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4238_D045_00238_R Jessie Buckley stars as Agnes and Joe Alwyn as Bartholomew in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release. Credit: Agata Grzybowska / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
Che cosa ci dicono i dieci film nominati all’Oscar del mondo di oggi?
Innanzitutto che non ce n’è solo uno, di mondo. Annata ossessionata dal due, dal doppio, dal duplice. Fantasma che attraversa molti dei candidati, il doppio, tra i grandi archetipi junghiani e tra i tópoi narrativi più sfruttati, è figura di una linea di frattura: storica (Una battaglia dopo l’altra, I peccatori), identitaria (Frankenstein), ontologica (Bugonia). Rimandano a un’altra America, una verità parallela, un passato che non passa, un corpo che ci somiglia ma non è più umano.


TEYANA TAYLOR as Perfidia and LEONARDO DI CAPRIO as Bob Ferguson in “One Battle After Another.” A Warner Bros. Pictures Release. Photo Courtesy Warner Bros. Pictures
L’io contemporaneo è campo di battaglia, territorio conteso. Non sorprende allora l’ossessione per le radici, per gli alberi genealogici e le linee di sangue. Padri e figli. Madri e figlie. Creatori e creature. Eredità materiali e simboliche. Una battaglia dopo l’altra, Hamnet, Sentimental value, Agente segreto, Train Dreams, raccontano in forme diverse destini e traumi racchiusi in catene di colpe e discendenza. Talvolta generativi, però, di nuove possibilità relazionali.


Wagner Moura in L'agente segreto
Se il passato non passa, il presente pretende costantemente attenzione. I film da Oscar condividono la sensazione che la Storia non sia un capitolo chiuso ma un incubo che ritorna. E che passa attraverso la mediazione del genere: noir, horror, action, thriller paranoico. O da tutti i generi assieme, come in L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho, che ibrida pulp, noir e derive surreali per restituire l’esperienza di un potere che non si limita a reprimere, ma satura l’aria e l’immaginario.


Michael B. Jordan e Miles Caton in I Peccatori - © 2025 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved. Photo Credit: Courtesy of Warner Bros. Pictures
(Courtesy of Warner Bros. Picture)L’orrore storico del razzismo infetta la comunità e i codici del racconto in I peccatori. Propagandosi fino al presente, nei conflitti irrisolti dell’America odierna e nelle beghe della sua fragile democrazia: allora è la fuga l’unica forma di resistenza (Una battaglia dopo l’altra), la paranoia il suo corollario (con la patologia del cospirazionismodi Bugonia di Yorgos Lanthimos).


Brad Pitt in F1
(Warner Bros Pictures / Apple Original Films)Se tutto chiede salvezza, come titolava una bella serie italiana di qualche anno fa, ecco che questa prende la via demodé del successo, in una riedizione all’apparenza tardiva del vecchio self-made man: Marty Supreme e F1 rilanciano la parabola di ascesa e caduta, usando lo sport come show. Ma con una sottolineatura di ossessione che ci riporta di nuovo al carattere patologico del contemporaneo; e un richiamo al corpo - come veicolo, come performance, persino come attestato di umanità – evidentemente nostalgico.


Timothée Chalamet in Marty Supreme
Di natura diversa è la risposta che danno film come Hamnet e Train Dreams (ma potremmo citare su questo versante anche Sirat, candidato tra i film in lingua non inglese). Si presentano entrambi come racconti “sul dolore”, ma si rivelano due parabole contemporanee sul ritorno del sacro.
Il lutto privato è in ambedue i casi detonatore di una frattura più grande che investe il rapporto del singolo con la realtà. E ciò che entrambi cercano – ciascuno con la propria grammatica visiva: il naturalismo simbolico della Zhao è diverso dal sentimento profondamente thoreauviana di Bentley – è un modo per ricucire il rapporto tra l’umano e il mondo.


Una ricerca che elude la trascendenza – non ci si chiede mai “perché Dio permette questo?” - e abbraccia invece ecologie spirituali decisamente immanenti. Hamnet passando da una mistica dell’arte e una spiritualità “femminile” della terra; Train Dreams da una teologia della materia (legno, lavoro, fuoco). In entrambi la natura appare come fonte di rivelazione di un ordine cosmico più grande, di cui tutti gli esseri, vivi e morti, fanno parte. In un passaggio tipico della sensibilità contemporanea, la spiritualità non viene più cercata nel dogma, nella religione tradizionale, ma nell’esperienza stessa del mondo (rivelata da uno sguardo nuovo – la rappresentazione in Hamnet, il volo in Train Dreams – e dunque dal Cinema) e nella ricostruzione dei legami.


Tornare a sentirsi a casa nel mondo. Potrebbe essere questo, semplificando, il desiderio recondito espresso dai film candidati all’Oscar quest’anno. Tra guerre, crisi climatiche, rivolte, senso di insicurezza generalizzato, paure tecnologiche, c’è davvero da sorprendersi? Quello che semmai colpisce è la profondità e la varietà di forme con cui l’eccellente cinema dell’ultimo anno, anglofono e non, ha saputo rielaborare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo.


Sentimental Value Photo Kasper Tuxen Andersen
Tornare a sentirsi a casa significa anche riscoprire la responsabilità della condivisione, quella casa comune di cui parlava Papa Francesco. Ecco perché il trauma non è mai una vicenda individuale. Ma relazionale. Non siamo davanti a un cinema che astrattamente parla di noi, che discetta di “identità” o “verità” in modo puramente teorico. Siamo davanti a storie di responsabilità, che mettono in scena sempre qualcuno che deve rispondere a qualcun altro. Padri verso figli. Figli verso padri. Creatori verso creature. Generazioni verso generazioni. Che prendono l’irreparabile e lo spostano dal regno dell’assurdo a quello della relazione.
Il senso, sembrano suggerirci, può essere ritrovato solo così: restando nel mondo, imparando a sentirlo di nuovo. Insieme, perché nessuno si salva da solo.
