"È bello che hai trasmesso la passione a tuo figlio".

Dario (Riccardo Scamarcio) rimane in silenzio, un silenzio amplificato dalla successiva dissolvenza in nero. La passione che sta trasmettendo è quella per le moto da trial, il ragazzo è Giacomo (Tancredi Naldini), suo nipote quattordicenne, figlio del fratello Roberto (Fausto Russo Alesi).

Il primo lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci (già autore del bel documentario Caveman) prende in prestito dall'omonima favola di Esopo - I figli della scimmia - sia il titolo che la suggestione che contiene: lì era la maternità (una scimmia che ama solamente uno dei suoi due figli, finendo per ucciderlo a causa delle cure soffocanti), qui invece il cuore della questione è quello della paternità.

Dario ama suo figlio, Enrico (Andrea Aggio), ragazzo affetto da una grave disabilità, ma è un amore che a parte rare situazioni (il bel momento del gioco di società, il rituale del bagno nella vasca) si traduce quotidianamente negli aspetti "funzionali" di una cura costante, finalizzata alla sopravvivenza e alle abituali visite mediche, alla fisioterapia, alla riabilitazione, che caratterizzano le giornate del ragazzino e dei due genitori (la mamma è Lidiya Liberman).

È un film che resta perennemente in bilico sul baratro del ricatto emotivo, questo di Landucci, che però dimostra una grande capacità (in scrittura, in primis, sceneggiatura firmata insieme al sodale Damiano Femfert, premiata nel 2021 al Solinas), quella di saper trattare un argomento così delicato senza scadere nel pietismo e nel patetismo, abbracciando un rigore che non è solamente formale (l'aspect ratio quadrotto, la totale assenza di colonna sonora, eccetto qualche secondo dell'ultima scena che anticipa i titoli di coda) ma che diventa poetica espressiva ed emotiva.

È un merito che Landucci condivide naturalmente anche con il cast, guidato da un Riccardo Scamarcio (anche produttore) trattenuto e dolente (l'attore sembra dare il meglio di sé ogni volta che si tratta di vestire i panni del padre, vedi La prima luce di Vincenzo Marra, e/o del fratello, vedi Euforia di Valeria Golino), affiancato dal sempre ottimo Fausto Russo Alesi, con il quale condivide il lavoro ma non la conflittualità e le aspettative oberanti che ripone nel figlio adolescente.

Nipote che in qualche modo Dario eleva ad altro figlio, quello con il quale è forse più semplice, più "naturale", instaurare un rapporto di complicità e trasmissione di saperi. Anche qui, per fortuna, il film evita il facile schematismo, ragionando piuttosto sulle sfumature di un uomo diviso tra le logiche di una paternità "normale" e quelle di una paternità "speciale", chiamata a fare i conti con una routine massacrante e con il costante spauracchio del peggioramento o, addirittura, della fine.

In Orizzonti a Venezia 83 e dal 17 settembre in sala con Medusa.