel film troviamo l’adesione a un registro linguistico che è sostanziale nel definire appartenenza e relazioni (il dialetto che si intreccia con l’inglese), la ricomposizione di una frattura (l’eliminazione dei controlli di frontiera tra Italia e Slovenia con l’ingresso della Slovenia nell’area di sicurezza definita dagli accordi di Schengen) e le avvisaglie della grande crisi del 2008 (il papà di Fred è un tagliatore di teste e i padri dei compagni di Fred rischiano il posto).

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Un anno di scuola

Il riposizionamento è calibrato e concreto, ma lo schema resta lo stesso, con la piccola ronde che coinvolge l’esuberante e volitiva Fred e i tre maschi nel cui solidissimo gruppetto si inserisce con leggerezza: il protettivo Mitis che non riesce a trovare un equilibrio tra gli amici e la fidanzata; il seducente Pasini che accumula flirt e si lascia macerare da un dolore; e il sensibile Antero con cui imparare il lessico del primo amore. Il padre, affettuoso quanto sfuggente, le suggerisce la metafora delle mele che accelerano la maturazione dei kiwi, ma Fred è evidentemente destinata a sconvolgere gli equilibri del terzetto.

E il personaggio diventa per Samani l’occasione per riflettere sull’essere adolescente “fuori dal mondo” (con un riverbero autobiografico che sottolinea ancora di più le assonanze con Stuparich): subito sessualizzata dai maschi e ignorata dalle femmine (un corpo estraneo), “sceglie” l’unico che non la tratta solo come un corpo da conquistare e sconquassa l’anima di chi in principio l’avrebbe voluta unicamente sul piano fisico, assiste ai riti maschili (la “Trappola”, una vecchia tipografia dismessa dove i ragazzi passano il tempo che è un po’ “come il Rotary: quando ci entri non ne esci più”) ma deve fare i conti con le conseguenze che le sue azioni e i suoi desideri hanno sui maschi stessi.

Un anno di scuola
Un anno di scuola

Un anno di scuola

Al di là di un’incoerenza iniziale (perché la figlia di un dirigente d’azienda appena arrivata in Italia frequenta un ITIS?), Un anno di scuola trova un’autenticità inedita e struggente, la poesia del ricordo e la consistenza del quotidiano, le luci di un magnifico autunno e l’antiretorica delle prime volte (fotografia di Inès Tabarin, già in L’estate di Cléo), gli ultimi sguardi e i baci tra i vetri.

Samani evita le insidie della nostalgia più risaputa e si sprovincializza pur stando dentro una città che non ha paragoni tra discese ardite e risalite, ricorre a un accurato repertorio musicale (supervisionato da Francesco Menegat, ma a dirci molto è anche la maglietta dei Tre Allegri Morti indossata da Antero) e a un cast di disarmante sincerità (Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno), incastona tutto in una struttura circolare e trova un finale francamente memorabile.