Mank

David Fincher monumentale: viaggio nei contradditori splendori della Golden Age hollywoodiana per rintracciare le origini di Quarto potere. Con Gary Oldman immenso nei panni di Herman J. Mankiewicz

6 Novembre 2020
4,5/5
Mank
MANK (2020) David Fincher's MANK - Cr. Gisele Schmidt/NETFLIX

Considerato da molti il miglior film di sempre, Quarto potere (Citizen Kane) di Orson Welles ricevette 9 candidature all’Oscar, vincendone solamene uno: quello per il miglior script originale, firmato da Herman J. Mankiewicz e (ma era vero?) dallo stesso Welles.

“Perché ne condivide il merito?”.
“Beh vede, questa – amico mio – è la magia del cinema”.

MANK (2020) –  Cr. Nikolai Loveikis

David Fincher riesce finalmente a trasformare in film la sceneggiatura scritta dal padre (Jack, morto nel 2003) e realizza per Netflix (disponibile dal 4 dicembre) Mank, illuminato e innamorato (ma non sottomesso) ritratto di un personaggio e di un’epoca che il bianco e nero di Erik Messerschmidt (direttore della fotografia per Fincher già nella superba Mindhunter) contribuisce ad incastonare nel mito.

Brillante e altrettanto insopportabile, alcolizzato e gambler indefesso, Mank (Gary Oldman, immenso) – fratello maggiore del poi più fortunato (e celebrato) Joseph Mankiewicz (Tom Pelphrey) – si ritrova nell’estate del 1940 – costretto a letto con una gamba ingessata dopo un incidente, assistito da un’infermiera e fisioterapista tedesca e, alla scrittura, da una giovane dattilografa inglese (Lily Collins) – a dover consegnare in 60 giorni la prima stesura per l’esordio alla regia del 24enne Welles (che nel frattempo era impegnato con la preproduzione di Cuore di tenebra, poi mai realizzato), al quale la RKO aveva offerto un contratto impensabile per l’epoca, che tra le altre cose prevedeva la libertà artistica assoluta sulle sue opere.

Questa è la premessa. La scusa. Il pretesto attraverso il quale David Fincher mette in piedi uno dei film più importanti mai realizzati su una storia del cinema (tra le più importanti, forse), attraverso il filtro dei ricordi del protagonista – dei “flashback”, con tanto di indicazioni in sovrimpressione a mo’ di capitoli di sceneggiatura – riportandoci al 1930, in piena Depressione, in piena rivoluzione tecnologica (l’avvento del sonoro), suggerendo come l’esperienza di quel decennio per Mankiewicz influenzò in maniera determinante la stesura di Quarto potere.

Il matrimonio con la stoica Sara Aaronson (Tuppence Middleton) e il rapporto controverso con gli studios costellano i frammenti che tornano a galla mentre la storia di Charles Foster Kane prende forma.

E allora ecco le riunioni “creative” alla Paramount di David O. Selznick (Toby Leonard Moore), poi le divergenze insormontabili (umane, politiche) con il potentissimo Louis B. Mayer (Arliss Howard) alla MGM co-diretta dal geniale Irving Thalberg (Ferdinand Kingsley) – memorabile il pianosequenza che accompagna l’incedere di Mayer mentre enuncia le 3 regole al fratello Joseph (“La gente crede che MGM stia per Metro Goldwyn-Mayer, e invece no: sono le iniziali di Mayer’s ganza mishpoka, ovvero ‘tutta la famiglia di Mayer’. Non se lo dimentichi. Se avrà un problema venga da papà” – ma soprattutto gli incontri con il magnate dell’editoria William Randolph Hearst (Charles Dance) – personaggio chiave, fonte d’ispirazione primaria per Mank, che costruì il “suo” Kane su di lui – e la sua giovane amata, la star Marion Davies (Amanda Seyfried, magnifica).

Geniale e autodistruttivo (partecipò in prima istanza allo script del Mago di Oz, per poi abbandonare tutto, ma fu lui a ideare il bianco e nero del Kansas contrapposto ai colori del mondo fantastico), Mank accettò la proposta di Orson Welles (Tom Burke) per soldi, consapevole che poi il suo nome non sarebbe apparso nei titoli. Ma “la cosa migliore che abbia mai scritto” finì per cambiare le carte in tavola.

È un film per certi aspetti incredibile, questo di Fincher, perché rintraccia nei contraddittori splendori della Golden Age hollywoodiana gli ipotetici prodromi che hanno portato alla creazione di un film totalmente anti-hollywoodiano per gli stilemi dell’epoca, titolo manifesto della supremazia autoriale rispetto alle logiche dell’impero: Herman J. Mankiewicz viene dunque assurto ad anomalo e scomodo insider, mal sopportato dall’establishment (si pensi agli scandalosi cinegiornali MGM attraverso i quali nel 1934, per le elezioni governative della California, Mayer e il co-finanziatore Hearst costruirono la campagna mediatica a favore del repubblicano Frank Merriam opposto al “bolscevico” Upton Sinclair…), in un certo senso andandone a ripescare le origini da cronista e corrispondente per il Chicago Tribune, traslandone poi i resoconti in quella prima, mastodontica stesura di oltre 300 pagine.

Gary Oldman è Mank nel film di David Fincher

Destinato a farla da padrone alle prossime nomination Oscar (se, e quando ci saranno), Mank è opera d’arte capace di omaggiare senza alcuna piaggeria un periodo e un film che hanno segnato in maniera definitiva la storia del cinema. E un uomo che, dietro le quinte, ha contribuito in maniera determinante a suggellarne la leggenda.

“Mi sento sempre più un topo in una trappola costruita da me stesso. E che riparo ogni volta che si forma un’apertura che mi permetterebbe di scappare”.

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