"Anche in un campo così ci vuole un poeta che sappia vivere da poeta questa vita e la sappia cantare". La frase viene dal diario che Etty Hillesum scrive nel 1942 dal campo di smistamento di Westerbork, e a citarla all'Italian Pavilion della Mostra del Cinema di Venezia è monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. "Noi siamo in un mondo carico di tensioni, di guerre, di odio, ma anche di tanto bene. E amiamo il cinema perché è come questo poeta che sta dentro il campo del mondo e sa cantare la vita. Buon canto".

L'occasione è il primo incontro veneziano che ha riunito tutti i media della CEI, promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo, con il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, il sottosegretario di Stato alla Cultura Lucia Borgonzoni e i responsabili delle diverse realtà della comunicazione cattolica. Un appuntamento che ha provato soprattutto a interrogarsi su che cosa significhi oggi guardare e raccontare il mondo attraverso immagini e parole.

Alla trasmissione, del resto, Baturi aveva già dato un significato molto diverso dalla semplice circolazione di informazioni: "Possiamo davvero comunicare ciò che ci commuove, ciò che ci attraversa, ciò che provoca sdegno e orrore. Solo ciò che attraverso la nostra umanità può toccare quella degli altri".

Da sinistra: mons. Giuseppe Baturi, Davide Milani e Pietrangelo Buttafuoco, @Karen Di Paola
Da sinistra: mons. Giuseppe Baturi, Davide Milani e Pietrangelo Buttafuoco, @Karen Di Paola

Da sinistra: mons. Giuseppe Baturi, Davide Milani e Pietrangelo Buttafuoco, foto karen di paola

Sulla stessa linea Buttafuoco, che ha legato la collaborazione con la Fondazione a una diagnosi sul presente: "Laddove l'informazione latita o si trincera nella censura, o peggio ancora nell'autocensura, laddove le cattedre che dovrebbero esercitare lo spirito critico si allertano invece nella propaganda, o, peggio ancora, nell'esercizio fratricida dell'odio, la Chiesa italiana ha saputo dimostrare e attestare la necessità dell'incontro, dell'ascolto e dello sforzo potentissimo della bellezza".

Una responsabilità tanto più urgente in un tempo in cui lo sguardo rischia continuamente di essere catturato, distratto o anestetizzato. È qui che si colloca l'analogia proposta da Marco Girardo, direttore di Avvenire: "Ogni film comincia scegliendo che cosa far entrare in un'inquadratura. In fondo un giornale, quello che facciamo ogni mattina, fa la stessa cosa. Decide dove posare lo sguardo, che cosa mettere a fuoco, quali volti, quali storie sottrarre dallo sfondo". Da qui l'esigenza che ha indicato come prioritaria: "Sentiamo la necessità di allargare lo sguardo e soprattutto di non distoglierlo quando ciò che vediamo ci interpella e a volte ci disturba". Per il direttore di Avvenire, cinema e giornalismo condividono oggi una funzione decisiva: sottrarsi all'omologazione. Richiamando Bernard Stiegler, ha indicato nella serializzazione dell'immaginario e nel circolo dell'attenzione imposto dai social media il rischio maggiore dell'industria culturale. In un sistema che tende a sincronizzare consumi, linguaggi e perfino tempi della visione, "il cinema rompe questo tipo di produzione culturale": crea un evento, introduce una discontinuità, costringe a fermarsi.

Educare lo sguardo

Sulla necessità di educare lo sguardo, soprattutto quello delle nuove generazioni, si è soffermata Borgonzoni. "I giovani ormai attraverso le immagini vedono e leggono il contemporaneo", ha osservato, ricordando come lo smartphone sia diventato il principale dispositivo di accesso alla realtà. Per questo "dobbiamo insegnare loro ad avere una chiave di lettura", ad andare oltre la superficie di un film, di un documentario, di una serie. Pensare, ha ammesso, può essere "difficile, faticoso" e perfino doloroso, ma è proprio quell'esercizio a permettere di andare in profondità. Centrale, in questa prospettiva, resta il ruolo delle sale della comunità, definite "luogo di comunità" e "presidio sociale", spazi nei quali le emozioni possono essere condivise e diventare occasione di confronto.

Lucia Borgonzoni,@Karen Di Paola
Lucia Borgonzoni,@Karen Di Paola

Lucia Borgonzoni, foto karen di paola

Per Vincenzo Morgante, direttore di TV2000, InBlu2000 e Play2000, il rapporto con il cinema si articola lungo tre direttrici: racconto, trasmissione e produzione. Una presenza che va dalla programmazione cinematografica della rete alla sperimentazione della piattaforma, dove trova spazio un pubblico più giovane e dove quest'anno saranno proposti settanta cortometraggi italiani e internazionali. Ma la parola decisiva è cura: "Dietro ogni selezione, ogni scelta c'è un pensiero, c'è una volontà, c'è il rispetto di chi ci affida un po' del suo tempo, che consideriamo prezioso". Perché il cinema resta "un luogo di libertà" nel quale raccontare "la fatica, l'impegno, il dolore ma anche la speranza dell'uomo del nostro tempo".

È lo stesso compito che Amerigo Vecchiarelli, direttore del SIR, riconosce all'agenzia della CEI. "Il cinema non è soltanto intrattenimento: è uno spazio nel quale la società si incontra, si racconta, si interroga". Raccontarlo, allora, non significa limitarsi alla recensione o alla cronaca, ma "interpretarlo con responsabilità e spirito critico, mettendo al centro la persona e la complessità dell'esperienza umana". La sfida è offrire strumenti per comprendere la cultura contemporanea, cercando nelle immagini "ciò che interroga la coscienza, la mette alla prova e l'apre alla libertà e alla speranza".

Il cinema nelle diocesi

Che il rapporto con il cinema stia cambiando anche nei quasi duecento settimanali aderenti alla FISC lo ha raccontato il presidente Mauro Ungaro, presentando i risultati di una ricognizione condotta fra le testate della federazione. Se trent'anni fa il cinema occupava soprattutto lo spazio della programmazione delle sale parrocchiali e delle schede di giudizio sui film, oggi "il quadro è completamente cambiato". Il film è diventato sempre più spesso un punto di partenza per affrontare questioni sociali e culturali, facendo dialogare globale e locale. E sempre più spesso sono i giovani delle scuole di giornalismo e comunicazione a occuparsene. "Il cinema ci sta aiutando veramente a svolgere la nostra missione giornalistica", ha spiegato Ungaro, definendolo "una finestra che le nostre testate possono aprire per guardare l'agorà, per guardare il mondo".

Anche la comunicazione istituzionale della Chiesa sta intanto cercando nel cinema nuovi linguaggi. Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, ha raccontato il ripensamento delle campagne dell'8xmille: "Il sostegno alla Chiesa non si promuove, si racconta e si rende incontro". Da qui la decisione di abbandonare il linguaggio dell'emergenza e della pietà: "Non raccontare il bisogno ma ciò che nasce dalla risposta al bisogno. Non la ferita, ma la cura. Non l'urgenza, ma il valore, la speranza e le possibilità". Una scelta tradotta anche formalmente in un linguaggio mutuato dal cinema: macchina a mano, luce naturale, persone reali al posto degli attori, attenzione ai gesti minimi. "La realtà aveva già la forza narrativa che ci serviva: il compito della produzione era solo di non interferire".

A ricondurre i diversi interventi a una prospettiva comune è stato don Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e direttore della Rivista del Cinematografo. La Fondazione, ha spiegato, vuole essere "una piattaforma dove la Chiesa, attraverso i mezzi di comunicazione ma non solo, le realtà di formazione e chi è sul territorio, dialoga". Non si tratta di "battezzare i film", né di sostituire il giudizio critico con un'etichetta confessionale: il compito è creare "un tessuto di comunità" e proporre uno sguardo capace di andare oltre la valutazione tecnica delle opere, cercando anche nei film imperfetti "se c'è l'uomo, se ci sono le sue domande, se ci sono segni di speranza".

Dio ride, o la comicità come cosa seria

Quasi naturale che dalla riflessione sullo sguardo si passasse a un film che proprio sul rapporto tra rappresentazione, fede e mistero costruisce il proprio racconto. Dio ride, film di chiusura della Mostra diretto da Giovanni Veronesi, è stato il protagonista della seconda parte dell'incontro, insieme a Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e al produttore Fabrizio Donvito.

Da sinistra: Fabrizio Donvito (produttore), Giovanni veronesi, Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e mons. Davide Milani, @Karen Di Paola
Da sinistra: Fabrizio Donvito (produttore), Giovanni veronesi, Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e mons. Davide Milani, @Karen Di Paola

Da sinistra: Fabrizio Donvito (produttore), Giovanni veronesi, Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando e mons. Davide Milani, foto karen di paola

"Non ho abbandonato il mio territorio, che è quello della comicità", ha spiegato Veronesi, che a un soggetto religioso si era già avvicinato con Per amore, solo per amore. "Però invece di fare un film comico ho fatto un film drammatico sulla comicità, perché per me la comicità è una cosa seria. E siccome è una cosa seria ho pensato che anche Dio la potesse prendere seriamente". Determinante è stata una frase di Papa Francesco: si può ridere anche di Dio, purché lo si continui ad amare. "È stata una sorta di liberazione, perché chi usa la comicità e l'ironia viene spesso bandito da certe serietà. Con quella frase sono riuscito anch'io a entrare nel mondo dei seri facendo ridere". Alla scrittura ha collaborato anche un sacerdote congolese, parroco in Toscana, che lo ha fatto entrare "in punta di piedi in un mondo totalmente fantastico" per lui. "Sono riuscito a credere in Dio per due anni, che non è poco. Poi sono uscito da questo mondo e mi ritrovo un po' solo".

Per Favino, che interpreta frate Leopoldo da Casamacchia, il cappuccino seicentesco che racconta il Vangelo in volgare e riesce a far ridere chi lo ascolta, il mestiere stesso dell'attore contiene già una forma di fede. "Il nostro mestiere si basa su un mistero molto semplice: credere a ciò che non vediamo. Quando hai davanti una pagina bianca, il primo gesto di fede è credere che ce la potrai fare. E l'ultimo è lasciare aperta una porta alla fiducia dello spettatore". Da qui la definizione che ha dato di sé: "Ho sempre pensato che il mio mestiere fosse laicamente spirituale, di essere un sacerdote laico di una fede profonda che ho nei confronti delle storie e della bellezza". Quanto al confine fra riso e caricatura, la chiave non è tecnica: "È mosso dalla fede, non dal desiderio di far ridere. Crede alle storie che racconta, ci crede profondamente. Suo malgrado può diventare comico, ma quello che lo muove veramente è la fede. Lui ha sentito Dio ridere, è una sua esperienza: come fa a pensare che non sia esistita?". E il mestiere, dopo trentacinque anni, gli interessa ancora per la stessa ragione: "L'essere umano è un meraviglioso mistero che non mi stanco di indagare".

Il potere e il riso

Di segno opposto e complementare il personaggio di Silvio Orlando, il cardinale Maculani, inquisitore incaricato di far tacere il frate, che incarna una Chiesa alle prese con il proprio potere, con la ragion di Stato e con il dubbio. "Allora la Chiesa aveva insieme il potere temporale e quello spirituale: una cosa spaventosa, se uno ci pensa. Si governava in nome di Dio, come oggi si fa in certi Stati", ha osservato. "E quando il potere si indebolisce diventa molto feroce". Ma l'incontro con Leopoldo incrina progressivamente le sue certezze: "Questa creatura gli fa esplodere dentro tutto, gli fa vedere la realtà per quella che è. Gli mette uno specchio davanti". Fino alla consapevolezza che "noi facciamo una vita che non è la nostra" e che in alcuni momenti non bastano le piccole riforme: "C'è bisogno di una rottura, anche drammatica".

@Karen Di Paola
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È sempre Orlando ad aver risposto alla domanda sul perché il potere abbia ancora paura della comicità, richiamando Umberto Eco: "Il potere ha paura dei comici perché i comici rendono le persone meno impaurite". Quando diminuisce la paura, le armi del potere vengono mitigate. E Leopoldo, ha aggiunto, è "un folle di Dio": apparentemente innocuo, ma esplosivo quando la sua follia incontra una verità capace di parlare agli altri. Sempre a Orlando si deve la frase raccolta dal cardinale José Tolentino de Mendonça in un incontro con il mondo dell'arte: "L'artista deve dare fastidio, deve essere scomodo. Non deve cercare l'equilibrio, ma l'armonia". Una formula che, secondo l'attore, descrive bene il film: "È pieno di squilibri, però alla fine c'è un'armonia del tutto". Dell'attore, intanto, ha dato la definizione più ruvida della giornata: "Deve essere anche un po' stupido, deve mantenere una parte del cervello da riempire".

Per Donvito, che produce il film con Indiana Production insieme a PiperFilm e Ogi Film, tutto è nato dalla forza immediata di un copione: "Quando Giovanni mi mandò la prima stesura, presi un taxi e andai da lui per capire come stava, perché quello che avevo letto mi aveva devastato dalla commozione". Sul destino in sala non si sbilancia: "È un film popolare nel senso più largo del termine, pieno di fede e spiritualità senza bandiera". Un film che "prende le anime" e che arriverà nei cinema il 29 ottobre, dopo un tour di una trentina di anteprime.

Veronesi, però, sembra guardare oltre il destino commerciale dell'opera. "Ogni film dovrebbe lasciarti addosso qualcosa, ma stavolta è un'esperienza che non se ne va. La porterò in tasca per sempre". A sessantaquattro anni, ha raccontato, si tratta di un'esperienza difficile da archiviare per passare semplicemente al film successivo: "Ho dato veramente tutto me stesso. Ho detto le cose che dovevo dire, avevo un'urgenza e quell'urgenza adesso è lì dentro. Io non lo governo più: lo governerà il pubblico". E ancora: "Ho fede in quello che abbiamo fatto. Credo davvero che quel film abbia una sua vita personale".

Alla stessa idea, del resto, Favino aveva ricondotto il senso del proprio lavoro: entrare per un periodo nella vita di qualcun altro. "Quel tragitto non solo ti fa capire chi è l'altro, ma fa capire meglio a te stesso chi sei". Da qui una proposta: "Se ci fosse una ricetta per la pace, dovrebbe essere far fare teatro nelle scuole ai bambini da zero a diciotto anni", perché interpretare significa sperimentare fisicamente il senso dell'empatia, incontrare "lo straniero che bussa alla porta, l'altro da te che sei sempre tu".

Il mistero è tornato anche nell'ultima risposta di Veronesi, interrogato sul significato dei molti cieli stellati presenti nel film: "Per me significavano l'infinito. L'infinito e Dio sono molto vicini. Se l'uomo è capace di concepire l'infinito, è anche capace di concepire Dio. Le nostre strade viaggiano parallele, ma il cielo stellato è sempre lo stesso". Un'immagine raccolta in chiusura proprio da Baturi: "L'infinito è un nome di Dio". Ma come raccontare ciò che è infinito, eterno, invisibile? "Solo a una condizione: che Dio non sia al di là dell'umano, ma nella sua profondità". E proprio il mistero, per il segretario generale, può essere una delle chiavi del film: uno sguardo che non assolve, ma prova a comprendere perfino i personaggi più ambigui, nella convinzione che ciascuno abbia la propria battaglia da combattere e che, guardando più in profondità, "magari si apre uno spiraglio".

L'ultima parola resta a Veronesi, e contiene anche il senso dell'intera giornata: "Dentro al film c'è molto amore. È un film a cuore aperto, un'operazione a cuore aperto. Non ci sono filtri, c'è solo il pulsare di questo cuore. In questo film non ci siamo nascosti: siamo veri, sinceri, onesti, come poche volte nella mia vita sono stato".