La sempre più frequente riduzione dell'organico nel mondo dell'occupazione rappresenta una delle ferite più profonde e diffuse della nostra società. In un mercato globale dominato da ristrutturazioni selvagge, algoritmi finanziari e tagli ai costi operativi, il valore delle persone viene costantemente sacrificato sull'altare dell'efficienza e del profitto immediato. Su questa drammatica urgenza si innesta Un bon petit soldat, il nuovo progetto di Stéphane Brizé, presentato in concorso all'83ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Il cineasta francese trasforma le incongruenze etiche di chi gestisce il personale in una riflessione generale sull'assetto industriale moderno. Realizza un'indagine appassionata sulle dinamiche sociali del presente, garantendo una coerenza stilistica di notevole intensità espressiva.

La storia mette al centro della narrazione Carla (Alba Rohrwacher), una HR costretta a muoversi in un perenne stato di tensione tra le direttive dei capi e la tutela della propria dignità. Si trova schiacciata tra i calcoli matematici dei vertici delle multinazionali e il dolore concreto dei dipendenti estromessi. Accanto a lei c’è Vincent Lindon, il cui ruolo incarna l’arroganza di chi sostiene la produttività economica a ogni costo. Il confronto tra i due protagonisti trasforma l’azienda in un teatro di scontro, dove ogni colloquio evidenzia l'isolamento dell’individuo e la freddezza dell'ambiente.

Un bon petit soldat segna il consolidamento della cosiddetta Trilogia del lavoro (ormai quadrilogia), in cui Brizé aveva già sondato le pieghe più dolorose del sistema produttivo. In La legge del mercato si era occupato delle umiliazioni quotidiane di un disoccupato cinquantenne, costretto ad accettare compromessi pur di rientrare nel circuito lavorativo. Con In guerra il focus si era poi spostato sulla disperata lotta collettiva e sulla resistenza sindacale delle maestranze di una fabbrica destinata alla chiusura, mentre Un altro mondo mostrava la spaccatura interiore di un manager lacerato tra le richieste famigliari e i diktat della casa madre. Se in questi titoli lo sguardo si posizionava prevalentemente vicino alla classe operaia e ai sindacati, qui l'attenzione si concentra sui quadri “intermedi”, esplorando la condizione dei responsabili chiamati ad applicare decisioni spietate senza avere un effettivo potere d'intervento.

Il sodalizio con Vincent Lindon è sempre vincente, ma a brillare, dopo Le occasioni dell'amore, è ancora Alba Rohrwacher. Insieme duettano, creano un campo di battaglia. Cambiano gli orizzonti, però l’essere umano resta al centro. Brizè si conferma uno dei pochi che, con la macchina da presa, è dalla parte di chi soccombe, in questo caso stritolato dalla pressione e da famiglie disfunzionali.

Un bon petit soldat evita la maniera, gli orpelli, perché ci riguarda tutti. Interroga la coscienza del pubblico, rifiuta l’immagine dell’esecutore passivo di ogni direttiva e invoca un libero arbitrio mai scontato. Che a volte solo il cinema può dare.