In fondo, come in Gli spiriti dell’isola, anche stavolta Martin McDonagh costruisce un film sul senso dell’amicizia. Un’amicizia qui plasmata da decenni di segreti, lealtà e compromessi morali.

Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell) sono due agenti veterani della CIA la cui carriera si è svolta all’ombra della politica della Guerra Fredda. Di stanza in Cile sotto la supervisione di MJ (Steve Buscemi) nei mesi che precedono il golpe dell’11 settembre 1973, vengono mandati sull’Isola di Pasqua portandosi dietro il peso di un passato lungamente condiviso e, sebbene fuori servizio, con secondi fini che non rivelano nemmeno l’uno all’altro.

Wild Horse Nine – che segna la terza partecipazione consecutiva in concorso a Venezia per McDonagh – è anche, e soprattutto, un film sulla fine. L’ambientazione temporale, come detto, ci riporta ai giorni oscuri che precedono la caduta di Salvador Allende, presidente cileno democraticamente eletto. La CIA muove le sue pedine nell’ombra, ma il regista britannico-irlandese declina il dramma geopolitico secondo il suo inconfondibile registro: non thriller d'azione muscolare, bensì una surreale commedia da camera a cielo aperto.

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved. (Searchlight Pictures)

I protagonisti di questa trasferta ai confini della Terra sono due uomini consumati dal cinismo e dalle proprie colpe: Chris riflette sulle sue scelte di vita e sulla sua carriera attraverso un dittafono a cui affida le sue “memorie” (che partono dai dinosauri…), mentre Lee cerca di conciliare le direttive di MJ che lo pongono proprio al centro del destino del suo amico/collega. Come sempre, nel cinema di McDonagh, i dialoghi sono affilati come lame e il senso del tragico sgorga irresistibile dalla commedia nera più spietata: i buchi di memoria, la malattia terminale, i ragionamenti (promesse) sul fine vita, il senso di colpa (strisciante) per quello che è stato e manifesto per quello che sarà, i cavalli selvatici e il luogo abitato più isolato del pianeta sono gli ingredienti con cui amalgamare dark humour e intelligente riflessione sui destini del mondo.

La sottile malinconia e l’ironia distaccata di John Malkovich si incastrano perfettamente con la consueta imprevedibilità viscerale e i tempi comici del collega-amico-custode Sam Rockwell (diretto per la terza volta da McDonagh, dopo 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri).

E sul background di una storia già scritta (oltre all’imminente tragedia cilena c’è più di qualche accenno all’omicidio Kennedy di un decennio prima…) l'Isola di Pasqua – Rapa Nui come la chiamano “gli indigeni”… – smette presto di essere semplice sfondo esotico per farsi personaggio a tutti gli effetti: i monumentali moai, che stagliano le loro sagome mute contro la vastità dei cieli e praterie sconfinate, osservano imperturbabili le miserie di questi uomini minuscoli, accentuando così il contrasto grottesco tra la grandiosità di quel luogo e la meschinità delle trame imperialiste.

La cospirazione della CIA è dunque lo sfondo ingombrante, ma ciò che interessa al regista è più che altro l'impatto morale che il male esercita sulle singole coscienze. E lo specchio etico in cui soprattutto Chris si ritrova costretto a guardare la propria deformità professionale ed esistenziale è incarnato dalla studentessa cilena, anche lei in vacanza sull’isola, interpretata da Mariana Di Girolamo (già protagonista in Ema di Pablo Larraín).

John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved. (Searchlight Pictures)

Wild Horse Nine (nelle sale italiane dal 5 novembre e sicuro protaogonista della prossima Awards Season) conferma, qualora ce ne fosse bisogno, le doti drammaturgiche di McDonagh: ancora una volta la scrittura è scintillante, caratterizzata da battute folgoranti, ritmi sincopati e repentini scarti di tono in grado di tramutare il riso amaro in groppo in gola nell’arco di una singola scena.

Un saggio brillante sulla stoltezza del potere, sull'impossibilità di sfuggire a se stessi, sull’imminenza della fine e sulla bellezza tragica di chi prova, anche solo per un istante, a deviare dal corso della storia: “Avrei preferito uccidere qualche persona in meno e passare più tempo con i cavalli”. Chissà se Tom Waits (che appare in un cammeo all’alba dalla Monument Valley…) la scriverà poi quella canzone sui cavalli…