Il bello dei palmares festivalieri è che fino a qualche minuto prima della cerimonia di premiazione circolano in continuazione voci incontrollate.

Quella che in questa Venezia 83 ha iniziato a girare da ieri – l’unica poi davvero confermata – è che l’Italia non avrebbe preso alcun premio.

La Mostra chiude ufficialmente con la proiezione, fuori concorso, di Dio ride di Giovanni Veronesi: beato Lui, verrebbe da dire, considerando che il cinema italiano non ride manco per niente. Ci si consola con il premio per la migliore interpretazione di Riccardo Scamarcio e il premio per la migliore sceneggiatura a Tommaso Landucci per I figli della scimmia, nella sezione Orizzonti.

Non accadeva dal 2018 che rimanevamo a bocca asciutta nel concorso principale di Venezia (ad imporsi fu Roma di Alfonso Cuarón, targato Netflix), né con i film né con le Coppe Volpi. E dire che stavolta oltre ai 5 titoli in gara (Moretti, Bechis, Strippoli, De Angelis e Pallaoro) avevamo anche il jolly di Alba Rohrwacher, protagonista in un film battente bandiera francese, Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, premiato per la migliore sceneggiatura.

Alba Rohrwacher in Un bon petit soldat
Alba Rohrwacher in Un bon petit soldat

Alba Rohrwacher in Un bon petit soldat

(Christine Tamalet)

Si dirà che “l’importante è partecipare” (vero, considerando poi che proprio quest’anno a Cannes, e pure a Berlino, nemmeno col binocolo ci hanno visto), resta il fatto che forse è davvero arrivato il momento di trovare una quadra affinché il nostro cinema possa tornare ad essere “competitivo” (e vale anche per i mercati) a livello internazionale.

Terminata la riflessione sulle cose di casa nostra, passiamo al resto: lo scrivevamo anche ieri, lo pensavamo un po’ tutti già da metà Festival, quest’anno dal palmares sarebbero rimasti fuori titoli pesanti. Questo perché – va detto – il livello di quest’edizione della Mostra è stato semplicemente molto alto.

Il film che però inspiegabilmente viene ignorato dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal è Look Back di Hirokazu Kore’eda, forse davvero l’unico insieme a Wild Horse Nine di Martin McDonagh ad aver messo d’accordo chiunque. Quest’ultimo si consola con la Coppa Volpi strameritata e straprevista per il suo magnifico protagonista, John Malkovich, che da Venezia inizia il suo cammino verso l’Awards Season.

Venezia 83 - Red Carpet Wild Horse Nine
Venezia 83 - Red Carpet Wild Horse Nine
John Malkovich sul red carpet di Venezia 83 - Foto Karen Di Paola

Veniamo ora alla questione più rilevante, il Leone d’Oro: si è fatto un gran parlare – anche giustamente – dell’assenza (o quasi) delle registe donne dal concorso principale. Risposta di Maggie Gyllenhaal: premio principale a Woman Unknown, l’unico film diretto (in solitaria) da una donna, la danese di origini egiziane May el-Toukhy, che porta a casa anche la Coppa Volpi femminile per la sua meritevole protagonista, Mathilde Arcel.

Venezia 83 - Photocall Woman Unknown
Venezia 83 - Photocall Woman Unknown
Mathilde Arcel e May el-Toukhy a Venezia 83 - Foto Karen Di Paola

Partendo dal presupposto che si è “forzato” il regolamento – "Nel caso che l’abbinamento della Coppa Volpi riguardi il film insignito con il Leone d’oro, è richiesto che la decisione sia espressa con voto unanime di tutta la Giuria” e che, sempre stando alle voci di cui sopra, non sono mancati momenti di tensione tra la presidente di giuria e qualche altro giurato, quello che balza agli occhi – proprio come lo scorso anno per La voce di Hind Rajab – è che il Festival di Venezia seleziona con coraggio opere che ci mettono faccia a faccia con l’orrore del genocidio palestinese, opere che le giurie sentono di dover inserire in palmares, certo, ma restando col braccino corto.

NAZA degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (l’altra donna in cartellone) non è un film, ok d’accordo, è un documentario-reportage chiamiamolo come meglio ci pare: rispetto al citato lavoro di Kaouther Ben Hania (Gran Premio della Giuria l’anno scorso e lei tra i giurati di quest’anno), che ricostruiva il contorno utilizzando però le reali registrazioni della voce della bimba uccisa dai soldati israeliani, stavolta si è di fronte ad un documento che – per voce della parte offendente, alcuni funzionari dell’intelligence israeliana – certifica quello che a volte il mondo si rifiuta di ammettere, o di riconoscere, ovvero la sistematica, programmatica uccisione dei civili di Gaza.

Yuval Abraham (regista), Rachel Szor (regista) - Foto Karen Di Paola
Yuval Abraham (regista), Rachel Szor (regista) - Foto Karen Di Paola
Venezia 83 - Photocall Naza

Qualche ora prima della premiazione il direttore della Mostra, Alberto Barbera, ricordava su Repubblica quanto “non ammetterlo in selezione sarebbe stato ingiusto. Sarebbe stato sbagliato. Sarebbe stato anche un atto di codardia”, ribadendo però che sul verdetto finale “poi decide la giuria. Io non decido nessun premio, io scelgo di ammetterlo o non ammetterlo. Non ho avuto dubbi sul fatto di ammetterlo”.

Incontestabile, certo. Resta il dubbio che per un’opera simile il Premio Speciale della Giuria aiuti poco o nulla rispetto alla risonanza che avrebbe potuto avere con il Leone d’Oro. La scelta di assegnarlo a Woman Unknown, che rimane tra l’altro un film bello e importante, fa vertere l’ago “politico” della bilancia su un’altra questione, quella femminile, che ha sicuramente bisogno di attenzione – anche perché l’ultimo Leone d’Oro ad una regista è stato assegnato quattro anni fa, nel 2022, a Laura Poitras (ironia del destino, con un documentario…) – ma ecco, insomma, come dire, forse attualmente nel mondo c’è di peggio rispetto al gender gap cinematografico. Poi, è vero, resta pur sempre una “Mostra d’Arte Cinematografica” e un film come NAZA “falserà” sempre qualunque competizione. Nel bene o nel male.