C’è un discorso di sistema e c’è un discorso di emozioni.

Il primo è sotto gli occhi di tutti: un film che è costato 10 milioni di dollari, presentato al Sundance (il festival che detta legge nell’universo indie), acquistato per 25 milioni da un player bisognoso di un vero lancio nell’universo delle piattaforme, ha vinto l’Oscar. Forse la portata dell’evento è un po’ offuscata dalla mano volante di Will Smith, ma I segni del cuore – CODA è davvero entrato nella storia.

Simbolicamente, anzitutto: il film è uscito sul servizio di streaming Apple TV+ in alcuni paesi nell'agosto 2021; poi è stato proiettato gratis in cinema selezionati alla fine di febbraio 2022 ed è stato visto da quasi un milione di famiglie negli Stati Uniti. In pratica stiamo parlando di un film che è andato in sala solo simbolicamente.

Ed è bizzarro che il primo film distribuito in streaming a vincere la statuetta più importante appartenga a Apple e non a Netflix, il gigante che negli ultimi anni ha fatto letteralmente di tutto per accaparrarsi l’Oscar per best picture. Non solo offrendo mezzi e spazi ad autori di come Martin Scorsese, Alfonso Cuarón, David Fincher, Jane Campion, solo per citarne alcuni, ma soprattutto spendendo cifre da capogiro per campagne elettorali spettacolari.

Non sappiamo esattamente quanto abbia speso quest’anno per portare avanti i suoi candidati, Il potere del cane in primis ma anche tick, tick… Boom!, È stata la mano di Dio e Don’t Look Up. Tuttavia, sappiamo, a conti fatti, che è stato un investimento economico inversamente proporzionale al risultato. Campion è un’autrice rispettata ed influente che aspettava da tempo un riconoscimento ed è indubbio che Netflix abbia dato una spinta notevole al conseguimento del titolo. Ma è un premio che aggiunge poco o niente a Netflix, che lo sdoganamento (agli occhi) degli autori l’ha già ottenuto con l’Oscar a Cuarón.

THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG.  - Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021
THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG.  - Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021
THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG. - Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021
THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG. - Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Ci sembra, piuttosto, che l’Academy continui a riservare qualche perplessità nei confronti del player più potente nella produzione di film originali d’autore: la statuetta a Campion, unica vittoria su dodici candidature, sembra appartenere più a lei e alla sua fortissima narrazione (eroina delle registe, autrice parca e riconosciuta) che alla campagna elettorale costruita a suo favore.

A maggior ragione considerando che tutti gli altri premi sono andati agli Studios, che in questo biennio pandemico si sono attrezzati con piattaforme senza rinunciare al cinema in sala, anzi procedendo con una distribuzione parallela o poco più. I sei premi a Dune ci dicono che il corpaccione dell’Academy vuole il grande spettacolo da grande schermo, meglio ancora se orchestrato da un grande regista (assurdamente non candidato, ma tant’è).

Su Disney il discorso è ancora diverso: a causa del Covid, Encanto non è stato un trionfo al botteghino ma è diventato popolare grazie a Disney+, riuscendo a imporre un tormentone (We Don't Talk About Bruno) e a trasmettere un messaggio edificante. Si riconosce a quello Studio un primato nella costruzione di immaginario che Netflix non sembra all’altezza di produrre se non nell’ottica di un’estetica replicabile.

Quest’anno l’Academy ho voluto promuovere un’idea di cinema ancién regime: Will Smith e Jessica Chastain, protagonisti di due biopic tradizionali (King Richard e Gli occhi di Tammy Faye), si sono donati completamente a progetti creati a posta per l’Oscar, che imponevano loro trucchi pesanti e performance sovraccariche proprio nell’ottica della vittoria attesa da anni. E Ariana DeBose conferma la tendenza dell’Academy a premiare una newcomer di grido, che stavolta per di più si rispecchia con un modello, Rita Moreno, che era a sua volta una rivelazione.

Will Smith in King Richard

Tutto questo per arrivare al secondo discorso annunciato all’inizio, quello delle emozioni. Davvero è così difficile capire perché CODA e non Il potere del cane? Perché il passato nostalgico di Belfast e non il futuro (cioè il presente) spaventoso di Don’t Look Up? Perché la celebrazione di una cultura di Summer of Soul e non la riflessione su una condizione umana di Flee?

L’allargamento dei giurati dell’Academy, volto al raggiungimento di una maggiore inclusività in un parterre spesso accusato di essere troppo anziano e conservatore, non è che abbia dato questi frutti rari. In fin dei conti la curiosità maggiore è stata la presenza di Drive My Car, un commovente dramma giapponese di tre ore tratto da un romanzo dell’amato Murakami, nelle categorie principali. Dopo Parasite – che però era molto più popolare e in sintonia con i turbamenti della società americana – tutto è possibile, ma quest’anno al buon Hamaguchi si è concessa giusto la statuetta del film internazionale, quasi a relegare la rappresentanza dell’emisfero orientale alla riserva dei film che non parlano inglese.

Avrebbe potuto vincere anche vent’anni fa, CODA, perfetto cavallo vincente di un Harvey Weinstein, che prima di diventare il Voldemort dell’industria cinematografica è stato il principale inventore di film da Oscar. Ha tutto, CODA: una storia emozionante, attenzione nei confronti di persone non rappresentate dal cinema mainstream (la comunità sorda: la presenza di Marlee Matlin, prima interprete non udente a vincere un Oscar, è simbolica), un messaggio ispiratore, un cast adorabile (su tutti Troy Kotsur, premiato come miglior non protagonista), un’ambientazione “normale”, un dialogo con il pubblico, una regista, l’usato sicuro dato dal fatto che è un remake (anzi, autoremake: i produttori sono gli stessi de La famiglia Bélier).

Troy Kotsur in I segni del cuore - CODA (Webphoto)

In questo senso è molto simile a Belfast, che prima dell’ascesa di CODA era il film da battere. Si è dovuto accontentare dell’Oscar alla sceneggiatura originale, che conferma quanto l’Academy intenda quella categoria come un modo per gratificare un film che ha amato ma rimasto fuori dai premi più importanti. Dopo Nomadland, così accordato sul sentimento di una nazione ferita alla ricerca di un nuovo posto nel mondo, CODA offre una speranza, il calore di un abbraccio, la fiducia nei legami familiari, l’importanza di seguire i propri sogni, l’idea che si tratti di una storia vicina al nostro quotidiano.

Ruffiano e ammiccante quanto volete, è un feel-good movie, un “film che ti fa stare meglio”. Cosa che di certo non sono l’austero Il potere del cane, l’apocalittico Don’t Look Up, il cupo La fiera delle illusioni, il magniloquente Dune, il sofferto Flee. Non lo erano Roma, The Irishman, Storia di un matrimonio, Mank, film che peraltro rasentano il capolavoro. E allora Licorice Pizza? Non è anche quello un film che ti fa uscire dalla sala con il cuore più leggero, il piacere negli occhi, la tenerezza addosso? Ma quello è un film d'autore e l'Academy non coltiva autori come Paul Thomas Anderson: rispettati dunque candidati, ma c'è sempre qualcuno che merita di più. D'altronde PTA non è allievo di Robert Altman, uno dei grandi dimenticati dell'Academy (Oscar alla carriera permettendo)?

CODA è il film buono per tutte le stagioni. Apple l’ha capito subito, ha fatto un’offerta che non si poteva rifiutare (citando Il padrino, che durante la cerimonia è stato festeggiato mestamente per il cinquantesimo anniversario), l’ha tenuto da parte come dark horse per la stagione dei premi, ha seguito uno schema alla Green Book e ha vinto la gara più importante. Che arriva al secondo anno di pandemia e durante una guerra. Anche il tempismo conta.