Drive My Car

Hamaguchi Ryusuke rilegge Murakami e Cechov e distilla arte-vita: in Concorso, da premio

11 Luglio 2021
4/5
Drive My Car

Dopo aver conquistato l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria a Berlino pochi mesi fa, il giapponese Hamaguchi Ryusuke porta Drive My Car a Cannes, uno dei due titoli asiatici in lizza per la Palma della 74esima edizione.

Tratto da un racconto di Murakami, racconta per tre ore la storia di Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima), un rinomato regista e interprete teatrale che sta mettendo in scena una produzione multilingue dello Zio Vanja di Cechov nel tentativo di elaborare il lutto della compagna, la sceneggiatrice Oto (Reika Kirishima), amatissima e infedele, il cui ex amante Takatsuki (Masaki Okada) ingaggia nel ruolo del protagonista. Soffrendo di glaucoma all’occhio sinistro, vien portato in giro per Hiroshima sulla sua Saab rossa da una giovane, silente e perspicace autista, Misaki (Toko Miura), con cui stabilirà una connessione profonda, così come con Lee Yoon-a, un’attrice muta che nel finale prendendogli la testa tra le mani gli recita: “Non hai mai conosciuto la felicità, ma aspetta! Ci riposeremo”.

Ottima trasposizione da Murakami, a nostro avviso pari se non superiore a Burning di Lee Chang-dong, Drive My Car consegna Hamaguchi ai suoi massimi, giocando sulla riconciliazione degli opposti, la sintesi ossimorica: un road movie da fermo, fluviale ma minimale, fatto di conversazioni silenziose, comunicazioni non rivelatorie, arte-vita (e artefazione?). Vince, in platea come sullo schermo, l’empatia che non t’aspetti, l’affinità non elettiva ma incidentale, sicché si prende posto sulla Saab, un occhio al film e l’altro, nello specchietto retrovisore, alle nostre vite.

La consustanziazione di persona, personaggio e dramatis personae è palese, e gli attori magnifici elevano a potenza, i riverberi tra Murakami e Cechov che Hamaguchi non smette di evocare preziosi e arditi: c’è metacinema e, più in generale, metaarte, riversato con esiti anche autobiografici in Kafuku, e c’è un parallelismo tra movimento e destinazione affidato a Misaki, travalicatrice di confini come solo gli (anti)eroi.

Elegante, articolato e fascinoso e, al contempo, snello, sottratto e piano, Drive My Car è fin qui la cosa migliore del Concorso di Cannes 74: arriverà nelle nostre sale con Tucker.

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