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Uno si distrae al bivio
“Mi sono fermato in un punto. Numerose strade mi chiamano. Io resto al bivio ostinato a non mettermi per nessuna di quelle strade, se il cielo della mia gioventù prima non si conclude e non resta documentato, glorificato.”
Scritto da Rocco Scotellaro fra il 1942 e il 1943, Uno si distrae al bivio ha dato ieri il nome all’omonima raccolta di racconti (pubblicata nel 1974, a oltre vent’anni dalla prematura scomparsa dell’autore, con prefazione di Carlo Levi) e oggi fornisce il titolo al nuovo lavoro della regista e sceneggiatrice Alessandra Lancellotti, già autrice dei documentari Il Re Fanciullo (2023) e Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi (2019), che ha deciso di celebrare il poeta socialista di Tricarico (Matera) con quello che lei stessa definisce “un docu-mito” e “un western contadino cantato”.
Per quanto tali definizioni possano, all’inizio, lasciare spaesati, la difficoltà di incasellamento è perfettamente in linea non solo con l’approccio audiovisivo del lungometraggio (presentato all’interno di Notti Veneziane, sezione autonoma delle Giornate degli Autori), ma anche con le caratteristiche letterarie di Uno si distrae al bivio, la cui originalità linguistica risiede nella capacità di unire i termini dialettali con un italiano quasi aulico, allo scopo di rafforzare la propria pienezza espressiva. Passando dalla pagina allo schermo, Lancellotti mescola realtà terrena e finzione esistenziale, concretezza passata e malinconia presente, trasfigurando la Basilicata rurale in una sorta di frontiera nostrana, fatta di fatica e comunità, usi e costumi secolari, preghiere e canti di lavoro, dove convivono le influenze di Michelangelo Frammartino (l’uso concettuale e l’innesto calibrato dei filmati d’archivio), Béla Tarr (l’approccio naturalista che ricerca la propria forza nella connessione fra una gestualità umana, quasi rituale, e un paesaggio atavico) e Sergio Leone. L’epica di quest’ultimo viene evocata soprattutto grazie alle musiche di Héctor Cavallaro, Pino Basile e Antonio Guastamacchia (il quale, in qualità di contadino cantore, intona i versi di Scotellaro insieme ad Angelica Brienza e Daniele Onorati), che, pur recuperano la tradizione arcaica lucana, ammiccano chiaramente alle impareggiabili intuizioni di Ennio Morricone. Il resto lo fanno le voci e i silenzi degli abitanti, il vento e i mormorii della natura, i rumori degli attrezzi e i versi degli animali.
Nel tentativo di catturare due cose inafferrabili (la poesia e il tempo), Lancellotti usa l’assenza “fisica” di Scotellaro come occasione per ragionare sui contrasti della terra e della civiltà contadina che, da un lato, hanno ne hanno generato il pensiero e l’impegno e, dall’altro, rappresentano tuttora una sorta di enigma per chi le affronta dall’esterno, specie in un mondo contemporaneo sempre più globalizzato e deciso a cancellare gli ultimi baluardi di una memoria condivisa autonoma.
“Rocco Scotellaro è morto a trent’anni, nel furore della giovinezza, all’apice dell’impegno politico e poetico” ha dichiarato la regista. “Eppure continua a ispirare passioni civili e politiche, senso di appartenenza ai luoghi e alle comunità. Per chi si sente smarrito e senza futuro, soprattutto in luoghi marginali, è un amuleto.” Un amuleto che Uno si distrae al bivio esorta a non lasciare sepolto.



