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Natsuki Deguchi e Aju Makita in Look Back
“Se ti sfreghi le mani dieci volte e poi le metti sulle orecchie puoi sentire il rumore del mare”.
Hirokazu Kore’eda, che solamente qualche mese fa presentava a Cannes Sheep in the Box, torna ora in concorso a Venezia (mancava dal 2019, quando aprì il Festival con Le verità) e lo fa con un capolavoro di immane dolcezza e disperazione: Look Back, adattamento dell’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto (l’anime del 2024 è disponibile su Prime Video).
La genesi stessa di questo incontro – quasi quanto quella al centro del racconto – ha i contorni del destino. Come ha rivelato lo stesso regista, l’epifania è avvenuta in una libreria della stazione di Shinagawa: uno sguardo distratto caduto sul “retro” di un volume, una lettura divorata d’un fiato sul treno ad alta velocità, e l'immediata, bruciante consapevolezza di trovarsi di fronte a un’urgenza narrativa insopprimibile. Un’urgenza che Kore’eda ha riconosciuto come affine a quella che, ventidue anni fa, lo spinse a girare Nessuno lo sa. E proprio come in quel film (e poi in tante altre circostanze, come nel più recente L’innocenza), anche qui lo sguardo è sull’infanzia, o meglio, su quell’età di mezzo, incerta e dolorosa, in cui si iniziano a tracciare i contorni del proprio posto nel mondo.


Furi Nanasa e Rokka Okada
in Look BackAl centro della scena ci sono due ragazze, due anime speculari e complementari: Fujino (Nanase Furi da bambina, Deguchi Natsuki da ragazza) è determinata, sfrontata, animata da un talento acerbo ma prepotente, convinta di poter dominare la sua realtà attraverso i personaggi che disegna. Kyomoto (Okada Rokka da bambina, Makita Aju da ragazza), al contrario, è una reclusa, una hikikomori che ha fatto della sua stanza un bunker contro il terrore dell'esistenza, dedicando ogni respiro al disegno ossessivo degli sfondi.
La prima crea figure in cerca di un mondo, la seconda costruisce mondi disperatamente vuoti. Il loro incontro, la collisione tra questi due universi, dà vita a un sodalizio che attraverserà tredici anni della loro vita. Ma è soprattutto nello spazio magico e formativo di un anno e mezzo che Kore'eda distilla l'essenza di questa amicizia assoluta, di questo incontro tra due anime complementari.
La consueta grazia insondabile, misteriosa, che da sempre abita il cinema di questo regista straordinario, quel tocco così lieve e insieme devastante da lasciare lo spettatore inerme, trova qui la massima potenza poetica quando si tratta di dipingere lo scorrere del tempo, inquadrato con un naturalismo che ha dell’incantevole. È come se il tempo (in un primo momento quasi non si fa caso allo switch dall’infanzia all’adolescenza, in quell’impercettibile passaggio di testimone tra le due coppie di attrici) si misurasse sulla pelle del mondo, con il mutare delicato e inesorabile della luce, o con il respiro delle quattro stagioni che avvolge le ragazze tanto nei momenti felici quanto nel doloroso annuncio che ne anticipa la separazione.


Furi Nanasa e Rokka Okada in Look Back
La maestria di Kore’eda nel filmare gli spazi aperti (quella corsa a perdifiato della piccola, felice Fujino rimanda quasi a L’estate di Kikujiro di Takeshi Kitano) tocca in quest'opera vertici di lirismo che rimandano ai capolavori di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli, non a caso citato diegeticamente con un libro sull’arte degli sfondi e il dvd di Totoro.
La macchina da presa entra e esce dalle stanze anguste – i "retri" in cui si consuma la fatica dapprima solitaria, poi in coppia, del disegno – per spalancarsi su paesaggi di abbacinante respiro. Vediamo il vento che accarezza l'erba, piegandola in onde che sembrano fare eco ai tumulti interiori delle protagoniste, poi le passeggiate difficoltose nella neve alta: i corpi minuti di Fujino e Kyomoto che faticano, sprofondano e si rialzano nel candore immobile, trasformando un semplice spostamento fisico in una formidabile metafora del loro percorso di crescita. La neve attutisce i rumori del mondo esterno per lasciare spazio all’intimità, al respiro condensato, al calore di un legame che si salda passo dopo passo, orma dopo orma.
Ma il rumore del tempo passa anche sulla carta: in questo pedinamento delle anime, Kore’eda riesce a trasformare l’atto del disegnare – di per sé statico, silenzioso e difficilmente traducibile – in azione cinematografica, trasformando il suono in narrazione. Dal pennino sul foglio al ritmo sincopato dei tratti che si fanno via via più sicuri, decisi, fino al ticchettio del pennino sulle tavolette grafiche elettroniche: questo paesaggio sonoro, mutevole nel corso degli anni, diventa la vera colonna sonora dell'esistenza delle ragazze. È un’espressione non verbale, capace però di fondersi con la colonna musicale del film (del compositore Yuta Bandoh) per restituirci la fatica fisica e la dedizione assoluta che si celano dietro l'arte.


Natsuki Deguchi e Aju Makita in Look Back
Ma Look Back – arriverà in Italia a novembre, con Lucky Red – non è solo la cronaca di un’amicizia e di una vocazione. È anche un'esplorazione della perdita. Quando la narrazione imbocca la sua svolta tragica, il cinema di Kore’eda non urla, non cede al ricatto del melodramma o alle scene madri. Ed è nel momento del lutto che la poesia del regista tocca le corde più intime. Lo spaesamento, il senso di colpa paralizzante di chi resta – “se non l'avessi mai tirata fuori da quella stanza, non sarebbe successo”, sembra gridare il silenzio di Fujino – vengono indagati con una delicatezza (e con un what if?) che spezza il cuore. Per non parlare del frammento animato, semplicemente dilaniante.
Kore’eda filma l'assenza inquadrando gli spazi rimasti vuoti, restituendo a chi guarda il peso insopportabile di una sedia abbandonata, di un foglio bianco a metà.
Guardarsi le spalle, certo, ma anche guardare indietro: Look Back non è un invito a restare imprigionati nel passato, ma un invito a trovare, nei ricordi di chi abbiamo amato e nei segni che abbiamo tracciato insieme, la forza per continuare a camminare, per riprendere in mano la matita, per tornare alla scrivania.
Un film che è un miracolo di equilibri, che respira insieme all'erba piegata dal vento e al rumore di un pennino che non smette di graffiare la carta: anche quando tutto sembra perduto, continuare a creare è la forma più alta, e dolorosa, di sopravvivenza.



