Leonard Landry è un penalista talentuoso, facondo, brillante ma amorale: difende gli spacciatori da cui si rifornisce, vive una vita frenetica, sfrutta i colleghi, usa ogni escamotage per vincere le cause, abusa di vodka e cocaina. Crollato per un’overdose in aula e ripulitosi fisicamente in un centro di disintossicazione, avrà una settimana per prepararsi al processo che lo vede imputato e, nel frattempo, ricostruire da capo la sua carriera e la sua credibilità. A tentarlo, però, c'è un caso di corruzione internazionale da insabbiare di cui è responsabile una potentissima multinazionale francese dove lavora un suo vecchio amore rimpianto.

Il secondo prodotto targato Netflix presentato a Venezia 2026 (l’altro è l’applauditissimo Possible Love) arriva Fuori Concorso dalla Francia: un legal thriller incalzante e spesso godibile che esplora il mestiere liminale dell'avvocatura per indagare i compromessi morali necessari per affermarsi e confermarsi, oggi, nella società della performance permanente.

Leonard Landry è l’epicentro di queste tensioni: un giovane, rampante professionista che vive costantemente a limite; gravato da una profonda solitudine  e dalla sofferenza per le tossicodipendenze da cui non riesce a staccarsi; disprezzato dai colleghi, è una mina vagante dentro e fuori dalle aule di tribunale, un avvocato maniacale, capace di sacrificare ogni cosa per il successo e il potere; ricorrendo alla sua loquela e allo studio matto e disperatissimo dei codici, fa spuntare cavilli, rimanda processi, inventa o corrompe testimoni per piegare le prove a suo favore, alterare la verità, insabbiare i fatti. Vincere o vincere. Non c’è un’altra alternativa per lui.

Così, caduto in basso, recluta come assistente un giovane tirocinante e lo trascina in un losco procedimento legato alla corruzione di un ragazzo senegalese. In Senegal ha causato una strage. La responsabile è una multinazionale francese e le sue disumane politiche coloniali, nel cui comparto legale lavora un vecchio amore perduto di Leonard: il caso è abbastanza ghiotto per provare a riconquistare la donna (incarnata da una nevrile Mélanie Laurent) e la propria reputazione.

Il parigino classe 1978 Tristan Séguéla mette a frutto la sua carriera da autore di videoclip (evidente nei segmenti narrativi nelle discoteche) e di commedie sociali (lo evidenzia la costruzione sfaccettata, densa di tratti umoristici, del suo protagonista), per votarsi a un procedural incalzante e ritmato ambientato tra Parigi e il Senegal. Un film certo canonico nella struttura, prevedibile nel cammino di perdizione e tentata redenzione del suo protagonista, ma coraggioso nel questionare lo strapotere incontrollato che stanno assumendo le multinazionali: organismi anarchici in grado di corrompere, sabotare, camuffare stragi in nome del profitto. Il loro braccio armato sono gli avvocati più brillanti della Francia disposti a diventare autentici distorsori dei fatti.

Un bon avocat, infatti, nella spietatezza aggressiva della narrazione si affida soprattutto alla prova convincente di Laurent Lafitte, alla terza collaborazione con il regista sin dall’esordio con 16 ans ou presque (2013). La stella della Comédie Française è qui un uomo che smarrisce la propria identità senza la professione a cui ha consacrato la vita. Il premio BAFTA per Le mille vite di Bernard Tapie si esalta in una prova camaleontica e trascinante, incarnando senza remore un uomo sempre sull’orlo del precipizio, capace di intestarsi però, contro la corruzione imperante, un inaspettato cammino di purificazione, ravvedimento e redenzione: più che una professione, una missione, una vocazione inderogabile, perché “fuori dal tribunale non saprei fare altro”.