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La maison du vent
Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, La maison du vent racconta la vita di Josette, una fiera donna camerunense alle prese con la solitudine e con le difficoltà quotidiane nella capitale del Paese. Dopo la morte del marito e la partenza per l’Europa dei suoi sei figli, Josette è rimasta custode di una grande casa ormai vuota. Attende invano il loro ritorno, mentre si barcamena tra la burocrazia, i lavori di ristrutturazione e le difficoltà economiche. Troverà un antidoto alla solitudine nell’incontro con Sarah, una giovane del quartiere che la porterà a mettere in discussione le proprie responsabilità di donna e di madre.
Il film mostra un Paese segnato dalla povertà e dall’inflazione e afflitto da una burocrazia corrotta e stagnante. Un Paese che, come la donna protagonista, sembra aver perso la speranza di rivedere i propri figli a casa. Josette è il centro di un’economia del ritorno: quella di chi parte, emigra e manda denaro a casa, perché venga poi redistribuito tra avari operai, funzionari e poliziotti da corrompere. Anche la coprotagonista vive di espedienti e, sebbene venga rimproverata per la propria disonestà, alla fine anche lei attende qualcosa: una promessa che la porti lontana da quella realtà, un matrimonio che rivitalizzi al meglio la vita. È nella sospensione di queste due vite che nasce l’incontro e, insieme, la crescita delle due donne. Attraverso le videochiamate, prologo necessario e al tempo stesso fastidioso delle relazioni, la distanza con l’Europa si accorcia, ma non si annulla. La tecnologia consente sì di mantenere un contatto, ma non riesce a colmare davvero il vuoto della presenza.
Il film ha una forte componente autobiografica ed è dedicato alla madre del regista recentemente scomparsa. Attraverso la sua storia personale, Kouemo Yanghu racconta l’esodo di tanti suoi concittadini che hanno lasciato il Paese, scegliendo però di osservare la diaspora dallo sguardo di chi resta. Il film nasce proprio dalla storia della madre, rimasta a Yaoundé a custodire una grande casa, dove la solitudine e la malinconia sembrano avere il suono del vento. Una casa che scricchiola e sbatte sotto l’impeto del vento e della strada, e dove le foto di famiglia non sono mai perfettamente dritte, a indicare una stortura ormai difficile da correggere nella vita familiare della donna.


La maison du vent
È qui che il film trova uno dei suoi elementi più interessanti: il vuoto di quella grande casa diventa lo spazio per qualcosa di nuovo, per una relazione fondata sul bisogno reciproco che avvicina la giovane Sarah Josette rimasta ormai da sola. Alla sua opera prima, e dopo alcuni brillanti cortometraggi realizzati nel corso della carriera, Yanghu dimostra una solida maturità registica e artistica. Dirige gli attori con sicurezza, portando sul grande schermo tutta la tristezza di una madre lasciata sola in una grande casa piena di foto e ricordi. La fotografia di Eva Sehet, caratterizzata da un forte realismo documentaristico, racconta una capitale africana spazzata dal vento e dalla pioggia, una città che non sembra arrendersi alle sfide della modernità.
Non c’è un vero climax emotivo: la narrazione procede in modo uniforme e compatto, lasciando che siano i piccoli gesti, gli spazi e soprattutto i silenzi a costruire progressivamente la tensione. Colonna portante del lungometraggio è sicuramente l’interpretazione di Josette Kwanya, madre del regista nella vita reale. La sua presenza rende La maison du vent qualcosa di più di un film sulla distanza: diventa anche una riflessione, quasi una dolorosa predica, rivolta a chi trascura le relazioni e rimanda continuamente il momento di prendersene cura. È proprio la consapevolezza della perdita a rendere la sua interpretazione ancora più commovente.
La sua figura, costruita tra primissimi piani e sguardi intensi, diventa l’impalcatura stessa sulla quale il regista costruisce la tensione drammatica, fino alla perdita definitiva di alcune relazioni, vecchie e nuove. Al suo fianco, Moudjeu Pouadeu accompagna con efficacia il percorso della protagonista, con freschezza e realismo. All’attore francese Adrien Jolivet resta invece poco più che un cameo, seppur significativo: il suo personaggio rappresenta uno sguardo europeo, quello di un uomo alla ricerca dell’amore e, forse, di una possibilità di evasione dall’Occidente.


La maison du vent
Il silenzio e il rumore del vento sono gli altri grandi protagonisti di una pellicola struggente, che riflette sull’importanza dei sentimenti e sulla realtà di una diaspora africana che diventa metafora di grandi malattie del nostro tempo: la distanza e la solitudine. Da qui nasce anche la responsabilità che il regista sente e incarna attraverso la figura del figlio che sceglie di non comunicare alla madre la propria malattia terminale, nel tentativo di risparmiarle una lenta agonia. È un gesto d’amore, ma anche un ulteriore silenzio che si aggiunge a quelli già presenti nella casa.
La scena finale segna una possibile riconciliazione della madre con i figli lontani e con quelli ormai scomparsi. Allo stesso tempo, riallaccia la relazione affettiva e protettiva con Sarah, tornata sui propri passi e pronta a essere nuovamente presente nella vita della donna, dopo un altro allontanamento.
Con la morte della madre nella vita reale, per il regista non rimane che l’omaggio alle sue radici attraverso un film capace di accorciare la distanza tra una mamma che resta e un figlio che cerca la realizzazione dei propri sogni lontano da casa. Una distanza che diventa cifra e appartiene alla storia di tantissimi uomini e donne costretti a partire, lasciando alle proprie spalle storie disperate e vite difficili, ma continuando a vivere in contesti spesso impossibili, guidati dalla speranza di una vita diversa e migliore, ma accarezzati da un vento lontano, segno e memoria di un alito vitale che dà vigore all’esistenza.
La maison du vent è un film crudo e necessario, capace di far riflettere sul rapporto con i genitori che invecchiano e sulla solitudine. E forse proprio qui sta la sua forza più universale: ricordare che la distanza non è soltanto, e necessariamente, geografica; si può avere un genitore nella stanza accanto, ma allo stesso tempo, essere più sfuggenti di un figlio africano emigrato in Europa.



