Belfast

Kenneth Branagh ripensa alla sua infanzia, durante gli scontri in Irlanda del Nord. Ecumenico, elementare, popolare. Scaltro e ruffiano? Forse, ma quanto cuore. Evento speciale di Festa di Roma e Alice nella Città

21 Ottobre 2021
3,5/5
Belfast
(L to R) Judi Dench as "Granny", Jude Hill as "Buddy" and Ciarán Hinds as "Pop" in director Kenneth Branagh's BELFAST, a Focus Features release. Credit : Rob Youngson / Focus Features

Immagini della città: dall’alto, da lontano, panoramiche. Illustrative più che turistiche. Poi il bianco e nero dei ricordi: la città è tutta chiusa in una strada ed è un idillio patinato, quasi un teatro, dove la gente saluta sempre, i vicini tengono d’occhio il figlio della famiglia accanto e i bambini giocano per strada.

Se per Kenneth Branagh questa Belfast si configura già come un rimpianto nostalgico, per Buddy, il suo avatar infantile (Jude Hill, splendido), è semplicemente tutto il suo mondo, l’unico che conosce e che immagina per il futuro, ed è un mondo senza traumi: pulito, nitido, una costruzione idealizzata dagli occhi di un bambino. Ma, ecco la rottura, non basta una spada di legno e il coperchio di un cestino come scudo per fronteggiare le molotov.

È il 15 agosto 1969 e un gruppo di estremisti protestanti mette a ferro e fuoco le vie abitate dai cattolici, compresa quella della famiglia di Buddy (protestante), costringendo il governo britannico a inviare un folto contingente di truppe per ristabilire l’ordine e proteggere i cattolici. Le vicende di Belfast si sviluppano nei mesi che seguono questo evento drammatico, ma in una qualche misura lasciano che il sangue della storia scorra sottotraccia.

Belfast non è un film storico, forse non è nemmeno un vero period drama. È vero, probabilmente Branagh è un po’ superficiale nel trattare il discorso della guerra civile che ha devastato l’Irlanda del Nord, i cui contraccolpi continuano tuttora. Ma la scelta – scaltra finché si vuole, ma è una scelta – è di mettersi ad altezza di bambino, adattarsi ai suoi strumenti di comprensione e misurando l’impatto del conflitto etnico-nazionalista sullo sguardo infantile, anche a rischio di semplificare la complessità della faida a una serie di violenti tafferugli organizzati da abietti figuri.

Jude Hill stars as “Buddy” in director Kenneth Branagh’s BELFAST, a Focus Features release. Credit : Rob Youngson / Focus Features

Molti hanno tirato in causa Roma di Alfonso Cuarón, a ragione: collettivo e privato, grande storia e lessico familiare, bianco e nero da arthouse (interrotto da alcune irruzioni del colore visto sul grande schermo). E, sì, Anni ‘40 di John Boorman è una bussola importante. Due capolavori, cosa che Belfast non è: però più che un racconto di formazione, è un film che riformula in chiave spudoratamente romanzesca un passaggio fondamentale della vita di Branagh/Buddy mettendo in campo le scorribande, l’ambizione scolastica, il primo amore sullo sfondo di una comunità spezzata.

Con un filtro mitizzante che illumina i genitori, bellissimi e radiosi perché adorati senza riserve, sia quando litigano per troppe tasse arretrate che significano altri sacrifici futuri sia quando danzano come Ginger e Fred sulle note di Everlasting Love (sono Jamie Dornan e Caitríona Balfe, ottimi).

Belfast sembra edificarsi proprio sulla celebrazione dell’amore come ideologia, una politica degli affetti che trova compimento nello splendido ritratto dei nonni, i magnifici Ciarán Hinds e Judi Dench, veri e propri architravi di un’educazione sentimentale fondata su pochi concetti e tanti gesti, semplici e profondissimi (trovare il proprio posto nel mondo, capire con chi vogliamo condividerlo, sapere chi vogliamo essere).

Ma c’è anche un ripensamento in cui il cinema – fruito in televisione come in sala – funziona da sistema di assonanze con il vissuto della famiglia. Così il padre eroico può trasfigurarsi ora in John Wayne che sfida Lee Marvin in L’uomo che uccise Liberty Valance ora in Gary Cooper lasciato solo in strada come in Mezzogiorno di fuoco con Do Not Forsake Me, Oh My Darlin che riecheggia nello scontro. E la nonna può seguire traiettorie nascoste che la portano a ricordare l’emozione provata di fronte a Orizzonte perduto.

Belfast è anche una ricognizione sull’essere irlandesi che, come dice un personaggio, sono nati per emigrare, un popolo destinato a dividersi: metà in giro per il mondo, metà a soffrire in patria provando nostalgia per chi è partito.

È un film dedicato a tutti: chi è rimasto, chi è partito, chi si è perso. Con la struggente colonna sonora di Van Morrison, composta anche da canzoni scritte dopo gli anni rievocati da Branagh, che convoca i fantasmi di una nazione. Ecumenico, e non se ne vergogna; popolare, e lo rivendica; elementare, e se ne compiace. Scaltro? Certo. Ruffiano? Ma sì. Costruito in funzione Oscar? E se anche fosse? In questo film, così caldo e commovente, ci batte un cuore, e tanto basta.

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