“Non lasciare il fornello acceso”. Un piccolo avviso, stampato su carta adesiva e appiccicato su un soprapensile della cucina, che viene rimosso con un gesto apparentemente sovrappensiero nel bel mezzo di Sentimental Value, il nuovo film di Joachim Trier (dal 22 gennaio in sala) –  Grand Prix allo scorso Festival di Cannes e Golden Globe per l’interpretazione di Stellan Skarsgård – incentrato sulle sfumature relazionali tra una figlia attrice, Nora (Renate Reinsve), e un padre regista, Gustav Borg (Skarsgård), dopo anni di silenzi e assenze.

Sul nostro sito trovate la recensione del film e un approfondimento sul cinema del regista norvegese (nato in Danimarca), che per l’occasione guarda platealmente tanto a Ibsen quanto a Ingmar Bergman (Scene da un matrimonio, Sinfonia d’autunno, Come in uno specchio, Persona), “rubando” al grande maestro svedese lo spunto (anche qui, in parte autobiografico) che faceva da “teatro” nel fluviale Fanny & Alexander (1982, ultimo lungometraggio per il grande schermo, seppure concepito in una prima versione di 312 minuti per la televisione), ovvero la casa d’infanzia dei protagonisti.

Con una prima sequenza sensazionale, Trier affida ad una voce narrante femminile la descrizione del primo, importantissimo personaggio del film, la casa della famiglia Borg. Luogo già al centro di un tema scritto da Nora in prima media, nel quale l’allora ragazzina si interrogava sui possibili stati d’animo che la casa viveva a seconda delle situazioni: “Preferisce il rumore o il silenzio?”, “Che cosa prova quando rimane sola?” (domanda che il regista accompagna con una poetica soggettiva al di qua della finestra mentre la casa “osserva” le bambine uscire dal cancelletto del giardino).

Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen
Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen

Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen

Un po’ come accadeva nell’ultimo, bellissimo e sottovalutato film di Robert Zemeckis, Here, questa unità di luogo diventa strumento per esaminare il tempo, e ancor di più nel caso di Sentimental Value (“valore sentimentale”, quello che spesso associamo alle cose inanimate), creatura vivente che osserva silenziosamente il comportamento degli esseri umani.

Ecco allora che quel gesto innocuo, la rimozione di quel breve avviso stampato sopra i fornelli, fondamentalmente inutile per l’economia del racconto ma ulteriore, piccolo dettaglio con cui continuare a mantenere “vivo” il rapporto con questa abitazione – che ha visto crescere generazioni, custodendone gioie e dolori – ora prossima ad una nuova “esistenza”.

Sembra quasi un cerotto che difende una vecchia ferita, quel piccolo lembo di carta, proprio come la casa – comprese le sue crepe, in primis quella causata da un difetto strutturale che, poco a poco, impercettibilmente, in un futuro chissà quanto lontano, “al rallentatore”, potrebbe farla sprofondare su se stessa – assume i contorni di una cicatrice che separa e unisce l’infanzia di Nora e di sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) dall’eredità emotiva con cui, ancora oggi, sono chiamate a confrontarsi, all’indomani della morte della mamma e al confronto con questa figura paterna di ritorno.

Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen
Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen

Sentimental Value - Photo Kasper-Tuxen-Andersen

“C’è un senso di dolore ereditario in questa storia e abbiamo usato la casa come cornice per esaminare il tempo, il perdono e l’eredità emotiva”, dice Trier, che è partito da un avvenimento autobiografico (la vendita di una casa costruita da un suo trisavolo) per ragionare sull’aspetto malinconico, psicologico che tiene legate, a volte imprigionate per certi versi, le persone non solo ad altre persone, ma anche agli spazi riempiti, o lasciati vuoti, testimoni immobili dello scorrere del tempo, e delle cose, svuotati o riempiti dal peso delle emozioni. E dei ricordi.

Sarà mai più la “stessa” casa dopo la ristrutturazione? (altro momento silenzioso di rara potenza), o basterà ricostruirla in studio (il set del nuovo film di Gustav) per ritrovare la verità in quei non detti trasformatisi poco a poco (“al rallentatore”…) in macigni?